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Spunta la vendita di uffici e caserme

Caos sui conti: la Lega in crisi esclude interventi sulle pensioni. Bossi fugge dal Cadore. I «maroniti» invocano la patrimoniale. E al Tesoro si studia l’ennesima dismissione di immobili pubblici

Forse è il caldo. Forse è il timore della rabbia popolare. Sta di fatto che sulle correzioni alla manovra sembra abbiano spalancato le porte dei vecchi manicomi. Non c’è figura pubblica più o meno nota – dal sindaco di Forlimpopoli al cardinal Bagnasco – che non dica la sua su come correggere il decreto di Ferragosto.

Nel silenzio imbarazzato dei «big», peones e comprimari di ogni rango e provenienza affollano etere e agenzie con le ricette più varie. C’è chi vuole legalizzare la prostituzione e farla tassare in modo federalista dai sindaci e chi come Carlo Giovanardi tiene famiglia. Il sottosegretario ex Udc annuncia di aver già consegnato a Gianni Letta (sì a Letta, come le suppliche al sovrano) un emendamento che dice che se hai tre figli non paghi il contributo di solidarietà anche se sei milionario, se non li hai chissà perché lo paghi da 80mila euro invece che 90.

Chi per sedersi al tavolo della trattativa vuole prima abolire tutte le province (Casini) e chi dimezzare secchi i parlamentari (Veltroni e il Pd). Una parte del Pdl e del terzo polo invece vuole portare l’età pensionabile fino a 70 anni (Baldassarri, Fli) alla faccia della disoccupazione giovanile mentre altri assicurano che le pensioni non si toccano punto e basta (Calderoli, Lega). Spunta perfino l’Italiafutura di Montezemolo a chiedere una patrimoniale dello 0,5% sui beni oltre i 10 milioni di euro e più Iva (in cambio però si riduca almeno l’Irap).

«Certo non offriamo un bello spettacolo», conferma il Pdl Osvaldo Napoli. Ognuno ha la sua ricetta e vista la scomparsa dei partiti non c’è nessuna sede comune per elaborarla. Il risultato è un frastuono tanto sterile quanto umiliante, visto che un decreto già c’è ed è stato votato dai ministri all’unanimità. Per ora è difficile anche solo intuire come e dove si andrà a «quagliare» la settimana prossima, quando la discussione in senato entrerà nel vito.

Confuso il Pdl ma anche il Carroccio è in pieno marasma. Bossi ha dovuto abbandonare il Cadore in piena notte, irritato dalle contestazioni di piazza, incapace di indicare una rotta condivisibile per i tanti amministratori nordisti massacrati dai tagli. I vertici del partito si riuniranno lunedì prossimo a via Bellerio per una riunione che non si annuncia rituale.

Il «maronita» Flavio Tosi innesca la miccia: «Bossi conosce benissimo cosa vuole la nostra gente. Berlusconi, invece, non l’ha ancora capito e la Lega non può farsi massacrare per cercare continuamente la mediazione». Il sindaco di Verona, fedelissimo di un ministro dell’Interno desaparecido da Ferragosto, dà una ricetta assai descamisada per un dirigente di centrodestra: «La patrimoniale e una tassa sulle rendite o sugli scudati sono senz’altro meglio dei tagli a comuni e regioni o dell’aumento dell’Iva e dell’età pensionabile», sentenzia sicuro. Dello stesso avviso Calderoli, che di fronte al pressing dell’ala liberista del Pdl insiste nel fare muro a nuovi interventi sulle pensioni.

Al Tesoro si lavora ma trapela poco. Secondo indiscrezioni Tremonti starebbe studiando l’ennesima dismissione del patrimonio immobiliare dello stato. Nel mirino soprattutto un migliaio di caserme, 400 delle quali però sono già state trasferite al Demanio per la loro «valorizzazione». Cifre certe ancora non se ne fanno. L’idea dovrebbe essere affidare a Fintecna uno stock immobiliare in cambio di soldi cash. Un intervento adombrato ieri per iscritto sul Giornale dal capogruppo del Pdl alla camera Cicchitto insieme a ritocchi decisamente più soft: revisione della tassa di solidarietà, quoziente familiare, utilizzazione dello scudo fiscale, eliminazione del blocco del Tfr dei dipendenti pubblici.
Il momento della verità si avvicina. Il sottosegretario Crosetto, capofila dei frondisti pidiellini, non usa giri di parole in un’intervista su A: «Questa manovra è un male, non un’opportunità». Tremonti? «E’ impulsivo, permaloso, aspro. Ma la Costituzione è chiara, o un ministro lascia di sua volontà o il premier può solo aspettare che le Camere correggano la manovra. E lo faranno: con la scure, non con il bisturi».

La trama si infittisce perché di accordo nella maggioranza non c’è traccia. L’Udc, soprattutto, non vedrebbe l’ora di essere coinvolta per rinsaldare l’asse con i moderati del centrodestra nel dopo-Berlusconi. Per ora, però, soprattutto Tremonti ha sempre risposto picche ai centristi. Un comportamento che sia Maroni che Alfano potrebbero presto imputargli come fatale.

dal manifesto del 20 agosto 2011