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Nuvoletta rossa

“Sweet Salgari”: la giungla della vita secondo Paolo Bacilieri

Prima di tutto, il nome: Emilio Salgàri, con l’accento sulla seconda “a”, mai “Sàlgari” come secondo vulgata comune. Se non si parte da qui, da un nome pronunciato con rispetto parlando, non si va da nessuna parte. Perché Salgari lo scrittore automatico, Salgari il creatore di Sandokan, Il Corsaro nero, Tremal Naìk e tanti altri eroi e villain esotici con radici Italianissime, Salgari il romanziere più amato all’inizio del ‘900 e più snobbato alla fine, un oltraggio di questo genere proprio non lo merita. Per referenze, rivolgersi a Paolo Bacilieri, forse il meno Salgariano fra gli autori di fumetti per così dire popolari del Belpaese. Di sicuro, uno dei meno etichettabili, con quel suo continuo oscillare fra produzioni commerciali ancorché sui generis (i bonelliani Napoleone e Jan Dix) e produzioni più marcatamente autoriali (Zeno Porno, The Super-Maso Attitude o il recentissimo Adiós Muchachos).

Il Salgari rivisitato da questo ex allievo del maestro Milo Manara pretende rispetto fin dalla sua prima apparizione, dal “Ricomporsi che diamine!” Borbottato ai figli discoli alla diciannovesima delle centocinquanta curatissime tavole che compongono Sweet Salgari (Coconino Press-Fandango, € 17,50). Lo pretende per l’approccio totale al “bel disegno”, una meticolosità compositiva e stilistica che qua e là echeggia le opere migliori di Maestri della nona arte come Magnus o Guido Crepax. Ma anche per la vicinanza affettiva dimostrata dall’autore nei confronti di un personaggio che fra le pagine del volume trova una dimensione umana totalmente sconosciuta a coloro che da bambini hanno preferito allo scrittore di Negrar i vari Calvino, Rodari, eccetera. Troppo vecchiotto, Salgari. Forse, troppo conservatore. Sicuramente, troppo bravo: tanto abile da rimanere cristallizzato per l’eternità in ristampe troppo uguali a se stesse per attrarre lo sguardo dei figli del Boom. Fuori dalle rotte di quei viaggiatori dell’immaginario che avrebbero potuto raccogliere il testimone dell’illustratore Alberto Della Valle per proiettare gli eroi salgariani nel nuovo millennio. Certo, c’è il Sandokan di Hugo Pratt. Ma si tratta di una riscoperta tarda, più attribuibile al Maestro di Malamocco che al creatore del personaggio, e pubblicizzata dichiaratamente come una “storia perduta”: una rondine che non fa primavera. E che fa pensare a cosa avrebbero potuto tirar fuori dai cicli Salgariani, per dire, Altan, Mattotti, Manara o Moebius.

Bacilieri, di suo, sceglie di procedere per sottrazione, trattando la prosa salgariana quasi alla stregua di colonna sonora letteraria per le sue cartoline fin-de-siècle, e puntando tutto sul mondo interiore dell’autore, “molto più personaggio dei suoi personaggi più viscerali”. Ne esce una biografia a fumetti romanzata il giusto, molto partecipata, che restituisce al piccolo scrittore tutta la sua ricchezza umana ed emotiva. Occhio, però: il succo di Sweet Salgari non sta nella cura pur strabiliante con cui il cartoonist veronese passa in rassegna l’avventura umana del narratore – dal sogno adolescenziale della carriera marinara, all’incontro-scontro con il mestiere della scrittura, fino alla schiavitù nei confronti degli editori, al crollo emotivo, alla scomparsa. Il succo sta nella straordinaria capacità recitativa del personaggio, qui ridotto a una sorta di Charlot più dolente e carismatico, quasi nietzschiano: Bacilieri tratteggia il volto dello scrittore come una mappa che denuncia in ogni ruga, in ogni pelo fuori posto, in ogni impercettibile tic, il progressivo scivolamento dell’uomo verso l’alienazione e la follia. Impossibile resistere all’impulso di seguire questo Salgari nel suo viaggio solitario, impossibile restare indifferenti di fronte al suo tragico destino di precario ante-litteram. Sweet Salgari colpisce al cuore perché parla alla pancia del lettore. E ogni sguardo in questo abisso è uno sguardo in uno specchio. Un libro sostanzioso, attualissimo, magico. Da leggere assolutamente. Con rispetto parlando, s’intende.