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Antiviolenza

Sulla pelle dei bambini: il caso di Leo

Lura Calder

Maurizio Rigamonti

Di solito, quando vado dal parrucchiere, mi porto la mia rivista preferita nella borsa perché mi scoccia leggere di gossip e di moda. Stavolta però non ho resistito e dopo aver messo via il mio giornale, ho preso in mano la prima che mi è capitata: “Oggi”. Mentre sfoglio in cerca di pettegolezzi all’italiana, vedo una foto che ritrae il viso preoccupato di una donna che ha come didascalia:” una madre disperata”. Ovviamente – e tutto questo blog testimonia il perché – leggo l’articolo e rimango di sasso: primo perché per la prima volta  mi rendo conto che queste riviste possono essere una fonte interessante, e poi perché la storia rientra in una di quelle che riescono a togliermi via anche il sonno. Lura Calder, la donna della foto, è un’americana di 42 anni che durante un viaggio in Italia si è innamorata di un italiano, Maurizio Rigamonti, che ha sposato a Las Vegas e con cui ha fatto un figlio, Leo, che ora ha sei anni. La donna racconta una storia di violenza domestica che l’ha costretta a rivolgersi, in Italia, a un centro antiviolenza e poi a nascondersi e fuggire insieme al figlio. Il dramma però è che Lura è americana – mentre il figlio ha la doppia cittadinanza – e quindi, volendo tornare dai suoi genitori, è tornata in California, a Los Angeles, ottenendo lì un provvedimento di protezione, per lei e il minore, a causa dei trascorsi. Oggi però, anzi esattamente domani sabato 2 giugno, Lura dovrà riportare indietro il figlio in Italia. Il giudice italiano, presidente del Tribunale di Parma, ha ordinato nel 2010 un ordine di protezione per la donna e per il figlio, e l’affido esclusivo alla madre senza l’obbligo di riportare in Italia il bambino – accogliendo anche la richiesta della Corte di Los Angeles a cui la donna si era rivolta – mentre adesso, ancor prima del rientro di Lura e del figlio minore dagli Stati Uniti, ha disposto l’affido condiviso a entrambi i genitori con domiciliazione presso il padre, Maurizio Rigamonti, da cui Lura fuggiva due anni fa. Incuriosita da un ribaltamento così repentino e sapendo che anche la sottrazione internazionale di minore, che fa riferimento alla Convenzione dell’Aja ed esige il rimpatrio anche forzato sotto i 16 anni, ha tra le sue clausole quella dell’articolo 13b – per cui si ha l’eccezione per i bambini che sono stati tolti da abusi e da violenza in famiglia – torno a casa per vederci chiaro e per fare ricerche, e cosa scopro? Che il caso del piccolo Leo Rigamonti è complicato e che in pochi anni, chi più chi meno, si sta facendo a gara per rovinargli l’esistenza. Scopro cioè che ci sono due versioni completamente diverse di questa storia, una del padre e una della madre, e che i procedimenti che si sono svolti, o che sono in svolgimento, sono diversi, e che si è mobilitata anche Hollywood in difesa delle richieste di Lura. Scopro che dopo la fuga della mamma con il bambino, che allora aveva 4 anni, la signora ha ottenuto dalla Corte di Los Angeles la separazione dal marito, un provvedimento di protezione per lei e per il figlio ma anche un allontanamento dell’uomo pur residente in uno Stato diverso. Scopro poi anche che il padre, disperato per la partenza di moglie e figlio, ha smosso mare e monti, scrivendo una lettera accorata al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (che riporto qua sotto) e ottenendo che la senatrice del Pd, Albertina Soliani, facesse una interpellanza parlamentare sul caso e sulla sottrazione del figlio di cui è stato vittima. Maurizio Rigamonti, che a Los Angeles ha visto il figlio in incontri protetti alla presenza di una psicoterapeuta come di solito si fa – anche in italia – non solo in casi di presunti abusi ma anche quando il bambino ha comunque delle difficoltà (e sembra che Leo soffra di “disturbo post traumatico da stress”), si è difeso tenacemente dalle accuse che gli erano state rivolte cercando anche di ottenere la custodia del figlio avviando un procedimento di decadenza della potestà materna presso il Tribunale per i Minorenni dell’Emilia Romagna in Bologna. In più scopro anche che, oltre alla denuncia penale per sottrazione di minore nei confronti della signora Calder, Rigamonti  è andato in appello per la sentenza in primo grado alla Corte di Los Angeles rovesciando il procedimento e ottenendo in secondo grado che gli Stati Uniti accogliessero la richiesta di rimpatrio forzato di Leo. Infine scopro che tutti e due i genitori, che hanno rilasciato interviste