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losangelista

Steve Jobs decostruito da Aaron Sorkin

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Pochi personaggi contemporanei suscitano la universale riverenza di Steve Jobs. Il demiurgo tecnologico del moderno presente, pioniere e oligarca benevolo della Apple è oggetto di un culto di cui lui, abituato a sfruttare il carisma di personaggi “mitici” nelle pubblictà dei suoi computer, certamente approverebbe.  Vista la diffusa tendenza all’ossequio per il “genio di Cupertino”, ogni sua biografia è ad alto rischio agiografico. Un pericolo fortunatamente scongiurato in Steve Jobs, l’affascinante film di Danny Boyle e Aaron Sorkin che scarta la pedanteria biografica a favore di un vertiginoso esercizio di funambolismo drammaturgico.  “L’ultima cosa che volevo fare era una biografia”, dice Aaron Sorkin nella consueta impeccabile tenuta giacca e cravatta da professore di economia. “Non è un mio eroe”confessa  da canto suo il regista scozzese. “In campo tecnologico quelli semmai sono Alan Turing, Tim Berners Lee che si è battuto per un internet libero e i fondatori di Wikipedia, paladini dell’informazione accessibile e gratuita”.

Ma si tratta pur sempre secondo Boyle, di “un personaggio che ha avuto un profondo effetto sul nostro mondo, un cambiamento epocale avvenuto negli ultimi 30 anni. Una piccola goccia di tempo che ha spostato l’asse terrestre.” Secondo il regista che definisce il ritratto “una nostra versione di Jobs”, le gesta dei nuovi condottieri tecnologici  “meritano l’esame di artisti e scrittori” capaci se necessario di andare oltre “i fatti che a volte sono impedimenti alle verità più profonde”. E il compito qui non poteva essere affidato a penna più adatta di quella di Sorkin. Secondo forse solo a David Mamet per il virtuosismo “architettonico’ dei suoi dialoghi, Sorkin ha sondato le intersezioni della modernità con la politica (West Wing, Bulworth), il giornalismo (Newsroom) e la tecnologia (Social Network). Quest’ultimo era lo studio di Mark Zuckerberg, il magnate bambino di Facebook, ma in Jobs ha l’apoteosi del genere: un manager perfezionista e compulsivo al limite dell’ossessione e spesso oltre il limite dell’abuso dei collaboratori. Nella versione di Sorkin (ispirata ma non adattata dalla biografia autorizzata di Walter Isaacson) il capo della Apple è un genio sullo spettro autistico, succube di malformazioni emotive (ricorre il tema della sua duplice adozione) che compensa le carenze affettive creando talismani adorati dalle moltitudini.

Steve Jobs che in Italia uscirà a gennaio è un film “teatrale” e sublimamente cinematico allo stesso tempo, ambientato in tre distinti giorni, ognuno quello del lancio di un prodotto “iconico” della Mela: il primo Macintosh nel 1984,  il debutto del Next, il computer progettato da Jobs dopo essere stato allontanato dal consiglio di amministrazione Apple nel 1988 e l’iMac  presentato nel 1996 dopo il suo rientro. Boyle scandisce le pietre miliari dell’era digitale girando i tre episodi rispettivamente in 16 mm, 35mm e sull’Alexa, la macchina digitale della Arri, rappresentando col passare del tempo anche l’evoluzione mozzafiato dell’estetica imposta dall’innovazione tecnologica. Il filo conduttore drammatico scelto da Sorkin invece è il rapporto di Jobs con Lisa, la figlia mai riconosciuta, una relazione malformata che ricorre nei backstage dei prodotti scintillanti  e perfetti.