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Lo scienziato borderline

Sulla gerontocrazia e i “grandi vecchi”

Questo è un articolo di odio. Di odio contro i gerontocrati. Ovvero: i cosiddetti “grandi vecchi”, che grandi sono a volte solo all’anagrafe, ma che talvolta  fanno qualsiasi cosa pur di rimanere attaccati alla propria poltrona, anche quando l’età li riduce a dei fantasmi cadenti e tremuli, rimbecilliti dall’alzheimer, inadatti platealmente al proprio ruolo ma avidi di strappare ancora qualche mese, qualche anno, fino all’impossibile.

Sono favoriti soltanto dal fatto che la nuova generazione è davvero imprensentabile, figlia di un vuoto morale e politico durato vent’anni, e sono normalmente composti da opportunisti rettili invertebrati senza spina dorsale, pronti a vendere qualunque cosa di sè stessi pur di avere un briciolo di potere e di notorietà, assenti i valori dei padri fondatori della nostra Repubblica, che invece purtroppo sono falciati dall’età.. Ciononostante, questo non giustifica la ostinata, pervicace, imbarazzante, disturbante, interminabile presenza di queste facce incartapecorite alla ribalta della scena politica, intellettuale, culturale.

A me, lo confesso, i “grandi ed autorevoli vecchi”, dispensatori di sagge parole dettate dall’esperienza, provocano una insofferenza fisica e intellettuale insostenibile. E’ una legge fisiologica: verso gli ottant’anni, la capacità intellettuale e di analisi di una persona è ridotta mediamente al 25% rispetto all’età di trenta. Ci sono le dovute eccezioni, ma queste non devono diventare la regola: se sottoponete uno di questi “grandi anziani”  ad un test di riflessi, capacità di sintesi, velocità di eloquio, ragionamento, fuori dal piccolo seminato di concetti ripetuti  (tratti dai “loro stessi” di trent’anni, vent’anni prima) che continuano ostinatamente ad intasare posizioni di potere, cariche, etere, giornali, media, ottenete risultti che consigliano, rispettosamente, una onorevole messa a riposo.. In caso negativo, come nel 90% dei casi, un umile consiglio: la Valle di Susa – od altre valli italiane equivalenti – è piena di funghi e castagne: sono molto salutari le passeggiate per raccogliere frutti ed edificare il proprio spirito e rimanere attivi fino a tarda età: sparire, sfumarsi, lasciare un buon ricordo di sè, senza rimpianti. E possibilmente senza approfittare pervicacemente delle proprie posizioni di potere, attribuite ad un’ALTRA persona, quella di trent’anni, vent’anni prima, e non a quello attuale. Fare un passo indetro, con signorilità e buon gusto.

Ci sono le dovute eccezioni, ma che diventano sospette man mano che l’età avanza: il presidente Azeglio Ciampi era un grande esempio di eccezionale saggezza e pacatezza, ma non esito a dire che – negli ultimi due anni di presidenza – quando parlava a “ruota libera” faceva delle pause di circa tre-cinque secondi fra un concetto espresso e l’altro: sembrava riflettesse pacatamente, ma in realtà attendeva che la macchina neuoronica, sepmpre più difficoltosa e lenta ad attivarsi, gli permettesse di dire la frase successiva. Diagnosi a vista espressa da un medico esperto di degenarazioni neurologiche: una vera pena. Personalmente, non ho più nessuna fiducia nella lucidità dell’attuale presidente della Repubblica: è troppo vecchio per poter fronteggiare stimoli improvvisi: al di là delle considerazioni, discutibilissime visto il suo passato, sulla  “grandezza morale”, si tratta di una persona chiaramente compromessa in alcune sue doti rispetto alla sua età matura ma non cadente. L’ultimo, imbarazzante discorso “di fine anno” ne è stata una conferma molto triste.

Tutti li vediamo. Il declino imbarazzante e che a volte stringe il cuore di questi ex-brillanti, ex-dinamici, ex-saggi, uomini anziani. La società moderna ha allontanato il concettto di morte, e con questo quello di decadenza fisica: ognuno, sempre, a parte che non sia malato terminale, dimostra sempre “meno dei suoi anni”. Non è vero, amici: l’età senile è una età bellissima, ma non ci permette di fare più le cose che facevamo “da giovani”, nonostante quanto ci dicano i nostri amici:  bisogna sapere quando è il momento di smettere, che non significa smettere di vivere, di impegnarsi, di essere utili alla società. Semplicemente, con un termine che spero sarò accettato nella sua cruda franchezza: levarsi dalle scatole.