anche alla CNN (un servizio su Calder e una intervista a Rigamonti), hanno messo in atto una petizione per “salvare” il figlio dall’altro/a, e che mentre il signor Rigamonti accusa la moglie di “essere un’alcolista”, la signora Calder ha detto che l’ex avrebbe “precedenti penali per reati multipli, compreso il possesso di cocaina e traffico di droga”. Domani, sabato 2 giugno, il piccolo Leo arriverà in Italia all’aeroporto di Fiumicino, e il 4 giugno 2012, alle ore 13, saranno tutti presso il Tribunale di Parma per l’udienza e la comparizione delle parti. Il giudice Piscopo ha ordinato che Leo, appena arriva insieme alla madre all’aeroporto, sia immediatamente dato a suo padre presso il quale rimarrà per due giorni fino all’udienza, mentre domenica 3 giugno, Lura avrà una visita supervisionata con Leo per una o due ore, in quanto uno psicologo nominato dalla Corte valuterà Leo sulle sue interazioni, sia con il padre che la madre in maniera separata, in un periodo di 48 ore. Poi, lunedì 4 giugno, sarà decisa la custodia del bambino basata sulle osservazioni dello psicologo. Ora, al di là dei genitori e della veridicità o meno delle accuse reciproche,  mi chiedo: ma qual è qui l’interesse superiore del minore? com’è possibile che il piccolo Leo sia preso da una situazione A e messo a sei anni in una situazione B diametralmente opposta, senza una gradualità, un tempo necessario per farlo abituare, e messo subito sotto esame per l’arco di 48 ore, per di più in un contesto da cui è rimasto lontano dai 4 ai 6 anni (cruciali nella crescita di un bambino)? al di là di chi ha ragione o torto, e se anche i giudici che si sono occupati del caso – a questo punto tutti quanti – avessero preso un clamoroso abbaglio iniziale decidendo prima per la custodia di madre e figlio, e poi invece per il rientro in patria e la domiciliazione temporanea presso il padre, come non si può valutare il rischio del trauma per Leo che non saprà se “amare” più il padre o la madre tra sabato e domenica? e che dire del fatto che tutto ciò avviene in una modalità per cui il piccolo rimarrà separato dal genitore che in questi anni è stato il suo riferimento principale? Chiedo umilmente alle Istituzioni, al Tribunale competente, ai genitori, agli avvocati e ai supervisori di ascoltare Leo che forse ha qualcosa da dire.

Grazie.

Testimonianze

 Stralci della storia riportata dalla sig.ra Lura Calder

“Mio marito, Maurizio Rigamonti, durante il matrimonio usava violenza psicologica e minacciava di picchiarmi se non facevo quello che lui voleva. Urlava di fronte al nostro bambino nato nel 8 Agosto 2005. Non avevo accesso al budget familiare. Ho chiesto di poter prendere la patente, per guidare la macchina che i miei genitori ci avevano comprato, ma lui si è sempre rifiutato di darmi i soldi per frequentare la scuola guida. Alla fine prima di partire per l’America, sono riuscita a prendere la patente grazie all’aiuto dei miei genitori, ma non sono riuscita a prendere il passaporto Italiano e non mi dava il permesso di andare con il bambino da nessuna parte. Ho cercato di parlare e di chiedergli amichevolmente il divorzio e lui mi ha risposto di no e ha iniziato a minacciarmi di togliermi il bambino e di non farmelo rivedere mai più. Nel 2008 continuamente, anche di fronte al bambino, minacciava di andare fuori casa a sparare alla gente e poi uccidersi perché era arrabbiato con la vita. (…) Frequentava il poligono dove prendeva lezioni, portandosi a casa a fine lezione la sagoma del bersaglio traforata dai suoi colpi per mostrarmi quanto era bravo a sparare. Ha poi iniziato a cercare su internet un modo per comprare una pistola e spendendo larga parte della giornata seduto al computer. In seguito ho scoperto che aveva richiesto il porto d’armi e che non gli era stato concesso ma aveva comunque accesso alle armi di suo padre. Non voleva che io parlassi con nessuno della mia famiglia riguardo i nostri problemi, ma parlava alla mia famiglia della nostra vita sessuale, perché diceva che non ero abbastanza brava. Ha iniziato a usare delle parole cattive e una violenza verbale, dicendo che dovevo essere io a servirlo sessualmente e che dovevo accettare tutto quello che lui voleva riguardo al sesso, e se non accettavo lui iniziava a insultarmi di fronte al bambino. (…) Mi minacciava in continuazione che mi avrebbe picchiata, tolto il bambino e che mi avrebbe fatto soffrire e reso la mia vita miserabile, se non facevo quello che voleva lui. La mia paura era che arrivasse al punto di uccidermi se fossi andata alla polizia, perché mi ripeteva