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Sundance – Viaggio nelle prigioni della mente

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Come previsto uno dei documentari più discussi di Sundance è stato Going Clear: Scientology and the Prison of Belief . L’inchiesta di Alex Gibney basata sul libro omonino di Lawrence Wright ha fatto molto rumore anche perchè si occupa del ruolo di Tom Cruise in Scientology e viceversa di quello della chiesa nell’orchestrare il divorzio di quest’ultimo da Nicole Kidman, ritenuta soggetto poco affidabile perchè figlia di un noto psichiatra australiano (la categoria classificata come nemica numero uno dai scientology). Una storia losca di intercettazioni telefoniche e sobillazione dei figli della coppia organizzate dai gerarchi della chiesa d’accordo con l’attore e fatte apposta per la stampa gossip. Ma quella di Going Clear è anche la bizzarra origin story della religione inventata da L Ron Hubbard come mashup di fantascienza e self-help da subito distinta da un marcato interesse economico e l’aggressiva ostilità contro gli avversari. Soprattutto, ha affermato Gibney, “un film su come persone intelligenti possano essere sedotte da un dogma fondamentalista al punto di compiere azioni represnibili,. Su come la fede possa venire utilizzata per imprigionare il cervello”. Ed è un tema che forse non casualmente, è ricorso quest’anno qui più di ogni altro.

Un’altra pluriveterana di Sundance, Amy Berg si addentra sullo stesso terreno con Prophet’s Prey, la sua inchiesta sulle sette poligame della FLDS (Fundamentalist Church of Latter Day Saints). Anche questo documentario è basato su un libro – Under the Banner of Heaven (Nel Nome del Cielo) – di Jon Krakauer. Il quel testo l’autore di Aria Sottile e Into the Wild indagava sull’ascesa e ferrea tirannia di un altro autoproclamato profeta in terra. Warren Jeffs è l’inquietante leader carismatico delle sette fondamentaliste mormone che praticano ancora l’originale sacramento poligamista sconfessato a fine 800 dai mormoni “moderati”. Nel 2002, alla vigilia delle olimpiadi invernali di Salt Lake (che considerava sommo sfregio alla capitale spiritual della propria religione), Jeffs convinse migliaia di seguaci a liquidare i propri averi e rifugiarsi sotto il suo “vessillo celeste” in alcune remote località nel deserto fra Utah Arizona e Colorado. Vestiti in tradizionali abiti “di frontiera” migliaia di poligami si radunarono qui in isolamento pressochè totale e in ferrea osservanza della teocrazia di Jeffs – e continuano a farlo oggi anche dopo l’arresto di Jeffs e la sua condanna all’ergastolo un paio d’anni fa con l’accusa di stupro (Jeffs aveva l’abitudine di scegliere le proprie mogli – una sessantina in tutto – fra adolescenti e preadolescenti).

Berg, già autrice di Open Secret e Deliver Us From Evil su simili abusi sessuali a Hollywood e nella chiesa cattolica, adotta principalmente questa chiave di lettura per esaminare quello che però anche in questo caso rimane sostanzialmente il “mistero” della cooptazione del libero arbitrio da parte di un autorità assoluta che offre solo dogma e ubbidienza cieca – una definizione applicabile in fondo a tutti gli integralismi religiosi protagonisti dell’attuale involuzione oscurantista.

Il soggetto deidue film ci riporta cioè prepotentemente al presente attuale – sul terreno dello scontro fra ragione e tirannia mentale fra espressione pluralista e “libertà di fede” con tutti i problemi annessi. Gli scientology lo sanno bene e sono stati subito scaltri a strumentalizzare la polemica. In un feed twitter appositamente creato attaccano le “diffamazioni infondate e anti religiose” di Gibney. “La libertà di espressione non è licenza per attaccare la fede altrui”, recita un loro tweet pieno della solita debordante indignazione per l’oltraggio alla relgione, e date le note tendenze ad annientare i critici per vie legali, la frase è subito più minacciosa del “pugno” promesso da papa Francesco ai denigratori della Madonna. L’affermazione riporta di proposito la questione sul campo minato su cui procediamo a tentoni sin dagli attentati a Charlie Hebdo. D’altronde non c’è come ammantarsi della libertà di espressione per legittimare il sopruso come ha scoperto per ultimo lo studente delle elementari di Nizza indagato per apologia del terrorismo assieme a molti altri Francesi. Anche le marcate rimostranze dei mormoni isolazionisti per gli “attacchi” al proprio profeta suonano assai familiari dopo il massacro di Parigi. Il punto però non è l’irrisione dei profeti o delle cosmologie “apocrife” (rispetto a cosa – alle leggende più “collaudate” delle religioni vere?) ma quello di affrontare il problema del pensiero fondamentalista e la congenita violenza che rappresenta alla libertà più intrinseca – di questo trattano in fondo questi documentari e diversi altri film qui a Sundance.