Facciamo una piccola casistica, così come mi vengono in mente, degli esempi più penosi a livello di persone famose, poi passeremo a certe categorie. Voglio proprio levarmi qualche rospetto dal gozzo, che vi gratta con fastidiose zampette da molti e molti anni.

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Francisco Franco, il “caudillo”, dittatore fascista spagnolo. Rimase in carica fino al 20 novembre 1975, il giorno della sua morte, a 83 anni. Devastato dal morbo di Parkinson, le notizie sul suo coma e sulla sua morte si susseguirono per settimane prima dell’effettiva dipartita. Conservò ancora una certa lucidità fino a due mesi prima di morire, quando cestinò una lettera dell’allora papa Paolo VI che gli chiedeva clemenza per otto condannati a morte. Un fulgido esempio di buon vecchio padre di tutti gli spagnoli. Qui riportiamo una sua foto nel feretro, e non si dica essere una cosa macabra, dato che si tratta di una foto pubblica, di chi fino a qualche giorno prima  conservava tutti i poteri a capo di una grande nazione europea.

Kostantin Černenko. Quando Andropov – anch’egli un fantasma malato per due anni – morì nel febbraio 1984, Černenko fu eletto al suo posto nonostante fosse già malato. Dopo pochi mesi entrò in ospedale, ma nessuno pensò ovviamente alla possibilità che si dimettesse: il Politburo ideò una firma facsimile per tutte le lettere ufficiali che il capo dell’URSS doveva firmare. La ragione ufficiale della permanenza in ospedale venne definita come “ripetuti raffreddori”.

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La scena più crudele fu quando, già morente nel letto di ospedale, venne trasportato a votare per le elezioni del 1985. Morì di lì a poco.

Augusto Pinochet, il dittatore e  assassino di Allende, restò capo delle forze armate cilene fino a 83 anni. Quando morì, a 91 anni, nel 2006, era ancora senatore, ma alla fine gli era stata revocata l’immunità parlamentare e doveva venire processato per i suoi crimini. Coraggioso il tentativo da parte del Governo britannico che lo arrestò su mandato di un giudice spagnolo per crimini contro l’umanità: ma le “cattive condizioni di salute” lo salvarono sempre da un processo vero e proprio. Riportiamo qui una sua foto dei tempi d’oro, quando l’allora Papa venne a visitarlo e lo benedì quando era capo di stato ed aveva causato la morte violenta o la sparizione di circa 40.000 persone e l’arresto e la tortura. per oltre mezzo milione. Passò tutta la sua vecchiaia a difendersi pervicacemente e strumentalmente dalle accuse su quanto aveva commesso nell’età matura, diciamo fra i 60 e i 75 anni: una fine agghiacciante e triste, meritata ma che lascia l’amaro in bocca per questo vecchio sempre più malato e cadente che difende con disperazione un altro sé stesso, un criminale che vent’anni, trent’anni prima aveva commesso crimini inauditi.

Torniamo per un attimo a casa nostra, parlando di individui meno truci rispetto a questi vecchi satrapi in ostentazione della loro decadenza fisica.. Il governo Monti è il più vecchio della storia d’Italia, ed anche il più vecchio d’Europa. Monti ha 68 anni, ed ha scelto suoi coetanei, dato che l’età media è 64 anni, circa dieci anni superiore alla media precedente dei governi italiani (55 anni). In Europa non abbiamo rivali: distacchiamo di ben 7 anni l’età media dei secondi governi più anziani, quelli di Grecia e Ungheria (57  anni). Nei governi baltici e scandinavi, Estonia e Svezia hanno un’età media dei ministri di 40 anni. D’altra parte, Monti aveva sostituito il suo predecessore Berlusconi, che ora, a 77 anni, si ricandida come premier.

pinochoconpapa

Lasciando stare per carità di patria l’età di certi senatori a vita, abbiamo che alla nostra Camera dei Deputati l’on. Giorgio La Malfa è deputato da 41 anni, con una breve interruzione di una legislatura. Meno conosciuti Mario Tassone, deputato da 34 anni, e  Francesco Colucci,  33 anni di presenza. Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini sono alla Camera da oltre 29 anni. Al Senato, Beppe Pisanu è in carica da 38 anni, Altero Matteoli e Filippo Berselli da 30. Anna Finocchiaro, 25 anni, Emma Bonino, 21 anni, Franco Marini, Maurizio Gasparri, Roberto Calderoli e Roberto Castelli, 20 anni di presenza, sono quasi dei novellini.