che conosceva gente alla stazione di polizia e che se lo denunciavo lui lo veniva a sapere prima che la denuncia veniva depositata e glielo avrebbero riferito, per questo ho sempre avuto paura di andare a denunciarlo. (…) Due settimane prima che il bambino nascesse lui ha smesso di lavorare. Non ci permetteva di accendere il riscaldamento durante l’inverno e non potevamo fare la doccia tutti i giorni e usava l’orologio a misurare il tempo che ci mettevamo per fare la doccia, mentre la luce si poteva usare solo la sera anche se il nostro appartamento era molto buio. Voleva che pulivo il nostro appartamento con una piccola spugna piegata sulle mie ginocchia e strofinando con con le mie mani. Non potevo accendere il gas senza il suo permesso e aveva rimosso tutte le porte dell’appartamento meno quella del bagno fatta di plastica cosi poteva tenermi sempre sotto controllo. Non ci parlava per giorni, e non usciva da casa e rimaneva a letto al buio fino a tardo pomeriggio, non potevamo fare nessun rumore e non potevamo uscire da casa. Mi criticava continuamente e non solo a me ma anche Leo, ma mi diceva che solo lui mi amava e che nessun altro mi amava, inclusa la mia famiglia isolandomi da tutti. (…) Non voleva che io trovassi lavoro. Diceva che dovevo fidarmi solo di lui e se lo contraddicevo lui iniziava a diventare verbalmente aggressivo. La mia famiglia provvedeva a mandarmi soldi, giocattoli, vestiti per mio figlio e per me, ma lui ha chiamato la mia famiglia dicendogli di mandare solo soldi cash così decideva lui cosa comprare. Quando scoprii che ero incinta, io ero molto felice e volevo questo bambino, e per il bene del bambino avrei fatto di tutto per far funzionare bene il nostro matrimonio. Quando lo comunicai a Maurizio che ero incinta, lui si arrabbiò e cercò di convincermi ad abortire perché non avevamo abbastanza soldi per far crescere il bambino. (…) Dopo che il bambino è nato ha iniziato a criticarmi su tutto quello che facevo con il bambino, su come leggevo le favole prima di andare a dormire, che ero troppo drammatica, che non mi dovevo sedere sul suo letto, che non lo dovevo coccolare e mi urlava che non sapevo essere né madre né moglie, e ripeteva: Tuo marito ha i suoi bisogni, tuo marito viene prima. Prima che io ritornassi negli Stati Uniti, Maurizio cercava di provocarmi a uno scontro fisico, spingeva il suo petto contro il mio alzando il suo pugno e dicendomi: Vuoi litigare? Vuoi colpirmi? DAI, DAI! Dopo questi incidenti, ho preparato una piccola borsa, per Leo e per me, e ho riferito a Maurizio che non potevamo più stare lì in quelle condizioni. Maurizio si mise di fronte alla porta e ci bloccò e mi disse con voce minacciosa che non dovevo lasciare la casa e io ritornai indietro. L’11 Febbraio 2010, sono andata al centro anti-violenza di Parma, perché non ce la facevo più a sopportare gli abusi. Ero devastata, ne parlai con due esperti del centro e mi consigliarono di lasciare Maurizio al più presto e che la situazione non sarebbe migliorata, ma peggiorata. Il 16 febbraio 2010 preparai di nuovo una piccola valigia, scrissi un’email a Maurizio comunicandogli che andavo dalla mia famiglia in California e sono partita: sapevo che se glielo avessi detto non mi avrebbe mai dato il permesso di partire e avrebbe ricominciato con le minacce. Poi, quando sono arrivata a Los Angeles, abbiamo parlato per telefono: lui continuava a minacciarmi, diceva che non ero nessuno senza di lui. (…) A un certo punto gli dissi al telefono che avrei portato Leo da un psicologo, perché si picchiava da solo già da un paio di anni. Maurizio non voleva ma era l’unico modo in cui potevo aiutare mio figlio. Così andai al Tribunale di Los Angeles dove chiesi la separazione e l’affidamento. Il giudice, oltre all’affido esclusivo del bambino a me, emanò anche un ordine di restrizione nei suoi confronti, malgrado lui fosse in un altro paese. (…) Nel Gennaio 2011, è venuto a Los Angeles per chiedere al giudice di vedere Leo senza la supervisione. Diceva che non aveva soldi per pagare il supervisore, e il giudice ha rifiutato, perché Maurizio non ha voluto parlare con la terapista di nostro figlio, per avviare un processo terapuetico di riunificazione. Per questo per due anni non ha visto il figlio, perché non ha accettato un percorso di incontri graduali dopo un passato traumatico. Durante le visite nel 2010 con Leo, lui diceva a Leo che un bimbo deve avere una mamma e anche un papà, e la stessa cosa l’ha ripetuta in una intervista con la CNN, e allora perché adesso vuole togliermi mio figlio? Per vendetta?”

