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Quinto Stato

Stefano Rodotà, ritratto della vita multiforme

Stefano Rodotà

Stefano Rodotà

Addio al grande giurista Stefano Rodotà, scom­parso a 84 anni. Ritratto di un intellettuale politico costruito in anni di incontri, interviste e recensioni, scambi di libri e di film. Solidarietà e comunanze al centro di un progetto politico dove la vita è un movimento multiforme e la critica al “terribile diritto” può anche portare al diritto all’esistenza che ci riguarda tutti. (Da la furiadeicervelli)

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Stefano Rodotà ha avuto quel dono raro di occuparsi degli incontri, legandoli fortemente a una prospettiva politica e intellettuale. Con un messaggio, una telefonata, un gesto quando lo incontravi. Nelle interviste, che spesso mi ha concesso, avevamo creato un luogo d’incontro, un pensiero in presa diretta, che talvolta viene riservato a chi fa questo mestiere. Rodotà era un uomo presente, di una presenza che lascia il segno. Indimenticabile.

Solidarietà, utopia necessaria

Era appena uscito uno dei suoi libri più inattesi, Diritto d’amore, ne scrissi qualcosa. “Un vero, rarissimo “accompagnamento” culturale – mi scrisse – che davvero poche persone, sempre meno, sono capaci di fare. Dunque, un interlocutore, ben più di un recensore. Che cosa può volere di più un autore?”.

Erano parole rare, e non compiacenti di cui certo non aveva bisogno, sintomo di una solidarietà creata da scambi di libri e di film. Qualche tempo prima avevamo visto lo stesso film: Due giorni, una notte dei fratelli Dardenne con una combattiva, splendida Marion Cotillard. Ne fui entusiasta, si tratta di un film davvero potente, quando la solidarietà si trasforma in un’arma, e non è compatimento tra le vittime. Scrissi qualche riga, per essere all’altezza di quel desiderio.

Rodotà era un lettore onnivoro, aggiornatissimo. Lesse la recensione e propose la sua lettura politica. Ne parlammo, di questo entusiasmo comune, e invece di una recensione gli proposi un’intervista su un altro libro da poco uscito, Solidarietà: un’utopia necessaria.

“La solidarietà è una pratica che mette al centro i diritti sociali. I diritti sociali non possono essere separati dagli altri”.

Rodotà  considerava l’umanità come parte agente di un disegno politico universale, non il rifugio nelle vecchie sovranità dello Stato nazione. Altrettanto importante era la sua interrogazione sul soggetto della solidarietà. L'”umanità” è un soggetto storico e incarnato, dentro i dispositivi del potere e i conflitti politici, sociali e giuridici che ne derivano:

“Quello per eccellenza è stato il movimento operaio – mi disse – C’è un canto rivoluzionario che dice: “Sebbene che siamo donne, paura non abbiamo, per amor dei nostri figli, in lega ci mettiamo”. Qui c’è la consapevolezza orgogliosa della dignità delle donne che diventa principio di azione collettiva. Su questi principi gli esclusi si sono auto-organizzati, le loro leghe hanno permesso ai socialisti e ai cristiani di trovare punti di convergenza non compromissoria. Nell’Internazionale si voleva costruire un’umanità che non era la somma di persone, ma la congiunzione di una serie di soggetti che agiscono collettivamente in vista di un interesse comune. Questo ha portato al riconoscimento dell’esistenza libera e dignitosa di cui parla la nostra Costituzione”.

La solidarietà, come pratica politica e non come legame caritatevole con i poveri, ha permesso di superare la separazione tra politica e sociale, oltre che l’eterogeneità e frammentarietà del “sociale”. Nella ricostruzione di Rodotà questa pratica è un agire della cooperazione fondato sui diritti sociali. Oggi questo ruolo propulsivo è venuto meno. Oggi si parla di «poveri», non di vittime della lotta di classe. La loro situazione viene affrontata con la logica del dono, mentre invece bisogna riscoprire gli strumenti dell’organizzazione politica e dell’emancipazione degli oppressi. 
Rodotà ha avanzato una tesi: ieri, come oggi, la solidarietà è una pratica che riforma i legami, ricompone un soggetto necessariamente più ampio del precedente, produce un’attitudine cooperativa lì dove sembra scomparsa. La solidarietà è «un movimento» che mantiene l’orizzonte aperto oltre le miserie del presente. Questo è un antidoto al realismo dei rapporti di forza che demoliscono la nuda logica del potere e la piccola patria dei simili che si rafforza contro gli stranieri e i più deboli tra i deboli. 
Come sempre in Rodotà, politica e costituzione, pratiche e principi giuridici, legami sociali e parità dei diritti, camminano insieme. 

