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La rete nel cappio

Surfare nel web, chiusi in una bolla

Vanni Codeluppi

Internet viene vissuto generalmente come una specie di paradiso dove ciascuno è libero di realizzare i suoi desideri. In

realtà, anche qui, come nell’intero sistema sociale, le possibilità dipendono dai livelli di potere e tali livelli sono diseguali. Ci sono soggetti che, come alcune grandi imprese, dispongono di un grande potere e soggetti deboli come gli utenti. Un volume uscito di recente negli Stati Uniti tenta di fare luce su un aspetto centrale della questione: le informazioni a cui gli individui possono accedere. Se infatti le informazioni sono potere, è evidente che l’accesso ad esse è fondamentale. The Filter Bubble: What the Internet is Hiding from You, questo il titolo del volume, è stato pubblicato dall’editore Penguin e l’autore è Eli Pariser, giornalista e presidente dell’associazione «MoveOn», che conta oggi 5 milioni di membri e si adopera per sensibilizzare le persone rispetto a mobilitazioni e raccolte di fondi legate a problemi sociali importanti.
Il libro analizza soprattutto il ruolo centrale che viene giocato dai motori di ricerca nel processo di selezione delle informazioni che arrivano agli individui. È noto da tempo che quando vengono interpellati i motori di ricerca, considerati congiuntamente, arrivano a prendere in esame solo la metà circa delle pagine dei documenti presenti nel Web. Il che avviene evidentemente perché, come è convinzione diffusa tra i «naviganti», il comportamento delle imprese proprietarie dei motori di ricerca è guidato soprattutto da ragioni di tipo economico.

Strategie aziendali
Secondo Eli Pariser, questo dato è aggravato oggi dal fatto che dal dicembre del 2009 Google, il più importante motore di ricerca, ha modificato il suo algoritmo di analisi e ora effettua una scansione dei documenti presenti nel Web che non è più uguale per tutti gli utenti, ma personalizzata sui gusti di ciascuno. Per identificare gli utenti vengono utilizzati infatti ben 57 segnali, che vanno ad esempio dal tipo di browser impiegato ai contenuti che sono stati ricercati in precedenza. La nuova politica seguita da Google non è però isolata, ma in sintonia con le strategie che vengono seguite dalle altre imprese operanti in Rete. Si pensi che, come afferma Pariser, i 50 siti più importanti installano nei computer di chi li utilizza una media di 64 cookies, cioè di programmi che consentono l’identificazione dell’utente e delle scelte che ha effettuato. Dietro a queste strategie aziendali ci sono precisi interessi economici: Amazon o Netflix, ad esempio, accrescono le loro vendite se sono in grado di indovinare i gusti dei consumatori e di proporre loro prodotti che possono considerare più interessanti.
Il risultato di tutto ciò è che la «bolla» in cui vive ciascun utente diventa sempre più definita, ma anche sempre più isolata da tutto il resto. Il computer diventa infatti una specie di specchio che riflette gli interessi di ognuno, conferma le opinioni personali e offre solo quello che ci si vuole veder offrire. Si tratta di uno specchio narcisistico estremamente gratificante, ma questa gratificazione nasconde un inganno, perché il «su misura» può trasformarsi in una gabbia.
Non siamo di fronte a un mondo più libero e democratico, ma semmai al suo contrario. La democrazia richiede che diversi punti di vista si confrontino tra loro a partire da una piattaforma comune, da una conoscenza almeno parzialmente condivisa dello stesso argomento. Se ognuno però vive in una sua «bolla» personale popolata esclusivamente dei suoi interessi ciò non può avvenire. Già oggi ad esempio, come riporta Pariser, il 36% dei giovani americani sotto i 30 anni si informa sul mondo attraverso Facebook e gli altri social network, nei quali l’informazione viene sempre più confezionata «su misura» per il singolo utente. Un mondo costruito con cose familiari e piacevoli è un mondo incompleto dove c’è ben poco da imparare. E anche la creatività personale ne risente, dato che nasce solitamente dall’incontro tra differenti discipline e culture.

All’insaputa degli utenti
Ma questa corsa verso la personalizzazione della Rete comporta anche altre conseguenze. L’utente infatti è anche un consumatore la cui attenzione viene venduta agli inserzionisti interessati ai suoi gusti. Dunque gli si offrono non soltanto informazioni «su misura», ma anche informazioni che devono essere in grado di interessarlo e coinvolgerlo. In questo modo l’audience cresce e si possono vendere più spazi pubblicitari alle imprese interessate, ma si determinano anche ulteriori distorsioni nel flusso informativo che arriva all’utente.
Tutto ciò modifica il modo in cui incontriamo idee e informazioni e dunque anche la nostra percezione del mondo. Ma cambia anche la nostra vita, che dipende sempre più da Internet. L’idea che il motore di ricerca o l’azienda si sono fatti di noi può influenzare infatti la scelta del ristorante in cui andremo a cenare o il possibile partner che potremo trovare in un sito di incontri.
La cosa più grave però, secondo Pariser, è che tutto ciò avviene all’insaputa dell’utente. Il quale non l’ha chiesto e non ne è stato informato. Non sa come è stato classificato e che cosa è stato deciso per lui. Certo, è utile poter disporre di qualcuno che ti semplifica la vita. Se non ci fosse questa selezione che filtra ciò che può entrare e ciò che non può entrare nella «bolla» di ciascuno saremmo sommersi dalle informazioni e dalla proposte molto più di quanto già siamo sommersi oggi. È comodo, ad esempio, che quando qualcuno si collega ad un sito musicale gli vengano proposti gli ultimi successi dei suoi gruppi preferiti. Ma sarebbe giusto sapere che ciò avviene perché di ciascuna persona è stato confezionato un determinato profilo grazie alla raccolta di numerose informazioni sui suoi comportamenti e sulla sua vita personale.
Queste sono alcune delle questioni che il libro di Eli Pariser pone all’attenzione generale. E non si tratta di questioni di poco conto.

Articolo apparso su Il manifesto del 14 Settembre
  • Luciano Seller

    Molto interessante.
    Molti giovani puntano ad informarsi solo tramite la rete. Evitano sia la televisione generalista che i giornali. Spesso è difficile mobilitarli in battaglie per la libertà di stampa, a sostegno di giornali di cooperativa e/o di sinistra come il manifesto. Argomentano che le notizie le trovano gratuitamente in rete sui blog a loro più vicini e che, precari come sono, non hanno voglia di difendere posti di lavoro a tempo indeterminato, sia pure al minimo sindacale. Il sostegno pubblico all’editoria appare come un privilegio della “casta”.
    Forse ancora ascoltano le radio, espressioni del movimento, che possono essere messe su con risorse economiche molto limitate.
    Credo che ci sia il rischio di trovarsi all’interno di “bolle” gratificanti in cui ci si incontra solo con propri simili ma che non assicurano una presa sulla realtà.
    Mi sembra importante che il manifesto promuova una discussione su come l’informazione è prodotta, su come i vari media (compreso la rete) la gestiscono e su come assicurare il diritto all’informazione.