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losangelista

Superbowl

Ci siamo. Va in scena la superpartita – l’evento che equivale all’incrocio di San Remo con una finale dei mondiali, tanto piu’ rimarchevole per essere rimasta l’unica vestigia di un’era generalista ormai da tempo tramontata in America. Certo, in gran parte e’ un media-evento artificioso e per molti versi la somma di pulsioni nazionalpopolari  meno che salubri. Quest’anno la finale NFL che vede schierati i Colts dell’Indiana e i Saints di New Orleans ha comunque un sottotesto legato alla rinascita di quest’ultima citta’ mai del tutto recuperatasi dal sistasro Katrina. Ne ha parlato intelligentemente Amy Goodman su Democracy Now, il piu’ ascoltato  programma progressista del paese, con Dave Zirin un giornalista sportivo specializzato nel  delineare le insospettate intersezioni di sport e politica (per i lettori del Manifesto una specie di Matteo Ptrono americano). Zirin racconta che al di la’ della scontata metafora sportiva anche uno come Malik Rahim, attivista ed ex Pantera Nera di New Orleans,  confermi come la qualificazione alla finle abbia sollevato gli spiriti della citta’ mezzaluna e ricostruito la solidarieta’ fra bianchi e neri della working class in una metropoli dalla difficile storia razziale. Fra gli altri temi toccati da Zirin sono stati l’iniziativa degli Iraq Veterans Against the War, i reduci pacifisti della guerra in Irak per contrastare il militarismo come al solito associato al Superbowl (dai “flyover” dei caccia acrobatici al lancio della monetina affidato lo scorso anno al supremo comandante Petraeus, la partita e’ usata dall’esercito praticamente come uno spot per il reclutamento). Uno dei personaggi coloriti che saranno in campo oggi e’ Scott Fujita, “linebacker” biondo alto 2,10 metri e 130kg, nonche’ figlio adottivo di una coppia di nippo-americani il cui padre e’ nato in un campo di prigionia per giapponesi durante la seconda guerra; il difensore dei Saints  si e’ pronunciato contro  Guantanamo, il patriot act e le prigioni segrete di Dick Cheney. Infine la storia di Tim Tebow di cui abbiamo gia’ scritto. Il giocatore della Florida che usa la faccia come taccunino di versetti del testamento e che partecipera’ con la mamma nel famigerato spot antiabortista che andra’ in onda durante la partita, osannato come “coraggioso” da una moltitudine di opinionisti (fedelemente scimmiottati dagli omologhi italiani). Zirin sottolinea la differenza fra il suo “coraggio” impacchetato nello spot patinato finanziato dagli integralisti evangelici di Focus on the Family (costo $2.8 milioni) e quello di altri atleti  come Muhammad Ali che per opporsi alla guerra in Vietnam perse il titolo e la liberta’ o quello di Tommie Smith e John Carlos cui il pugno nero di Messico ’68 costo’ una vita di ostracismo in patria

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