L’intima sopraffazione del plagio è ad esempio anche l’argomento di Stockholm, Pennsylvania dell’esordiente Nikole Beckwith un film che immagina la vicenda di una bambina rapita a quattro anni e cresciuta nell’universo di una stanza chiusa dal proprio padre/profeta. Un horror familiare dati i titoli di cronaca che ci hanno raccontato di simili epidosi di bimbe, di solito sono bimbe, che emergono adulte e sperdute da cantine in cui erano state rinchiuse da piccole. In Stockholm, Pennsylvania Beckwith parte dal giorno fatidico in cui una ragazza 23enne rientra nella casa materna di cui non ha più alcun ricordo, un lieto fine che è in relatà l’inizio di un trauma peggiore di quello originale, per lei e per i gentori che annaspano nel vano tenativo di incollare i cocci delle vite andate irrimediabilemente in frantumi tanti anni prima. Nel caos emotivo che li avvolge l’unica áncora della ragazza (Saoirse Ronan, bravissima) sono i flashback all’unico padre che ha realmente consociuto e da cui è dipesa per tutto: il padre/rapitore/profeta, unico possibile amore della sua vita. La riflessione è sulla facilità con cui possono essere plasmate le nostre menti, sentimenti e devozioni.

Ancora il “mistero” centrale di cui parla Gibney insomma: il fascino irresistibile esercitato dall’autorità sui molti che si fanno sedurre dal dogma. Non solo gli adepti hollywoodiani di Scientology e le moglie “plurali” dello Utah (che alla cinepresa intrusa di Berg mostrano fiere il dito medio). Alla lista oggi possiamo facilmente aggiungere le adolescent occidental che scappano di casa per unirsi alla jihad siriana o i teocon negazionisti della Bible Belt Americana o i seguaci dei populismi xenofobi che si gettano nelle braccia delle facili certezze dell’involuzione europea.

I contorni, incerti delle identità emotive e culturali che ci rendono noi stessi, la capacità di assoggettare il prossimo e, di contro, la disponibilità a farsi plagiare – sono al centro anche dei film che separatamente si ispirano ai due più celebri esperimenti di psicologia sociale del ventesimo secolo. Il primo, The Experimenter di Michael Almereyda, racconta quello pensato da Stanley Milgram (interpretato da Peter Sarsgaard) psicologo di Yale che nel 1961 chiese ad un gruppo di studenti di somministrare scariche elettriche ad una vittima che in una stanza attigua si lamentava (progressivamente fino ad urlare di dolore). Le scariche erano immaginarie ma i soggetti lo ignoravano, per quanto ne sapessero, le vittime (attori) che rimanevano senza volto soffrivano veramente e eppure quasi tutti, su istruzione dello “scienziato”, la figura autorevole, , aumentarono il supplizio fino alla massima sofferenza. Un “effetto Eichman” che dimostrò la sconcertante disponibilità seguire gli ordini più crudeli.

Dieci anni dopo Philip Zimbardo, un altro psicologo, stavolta alla Stanford university, simulò le condizioni di una prigione, dando a nove “guardie” potere assoluto su nove “prigioieri” arbitrariamente scelti fra gli studenti. Nel giro di piochi giorni la sue equipe osservò la trasformazione dei pacifici studenti universitari in sadici aguzzini disposti tormentare – stavolta anche senza istruzione alcuna – i propri subalterni. Prima di una settimana l’esprimento dovette essere interrotto perchè era degenerato in una specie di Guantanamo, rimanendo agli atti come sconfortante immagine degli abusi di potere. Un esperimento di cui avranno sicuramente avuto una intima conoscenza James E Mitchell e Brice Jessen , i due psicologi che il pentagono ha pagato $81 milioni per progettare i programi di tortura impiegati nei black site della CIA e a Guantanamo.

Scienza del sopruso e della sofferenza – simulate in laboratorio o documentate sul campo come in un ultimo documentario Sundance: Censored Voices di Mor Loushy. La giovane regista israeliana è riuscita ad ottenere le testimonianze segrete registrate a caldo dei soldati israliani vittoriosi nella guerra dei sei giorni – documenti mai prima resi pubblici dall’esercito che restituiscono l’intima violenza dell’atto fondativo della moderna Israele. Il “passo irrevocabile”, nelle parole di un giovane soldato, “che ci ha complicato in modi che saranno difficili da risolvere”. La radiosa vittoria che triplicò il territorio israeliano fu anche l’atto velenoso che ne pregidicò l’anima. Fondata su soprusi, torture e uccisioni che segnarono l’inizio di un occupazione che dopo 46 anni deumanizza ancora vittime e carnefici e da cui discende così tanto orrore contemporaneo.

Storie e film su cui vale la pena di riflettere in questa ricorrenza della giornata della memoria, in questo mese in cui Mohamedou Ould Slahi è diventato il primo prigioniero a pubblicare una memoria (pesantemente censurata dai suoi aguzzini) sulle torture subite a Guantanamo (dove è ancora rinchiuso). In questo anno che sembra iniziato nel segno dell’ennesima apoteosi della guerra – la sopraffazione più grande – e di un oscurantismo che ci ricorda quanto volubile sia la nostra vantata “modernità”.