Stralci della lettera del sig. Maurizio Rigamonti al Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano

“Egregio Presidente Napolitano, il mio nome è Maurizio Rigamonti. Le scrivo come cittadino italiano ma soprattutto come padre, ormai disperato ed esausto per le ingiustizie e i soprusi subiti fino ad ora negli USA in una vicenda che sembra non avere fine e che coinvolge vari organi governativi Italiani, come il Ministero della Giustizia, il Ministero degli Affari Esteri e il Consolato Italiano di Los Angeles. Mi auguro che questa lettera serva non solo a far conoscere anche a lei queste realtà ma che con la sua attenzione aiuti e tuteli tutte quelle persone che come me si ritrovano a vivere situazioni di questo tipo e che distruggono la vita di tanti bambini indifesi, utilizzati come armi per distruzione di famiglie. Quello che sto per raccontare con tanta frustrazione, amarezza e che alla fine risulterà anche grottesco è pura realtà vissuta innanzitutto da MIO FIGLIO, da ME PADRE e dalla MIA FAMIGLIA! Cercherò inoltre si essere sintetico e tralasciare la miriade di disgustosi dettagli che fanno diventare ancora più raccapricciante questa vicenda. Questa terribile storia inizia il 16 Febbraio 2010, con il rapimento di mio figlio Leonardo di anni 4 e 5 mesi, CITTADINO ITALIANO, NATO E CRESCIUTO E RESIDENTE IN ITALIA DALLA NASCITA e precisamente a PARMA; l’artefice di questo ignobile, codardo, meschino e incivile gesto è la madre alcolista americana, che per paura di perdere la custodia del figlio in Italia causa il suo problema e la sua frequentazione all’Anonima Alcolisti, decide con la complicità e la premeditazione della famiglia, di scappare a mia insaputa a Los Angeles, invece di portare mio figlio all’asilo. La stessa mattina mi scrive una mail dall’aeroporto di Heathrow, durante l’attesa del volo per Los Angeles, dove dichiara di essere partita senza dirmi nulla per non avere discussioni e mi rassicura dicendo di fare ritorno il 3 marzo, vado dai Carabinieri per denunciarla per sottrazione di minore e mi suggeriscono di aspettare, primo per non traumatizzare il bambino al suo arrivo negli USA, secondo per non attivare dei procedimenti prima del suo previsto ritorno. Durante i 15 giorni della sua permanenza negli USA ci sentiamo telefonicamente e mi scrive delle email scusandosi per quello che ha fatto e affermando continuamente la sua intenzione di tornare a Parma il 3 marzo. Il 2 marzo mi chiama dicendomi di avere l’influenza e di dover rimandare la sua partenza di qualche giorno, le rispondo di prendersi cura della sua salute e di farmi sapere la data del suo ritorno sperando che non sia l’ennesima bugia ma proprio il 3 marzo ricevo una chiamata da un avvocato di Los Angeles che mi dice che sono sono stato denunciato per violenze domestiche e devo presentarmi presso la Corte Superiore di Los Angeles il giorno successivo per un’udienza riguardante le violenze, la separazione e la custodia del bambino. Rimango sconvolto da queste parole tanto che rispondo: cosa? Ho sentito mia moglie 2 giorni fa e mi ha detto che avrebbe spostato la data del suo ritorno per problemi di salute. Non faccio in tempo a finire queste parole che la comunicazione viene interrotta bruscamente. Chiamo immediatamente il Consolato Italiano di Los Angeles e prendendo a cuore la mia situazione mi consigliano di fare immediatamente la denuncia attraverso i miei legali in Italia (Claudio Defilippi e Debora Bosi) per rapimento di minore e mi affidano ad un avvocato di fiducia a Los Angeles (Cinzia Catalino). Chiamo la Catalino e mi manda via fax la delega da firmare per potersi presentare in aula visto che io sono impossibilitato a farlo fisicamente per problemi di tempistiche e di ore di volo. Durante questa udienza non essendo io in aula a