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losangelista

State of the Union: L’occhiolino di Obama

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La liturgia dello State of the Union è tradizione e teatro politico, un rito annuale pensato più per celebrare le istituzione presidenziale che per dare un’effettiva misura della nazione. Detto questo è comunque un momento utile per prendere la temperatura di un presidente. Quello pronunciato ieri sera da Barack Obama ha fotografato l’attuale paradosso politico di Washington: un capo dell’esecutivo al crepuscolo del mandato, azzoppato da una cocente sconfitta del suo partito e alle prese con un congresso dominato in entrambe le camere da ampie maggioranze repubblicane, che pure sta vivendo il momento più vitale della propria presidenza. Obama è entrato nell’aula della camera con aria del padrone di casa ed ha fatto il suo discorso ad oggi più ottimista e trascinante, almeno fra gli state of the union.

Dopo cinque anni di cauto ottimismo, l’Obama di ieri ha sbandierato apertamente la “sua” vittoria economica. “Da 15 anni siamo entrati in un nuovo secolo.” Ha detto, “quindici anni cominciati con attacchi terroristici sulle nostre sponde, continuati con una generazione spedita a combattere due guerre lunghe e costose e che in seguito hanno visto diffondersi nel mondo una crudele recessione. Sono stati, e per molti sono tuttora, tempi duri. Ma oggi voltiamo pagina”. Ha concluso Obama come se stesse annunciando lo sbarco in Normandia.

Non c’è che dire è stato il tipo di discorso che scalda il cuore di ogni buon consulente elettorale (anche per come sorvola gli aspetti meno encomiabili – guerre segrete, neo-eccezionalismo, droni) in vista alle manovre pre-elettorali che stanno per impadronirsi della politica di Washington. Obama, che a tratti ha ricordato per verve il Clinton dei tempi migliori, ha ricordato che per lui le campagne sono finite – e forse c’entra anche questo nella sua ritrovata disinvoltura, fatto sta che ha proseguito la serie di iniziative unilaterali che ha intrapreso di recente annunciando sovvenzioni per gli universitari e tasse sui ricchi come chiave di volta di una nuova politica a a favore della middle class.

Ora che ce l’abbiamo fatta ha detto il presidente – peccando lievemente di ottimismo – dobbiamo decidere se la nostra economia debba arricchire solo pochi eletti o dare pari opportunità a tutti coloro che pur con doppi lavori non arrivano a fine mese. Mentre John Boehner, lo speaker repubblicano alle sue spalle, sembrava dall’espressione aver mangiato qualcosa di guasto, Obama sorridente ha incassato una serie di standing ovation (almeno semi-standing perchè i repubblicani in realtà sono rimasti spesso seduti) col piglio da oratore eloquente ma alla mano non visto dai tempi della sua prima campagna elettorale.

Il modello con cui di solito si misurano questi eventi sono la sfida di Kennedy per la luna. La versione Obama è stato l’invito all’astronauta Mark Kelly in partenza per la stazione spaziale, di postare le foto su instagram.

Il momento più significativo forse è stato l’occhiolino strizzato dal presidente al suo pubblico durante un applauso particolarlemente caloroso, un gesto come di confidenza un pò smargiassa che avrebbe potuto fare Michael Jordan dopo un dunk e che sui social ha avuto l’immediate risonanza di un selfie di Totti. Un attimo che da solo ha raccontato una serata appartenuta del tutto al presidente azzoppato – ma apparentemente non arreso.