“Narrare i diritti”

Rodotà sapeva trasportarti al centro della politica che identificava nell’applicazione dei diritti al di là dei riduzionismi. “La grammatica dei diritti – scriveva – è certamente povera, non ci consente di narrare tutto di noi e del mondo. E tuttavia i diritti, pur nell’inevitabile parzialità, sono un nucleo duro che non può essere scalfito senza negare la nostra stessa umanità”.

In questa “narrazione dei diritti” Rodotà attribuiva la possibilità di creare una comunità inattesa dov’è spontaneo darsi del “Tu”, ritrovando una comunanza e una solidarietà, elementi primari della politica oggi occultati “attraverso ingannevoli bilanciamenti d’interesse che fanno prevalere le esigenze della sicurezza e le logiche di mercato, quasi che fossero valori di fronte ai quali ogni altro principio o diritto deve cedere”.

Forte uomo di pensiero, con un’innato senso per l’autonomia e la libertà, Rodotà è la negazione della figura di accademico separato dalla società o del politico incastonato in una tecnocrazia insensibile e marziana. Sapeva tradurre la teoria in prassi, in discorsi affilati, chiaramente e duramente politici. Ascoltarlo significa sapere chi è l’avversario, qual è il problema, verso dove rivolgere lo sguardo per individuare una prospettiva. L’affetto, e la popolarità che hanno costellato la vita di questa persona negli ultimi anni devono, probabilmente, molto a questo atteggiamento etico verso la vita e la politica.

La nettezza del conflitto si armonizzava con la dialettica della visione. I Beni comuni, ad esempio, che hanno rappresentato nell’ultimo scorcio della sua vita un impegno quotidiano e militante. Era una costruzione politica che lo impegnava in prima persona, a strettissimo contatto con gli attivisti che hanno dedicato anni della loro vita a creare un’istituzione che ne fosse lo sviluppo politico e giuridico.

Il più terribile dei diritti

Il teatro valle occupato, di cui fu fermo e radicale sostenitore, può essere considerato oggi una parte di questa visione. Se ne avessimo avuto la forza politica, e sociale, avremmo continuato sulla strada. Ci avrebbe portato alla creazione di un’autogoverno di cui quella teoria era l’anticipazione. Non ce l’abbiamo fatta, dolente è stata quella fine. Ma quell’intensità politica sgorgava da un pensiero vivente in cui milioni di persone – grazie a un referendum vittorioso ma purtroppo disatteso in questo paese tremendo – hanno ritrovato una comunanza.

Oppure la lunga stagione del garantismo. Rodotà fu tra i fondatori di Antigone, la rivista del garantismo penale edita inizialmente dal Manifesto. La battaglia per l’indulto ai terroristi per chiudere con le leggi dell’emergenza. Rodotà ne fu uno dei fautori, in una durissima battaglia iniziata negli anni Ottanta, quando era nella Sinistra indipendente.

Stefano Rodotà si è sempre posizionato nel cuore di quella vita irregolare che è stata la sua ossessione da teorico del diritto privato, il “più terribile dei diritti”, la proprietà, recita uno dei suoi più importanti libri. Questa lunga critica del diritto, e della politica, gli aveva permesso di riconoscere il pericolo della riduzione della nozione di “vita” alla biologia. “Così si legittima l’oppressione – scriveva – La vita è giocata contro la persona e di nuovo il diritto e i diritti vengono presentati come un intralcio o un costo insopportabile, e non come una precondizione ineliminabile dell’autonomia individuale e della libera costruzione della persona”.

