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losangelista

Superbowl Superspot

Oltre che finalissima dello sport nazionale, nell’era dei canali on-demand e del digitale terrestre il superbowl che si giochera’ domenica  e’ vestigia di un passato generalista; il massimo picco di audience televisiva  capace di riunire 70 milioni di Americani davanti allo stesso programma e creare l’illusione di un’esperienza collettiva. Da cui la dimensione ‘totemica’ per i pubblicitari che si azzuffano a suon di $3 milioni al minuto per piazzare i propri spot davanti alla piu’ grande collezioni di occhi disponibile in un sol colpo. Da anni il superbowl ha una dimensione parallela come campionato per pubblicita’, per i prodotti ‘posizionati’ e per gli spot stessi, messi in campo dalle maggiori societa’ di produzione.

Tebow: non-abortito

Al punto che ormai il “buzz” che la  precede  per un paio di settimane riguarda piu’ la pubblicita’ stessa che la partita: i TG trasmettono servizi sugli spot piu’ attesi e sulle annesse polemiche. Quest’anno ruotano principalmente attorno al rifiuto della CBS di trasmettere lo spot presentato dal sito di canadese www.mancrunch.com (un social network per uomini gay). Nella vignetta si vedono due tifosi che seguono una partita di football in TV; quando la loro squadra segna saltano di gioia e presi dall’enstusiasmo si baciano sulla bocca davanti agli occhi esterrefatti del terzo amico. Un divertente riff sulla sintassi della pubblicita’ media della birra insomma, il cui finale a sorpresa, ha sostenuto la CBS, “non e’ conforme pero’ agli standard del superbowl”. Un divertente pezzo di Dan Neil sul Los Angeles Times sottolinea invece come la faccenda degli standard sia una semplice balla dell’emittente per coprire la propria malafede (o possibilmente oscurare il marcato sosttotesto omoerotico dell’esasperato machismo del football). Cattiva coscienza evidenziata dallo spot antiabortista piazzato nel mezzo del massimo momento tele-ecumenico americano dall’associazione ultraconservatrice evangelica Focus on the Family su cui lo stesso network non ha trovato nulla da ridire (in quest’ultimo si vedra’ il footballista Tim Tebow – uno che ha l’abitudine di scendere in campo con versetti della bibbia dipinti in volto – che ringrazia la madre per non averlo abortito(!)). La verita’ e’ che sempre per il dicorso di cui sopra cioe’ dell’indotto pubblictario amplificato da intertnet che ruota attorno all’evento, quello del ‘rifiuto da superbowl’ e’ ormai di per se una efficace strategia pubblicitaria. Si produce uno spot ‘inaccettabile’ come esca, contando sul veto del network mentre la pubblicita’ effettiva deriva proprio dalla polemica conseguente. Gioco particolarmente facile coi guardiani della morale del superbowl. Tanto per rendere l’idea un’associazione ha chiesto di cancellare il concerto half-time affidato agli Who a causa della presunta pedopornografia trovata in posesso di Pete Townshend nel 2003.

volantino anti-Townshend