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losangelista

Sundance: Mormon vs. Gay

In concorso nella sezione documentari del festival passa 8:The Mormon Proposition bel esempio di pamphlet militante sul ruolo della chiesa mormone – cioe’ i padroni di casa qui in Utah – nel finanziare la campagna contro i matrimoni gay l’anno scorso in California. Il film da racconta  la campagna della  “Church of Latter Day Saints” e la propri tentacolare multimiliardaria organizzazione  per passare il referendum (la famigerata proposition 8) che lo scorso novembre ha tolto agli omosessuali il diritto a sposarsi precedentemente conquistato dai gay californiani. Una campagna segreta (con imposizione forzata di otto per mille ai fedeli) che costitui’ non solo una massiccia ingerenza negli affari di uno stato vicino (manco l’Utah) e contravvenne spudoratamente alla proibizione per le chiese di interferire in questioni politiche. Un film su cui aleggia lo spirito di Harvey Milk: il co-regista Rob Epstein aveva gia’ all’attivo il documentario Times of Harvey Milk e “8” e’ narrato da Dustin Lance Back, lo sceneggiatore oscar di Milk, il film con Sean Penn. Epstein inoltre come molti degli intervistati nel film (e come John Cooper – nuovo direttore del festival) e’ sia gay che ex-mormone.

Una proiezione poi che casca bene,  dato che nel tribunale federale di San Francsico sono terminate ieri le udienze preliminari nel processo intentato dal movimento gay per invalidare il referendum.  L’affascinate processo che potrebbe porre le fondamenta giuridiche anche di futuri contenziosi, ha esaminato per due settimane la natura dell’omosessualita’: condizione genetica o semplice ‘stile di vita’ volontario? Una distinzione importante perche’ ne  deriva la definizione degli stessi  gay, cioe’ ‘associazione edonista’ come contendono i consevatori o effettiva minoranza civile  e pertanto avente diritto come tale alle protezioni che le sono dovute per statuto costituzionale. Per i gay e’ una questione chiave in cui la corte, se onesta, dovrebbe riconoscere innanzitutto la preponderante evidenza scientifica sulla natura dell’omosessualita e quella sociologica sulla altrettanto evidente discriminazione cui sono esposti i gay. L’inevitabile verdetto sarebbe che uno stato di diritto non puo’ arbitrariamente esimersi dal tutelare un solo gruppo minoritario e che il matrimonio che sancisce per tutti gli altri cittadini rientra fra questi. Se cosi’ fosse il tribunale dovrebbe riconoscere che la lotta per il matrimonio gay costituisce l’ultima grande battaglia per i diritti civili del secolo americano. Qualunque sia il verdetto californiano (previsto per meta’ febbraio)  e’ assicurato il ricorso dei perdenti all corte suprema federale, dove i gay non sono certo visti di buon occhio dalla maggioranza conservatrice.  Per conto nostro, come abbiamo gia’ scritto su queste pagine, l’alternativa piu’ coerente e ragionevole sarebbe l’uscita tout-court dello stato laico dagli affari matrimoniali di chicchessia.