E veniamo al mio mestiere, il professore universitario. Fino a non moltissimi anni fa, l’età della pensione per noi professori ordinari era di 75 anni, elevabile a 77 anni qualora l’interessato facesse un’apposita domanda. Era una bella dimostrazione di ottimismo, dato che si trattava dell’unico caso al mondo di età pensionabile superiore alla durata della vita media della razza umana, almeno per i maschi, cioè la stragrande maggioranza fra noi. L’età della pensione è stata successivamente portata a 72 anni, ed ora a 70: sembrava proprio che l’anagrafe, l’unica risorsa in molti casi, potesse contribuire a fare entrare un po’ di giovani nell’università e lasciare riposare gli anziani che tanto avevano dato. Tuttavia, fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, anzi, la recente “deregulation” che si è avuta nell’università. Consulenze, contratti a termine, qualifiche di “senior professor”, affidamenti di corsi retribuiti o gratuiti, sono moltissimi i modi con i quali gli anziani colleghi hanno trovato il modo di  contribuire ancora alla docenza universitaria. Scrivo questo paragrafo, ora che ho 50 anni, con molta meno veemenza rispetto a come l’avrei scritto quando ero un giovane ricercatore di 30: sento anche io avvicinarsi la temuta data della pensione (sarà esattamente il 1 novembre 2032) e non escludo purtroppo di comportarmi anche io – se ci arriverò – allo stesso modo: sarò magari un vecchio ordinario rinsecchito e che strascica i piedi, ma che continua a pensarsi indispensabile e reggendo con mano tremante un microfono, biascica nozioni che ha imparato circa mezzo secolo prima, fra la sopportazione, la pietà e a volte l’ironia feroce e gli occhi volti al cielo degli studenti. Povero Massimo Zucchetti, guardalo come è ridotto: fino a vent’anni fa era un insegnante abbastanza brllante ed energico, ora si fa fatica a capire cosa biascica mentre un assistente pietoso e trepido controlla che non incampi nei fili del microfono. Che brutta fine, ci domandiamo chi glielo abbia fatto fare.

Ci sarebbe ancora molto da dire su molte categorie, ed un’occhiata a certe presidenze e consigli di amministrazione degli istituti bancari sarebbe opportuna ed illuminante. Ultra- o quasi ottantenni che, sfruttando le loro consolidate posizioni di potere, si autoconfermano ancora per cinque anni, senza contare l’inesorabile procedere della decadenza neuronica, arteriosa e muscolare, sperando sempre di essere l’eccezione che conferma la regola, mentre chi fa il vero lavoro, i trentenni o i cinquantenni che ossequiosi gli scrivono i discorsi e gli correggono i documenti, aspettano con ansia malcelata l’unico rimedio possibile: con molta crudeltà, un bell’ictus o un infarto, che finalmente li releghi fuori dalle leve del potere, dato che non intendono altre ragioni.  Crudele, ma comprensibile quando vedi violate anche le più elementari regole di “noblesse” che portano alcuni, pochi, a lasciare nel pieno delle proprie capacità e dedicarsi, ripeto, ad attività altrettanto interessanti, come la raccolta di funghi, il giardinaggio, la cura dei nipoti, i piccoli viaggi, il gioco delle bocce e del tressette, la scrittura delle proprie memorie, il volontariato, o semplicemente: il RIPOSO.

Ma mi fermo qui. Qual è la morale di questo articolo? Questa: non trovo nulla di strano nel fatto che Joseph Ratzinger, una delle persone che mi stanno meno simpatiche al mondo, abbia deciso – malato e ottantacinquenne – di rinunciare alla sua carica. Certo, hanno contribuito i devastanti scandali che, per citare lle sue parole, “deturpano il volto della chiesa”. Molti soliti ed usuali cattoflagellanti hanno detto che “doveva portare il suo pesante fardello fino alla fine”, come fecero alcuni suoi illustri predecessori, da Papa Wojtila a Papa Montini: vecchi, cadenti, agonizzanti, e che tanta pena suscitavano nelle anime buone. Altri casi più clamorosi di inabili totali, totalmente privi di intelletto, per anni al soglio pontificio risalgono al passato pre-televisivo, e quindi non contano.

Io, se fossi in loro, nei cattoflagellanti intendo, sarei invece contento di vederci risparmiata – per una volta – la pena di vedere un uomo anziano e stanco, non più all’altezza del proprio compito, incapace di fronteggiare i mille problemi dell’azienda Vaticana in piena crisi, trascinarsi faticosamente ed attendere la morte come unica liberazione.