difendermi con il mio avvocato, viene emesso un ordine di restrizione temporanea nei miei confronti senza una prova e basata solo sulle parole della sua falsa testimonianza, dopo l’udienza mi ritrovo ad essere imputato di qualcosa che non ho mai commesso (nessuna denuncia in Italia o referti ospedalieri) e ad essermi negato qualsiasi contatto o comunicazione con mio figlio fisica, telefonica. L’udienza successiva sarà il 25 marzo. Nei giorni successivi con i miei legali Italiani facciamo richiesta tramite il Ministero della Giustizia del ritorno del minore appellandoci alla Convenzione dell’Aja e partiamo con le varie denunce presso il Tribunale di Parma e quello dei Minori di Bologna. Nello stesso tempo anche i miei legali a Los Angeles inoltrano la documentazione per la Convenzione dell’Aja e viene fissata un’udienza per il 9 Aprile negli USA. Parto per Los Angeles nei giorni successivi e all’udienza del 25 marzo viene deciso che questa sarà spostata a data da destinarsi e che si dovrà procedere con quella della Convenzione dell’Aja per la tutela della bambino. (…) Solo all’udienza del 9 Aprile mi viene concesso di vedere mio figlio, fuori dalla Corte, per un’ora dopo quasi 2 mesi e mi viene data la possibilità di vederlo 2 volte alla settimana, per 3 ore e solo con il monitoraggio di supervisori da me pagati 200 dollari a visita e con il DIVIETO ASSOLUTO DI PARLARE ITALIANO ANCHE SE LEONARDO è UN CITTADINO ITALIANO E PARLA SOPRATTUTTO ITALIANO!!!!! Decido di rimanere a Los Angeles per passare più tempo possibile con Leonardo anche se con costi enormi per me da sostenere e aspettare la data dell’udienza successiva. Alla prima visita monitorata dopo più di una settimana, Leonardo si comporta in modo strano e riluttante, rimango sconvolto dal suo atteggiamento così ostile e diverso dall’ora passata insieme dopo l’udienza, ricca di baci, abbracci e di giochi: povero bambino stava recitando una parte a lui imposta e che reggeva a fatica. In 10 giorni era stato condizionato e manipolato a tal punto contro di me che gli era stato imposto di dare la mano al supervisore e non a suo padre, di non ricevere nulla da suo padre, niente baci, niente abbracci, né acqua né cibo ma dopo 30 minuti l’innocenza e la spontaneità di un bambino prevale e ritorna ad essere più affettuoso e disponibile nei miei confronti anche se non del tutto, e mi dice che mi devo accontentare perchè non vuole forse disobbedire alle promesse fatte. Chiaramente la visita successiva non esiste perchè viene trovata subito la scusa che Leo sta male per cui lo rivedo dopo 15 giorni per altre 2 volte e dove durante anche queste visite dopo i primi minuti di ostilità si lascia andare e mi abbraccia e mi bacia affettuosamente e mi dice quanto mi vuole bene e che sono il papà migliore del mondo! (…) Ormai sono passati due mesi dal mio arrivo a Los Angeles e sono riuscito a vedere Leonardo solo 5 volte e dopo la conferma della data del processo fissata per il 27 luglio decido con il cuore a pezzi di ritornare in Italia per problemi economici, per seguire il mio lavoro e per raccogliere tutte le testimonianze in Italia per il processo. (…) Nel frattempo i NONNI ITALIANI non vedono e non sentono Leonardo da ormai quasi 5 mesi!!! Arriva anche Luglio e io riparto per Los Angeles fiducioso con le testimonianze delle maestre, vicini di casa, persino le amiche della madre di Leonardo, che conoscendo la verità, decidono di schierarsi dalla mia parte. Al mio arrivo sono felice perchè so che finalmente dopo 2 mesi rivedrò Leonardo, ma non è così: i legali della madre, diventati ormai 4 decidono che se voglio vedere mio figlio devo versare un bond da 10.000 dollari come cauzione: Faccio presente che non ho questa possibilità visto che dovrò pagare la psicoterapeuta delegata dalla Corte, tutte