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losangelista

SUNDANCE: RITORNO ALLE RADICI

Apertura anomala al Sundance di quest’anno la prima edizione diretta da  John Cooper dopo il ventennio Geoffry Gilmore. Nella presentazione di rito Redford ha calcato sul “ritorno alle origini” del festival indie e il concetto e’ ribadito ovunque nello slogan attaccato nelle vetrine di Park City “cinematic rebellion”. Redford ha calcato sulla lotta alla commercializzazione ad oltranza da parte della marea di pubblictari e promotori di ogni risma che negli anni hanno tentato di associarsi al brand Sundance con party, eventi distribuzione di regali a star e starlette – naturalmente si sono gia’ nstallati su Main Street malgrado le intenzioni per un festival “purificato”. Intanto per ribadire la nuova gestione niente film d’apertura ma opening con tre proiezioni – un programma di corti  compresa un opera di Spike Jonze, un film in competizione drammatica Howl, di Rob Epstein (Times of Harvey Milk)  sull’omonimo poema di Allen Ginsberg e il conseguente processo per oscenita’ nel 1957 e infine un concorrente alla competizione dei doc: Restrepo di Sebastian Junger e Tim Hetherington. I due giornalisti hanno fatto dieci viaggi nella valle del Korengal ad una postazione avanzata di truppe americane di stanza a Vicenza.

La guerra afghana arriva a Sundance insomma con un esempio di reportage embedded che da un lato e’ sommo esempio del genere: spaccato quotidiano attraverso full access ai giovani soldati USA impiantati come astronauti armati su un territorio antico e a loro assolutamente alieno. Diario di guerra in tutta la sua assurda monotonia e insensata violenza cui cui la gioventu’ dei soldati impegnati durante un anno nella difesa di un insignificante cucuzzolo sull’altipiano da ulteriore risalto.  Dall’altro un film univoco dalla soggettiva esclusivamente americana, dove gli atavici  contadini  afghani bombardati nelle loro capanne di fango sono mute compoarse. Un taglio che i registi definiscono “umanistico e apolitico” che e’ fondamentalmente equivoco nella sua presunta neutralita’ morale. Il suo merito maggior allora e’ quello di fotografare la disperata futilita’ della guerra resa bene alla fine di due ore di pattuglie, turni di guardia, sparatorie bombardamenti, soldati morti e villaggi straziati dalle bombe dalla scritta finale che informa che dopo un anno su questo sperduto altipiano l’esercito americano ha abbandonato la postazione.