Liberalismo e diritti sociali, un’alleanza a suo modo irregolare, almeno a considerare le tradizioni politiche dell’otto-novecento dove queste prospettive si erano scontrate, in maniera anche virulenta. Rodotà ha proposto un ripensamento radicale nella sua opera. Era un eretico, proponeva una sintesi di nuovo genere mai del tutto compresa dal marxismo e di certo molto lontana dagli orizzonti liberali. Una sintesi che rifletteva sul rovescio dell’antropologia neoliberale che afferma formalmente una libertà e materialmente invece impone il suo rovescio dello sfruttamento. Questa intuzione pone l’opera di Rodotà, oggi, all’avanguardia di chi ricerca una nuova forma della politica. Egli ha incarnato la sensibilità più contemporanea che emerge, ad esempio, nei movimenti sociali. Da qui la sua vicinanza con le forme di vita, d’amore e di relazione.

Diritto d’amore

La critica del diritto e la politica del “diritto ad avere diritti” possono essere ritrovate nel suo ultimo libro, Diritto d’amore.Come tutti i diritti, anche questo non nasce dall’arbitrio soggettivo, né da un fondamento naturalistico, ma dal legame tra il diritto e la realizzazione di un progetto di vita. Il diritto è legittimato dalle persone che decidono di riconoscerlo e lo usano per affermare l’autonomia e la libertà di tutti, non solo la propria.

Ciò non toglie che il diritto e l’amore, il desiderio di unirsi a un’altra persona, indipendentemente dal suo sesso, mantengano una distanza irriducibile. Quasi mai, infatti, il diritto è un complice della vita. Anzi, esiste per disciplinare gli affetti e per creare il modello del cittadino laborioso, maschio, proprietario. L’amore, invece, non sopporta regole o norme. Preferisce crearle da sé, nell’esperienza delle relazioni, seguendo un divenire che difficilmente può essere contenuto in un’unica disciplina valida per tutti.

In questo conflitto inesauribile tra vita e diritto per Rodotà è fondamentale il ruolo delle minoranze: il movimento omosessuale, insieme a quello femminista, quello Lgbtq, interpretano lo stesso modo di fare politica: per vincere i movimenti si coalizzano con altri soggetti attivi nella società al fine di ottenere un riconoscimento sociale e istituzionale. Le conquiste sulle libertà personali sono valide per tutti, come hanno dimostrato l’aborto e il divorzio. Il diritto d’amore si inserisce in questa nobile vicenda. Lo stesso discorso può essere applicato ai diritti sociali che Rodotà considerava nel ventaglio dei diritti fondamentali della persona.

Rodotà proponeva una teoria politica basata sul diritto ad avere diritti. Una formula che caratterizza l’azione coordinata delle minoranze e afferma i diritti universali di tutti: il welfare state, l’ambiente, i beni comuni, per esempio. L’universalismo singolare dei diritti si pratica sottraendosi dall’identità maggioritaria fissata per legge (Deleuze la definiva «divenire minoritario») e, allo stesso tempo, nella creazione di un diritto all’esistenza che sfugge ai principi della morale dominante e agli assetti del potere organizzato dal diritto. Questa duplice azione rivela l’esistenza di uno spazio rivoluzionario.

Il diritto all’esistenza

Diritto all’esistenza – ius existentiae – per Rodotà è anche il “reddito di cittadinanza”. Locuzione oggi diventata a suo modo popolare in Italia per un equivoco creato dal Movimento 5 Stelle. M5S in realtà intende un “reddito minimo” legato alla scelta obbligatoria di un lavoro. Concetto ritenuto aberrante per tutti i lavoristi che declinano l’articolo 1 della Costituzione in maniera riduzionistica (nella “Repubblica fondata sul lavoro” per avere un reddito bisogna fare un lavoro “qualsiasi”), Rodotà giustificava il diritto all’esistenza con l’articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali con la quale l’Ue si impegna a riconoscere il diritto all’assistenza sociale e abitativa e a garantire un’esistenza dignitosa ai cittadini, e con l’articolo 36 della Costituzione. Considerati insieme, questi articoli offrono una chiave per considerare il reddito fuori dalla prospettiva riduzionistica del salario minimo o come uno strumento di lotta contro la marginalità.

In questa crasi tra diritto e esistenza, Rodotà ha restituito il movimento irregolare, diseguale e multiforme della vita. In questo momento di commozione, e ricordo, non si può non pensare a quella capacità del diritto – a cui egli ha dedicato la passione di una vita – di esprimere una potenza riconosciuta a ogni donna e ogni uomo da un grande filosofo: Baruch Spinoza.