le relative spese legali e la mia permanenza a Los Angeles per un altro mese. Per cui niente BOND niente visite!!! Al primo appuntamento con il mio avvocato di Los Angeles spunta addirittura una email scritta dal loro legale in Italia (Emanuela Strina del foro di Milano) al loro legale negli USA (Peter Lauzan) che mi accusa di aver saputo tramite un testimone che VUOLE RIMANERE ANONIMO (e che non testimonierà il fatto in nessun luogo ed occasione) di avere INGAGGIATO UN KILLER IN ITALIA e a LOS ANGELES per un attentato alla vita di mia moglie e per poter fare del male anche a mio figlio!! Questa lettera verrà usata per potermi incastrare attraverso l’FBI e messa agli atti durante il processo! Con i miei legali in Italia decidiamo di sporgere denuncia querela per calunnie e diffamazione e di scrivere all’Ordine degli Avvocati del foro di Milano e chiedere l’espulsione di Emanuela Strina per violazione del Codice Deontologico per le gravi accuse di tentato omicidio. Dopo aver avuto 2 colloqui con Terry Asanovich, la psicoterapeuta delegata dalla Corte per la perizia sugli abusi sessuali su Leonardo, vengo chiamato per un incontro combinato di un’ora con lui e chiaramente dopo quasi 3 mesi senza vedermi e un’altro lavaggio del cervello, come da copione, mi rifiuta e mi dice che io pretendo di essere buono e gentile evitandomi e rifugiandosi dalla terapeuta. Io scoppio a piangere e mi chiedo come può una madre fare una cosa simile al proprio figlio, utilizzando la sua innocenza in questo modo crudele e inumano. Arriva il 27 Luglio e dopo 10 giorni di processo (il più lungo nella storia dei casi di Sottrazione Internazionale di Minore), dopo aver speso 40.000 dollari, dopo aver avuto 28 testimonianze scritte a mio favore, 4 telefoniche dall’Italia a mio favore, 1 da Los Angeles a mio favore, l’investigazione sugli abusi sessuali e le violenze domestiche effettuate dai Servizi Sociali Americani risultata INFONDATA E INCONCLUDENTE, nessuna prova concreta delle accuse fatte nei miei confronti, l’abuso di alcolici della madre confermato anche in Corte, il Giudice Marjorie Steimberg emette la sentenza e dice che sulle basi della perizia fatta da Terry Asanovich IL BAMBINO NON DEVE ESSERE RIMPATRIATO IN ITALIA CON IL PADRE perchè potrebbe subire un danno emotivo e perchè ha dimostrato di avere un comportamento ostile nei confronti del padre!! Ma che potrà tornare in Italia solo con la madre, e solo se il padre toglierà la denuncia fatta per sottrazione di minore, solo se i tribunali Italiani emetteranno una diffida (senza nessuna denuncia) nei confronti del padre che tuteli la madre, solo se il padre pagherà tutte le spese per la madre e il figlio casa compresa e solo se queste ordinanze soddisferanno la Corte di Los Angeles il bambino potrà tornare in Italia. INTANTO I NONNI ITALIANI NON SENTONO LEONARDO DA 8 MESI COME SE ANCHE LORO NON NE ABBIANO IL DIRITTO! MI CHIEDO CHE TIPO DI GIUSTIZIA SIA QUESTA IN UNO STATO CHE SI RITIENE CIVILE E DEMOCRATICO! Possibile che una persona possa scappare con un bambino in un altro Stato e inventarsi tutte le porcherie del mondo senza una prova concreta!!!! E chi sta dall’altra parte deve subire e pagare ingiustamente tutte le conseguenze per fatti ed episodi mai esisti. SE LE PERSONE COINVOLTE IN UNA VICENDA COME QUESTA SONO RESIDENTI IN ITALIA I PROCESSI DEVONO ESSERE SVOLTI NELLO STESSO STATO E NON IN UNO STATO CHE NON HA NESSUNA GIURISDIZIONE PER L’ACCUSATO E CHE CERCA DI PROTEGGERE E TUTELARE SOLO CHI VUOLE! Tutti i fatti elencati in questa lettera sono dimostrabili con documenti e sono a conoscenza del Ministero della Giustizia, il Ministero degli Affari Esteri, il Consolato Italiano di Los Angeles, il Tribunale di Parma e il Tribunale dei Minori di Bologna. Distinti Saluti, Maurizio Rigamonti”