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Ceci n'est pas un blog

Solidarietà identitaria

A 11 mesi scarsi dall’attentato al Charlie Hebdo, Parigi è teatro di una strage di cittadini che ha scosso violentemente non solo la Francia ma tutti i paesi definiti “occidentali”.

Dalla sera del venerdì 13 in poi, accanto alle breaking news e agli aggiornamenti sulla situazione, la reazione è stata imponente. A meno di 24 ore, il doppio sguardo della cronaca da un lato racconta i fatti, dall’altro punta l’obiettivo su una campagna di solidarietà unanime e indiscussa. La solidarietà, che sia in rete o nei luoghi pubblici, assume da subito quel carattere virale che siamo stati abituati a vedere già in altre occasioni, lo stesso #JeSuisCharlie ne è un esempio, parola d’ordine che, a poche ore dai fatti, aveva allineato la sensibilità collettiva all’empatia per le vittime e alla ferma difesa della libertà di espressione, minata dagli attacchi terroristici.

In un perfetto gioco di squadra e di interdipendenza, i social media e i mezzi classici d’informazione amplificano la voce corale che ci vuole tutti solidali e parigini.

Mentre ancora per le strade la solidarità fatica ad affacciarsi e a organizzarsi, in rete vengono prodotti milioni di tweet e decine di hashtag. Il disegno di Jean Jullien (un bravo e finora sconosciuto ai molti, disegnatore francese) diventa virale, così gli hashtag #NousSommesTousParis #JeSuisParis. Ma è soprattutto la bandiera francese che prende il posto nelle pic degli utenti, nei loghi dei siti – anche inattesi come Youporn-, in televisione.

Il social network per definizione istruisce i suoi iscritti: “We stand together, #JeSuisParis”, con un click o due la solidarietà è fatta, puoi essere dei nostri, puoi stare dalla parte del “Bene”.

Ma è davvero empatia? È davvero solidarietà?
O sono meccanismi virali che ci permettono di abbracciare le cause in pochi secondi, passando in un attimo dalla solidarietà a Valentino Rossi, al #CelebratePride con le bandiere arcobaleno per l’orgoglio LGBT, alla commozione per la strage di Parigi?

In un lungo articolo, il direttore de Il Post afferma che sia giusto e naturale empatizzare con le vittime. Ancora più naturale che si empatizzi con queste più che con altre. Molti hanno rimproverato al padrone di Facebook di non aver attivato il safety check per Beirut come hanno fatto per Parigi e di dare pesi diversi alle vittime di attentati legati da un’unica matrice.

Nel delirio collettivo mediatico si trattano argomenti del genere con una serietà disarmante.  In uno stato di eccezione dove i controlli si fanno via via più rigidi e paranoici e le manifestazioni di piazza vengono impedite, l’avatar tricolore viene difeso senza mezze misure: in quel simbolo le persone si riconoscono, definiscono i loro sentimenti, le idee e quindi la loro identità.

Perché dovremmo mettere in discussione quell’azione?

La sensazione è che quella che viene chiamata “solidarietà” sia tutt’altro.

Trasformare il dolore e la solidarietà per una tragedia in un fenomeno di massa a colpi di simboli e pic è un’operazione dal sapore profondamente liberista: l’utente partecipa, si schiera, si sente attivo e parte di una collettività, in molti casi si sente a posto con la coscienza per aver dato il suo contributo alla causa. È un meccanismo che non nasce sui social, ma questi ne sono un megafono straordinario.
Il prezzo, quasi sempre, non è solo quello della sua sensibilità, ma anche di una coinvolgimento che non sia solo un paio di click e un hashtag.

Se Zuckerberg però non ha ritenuto opportuno (l’inutile) safety check per Beirut non è stato per un sentimento anti-arabo ma piuttosto perché il target di riferimento del Facebook “solidale” è un altro rispetto ai milioni di utenti FB dei paesi arabi. Questi sono semplicemente dei consumatori differenti. Non a caso, da #jesuischarlie a #bringbacksourgirls, non è chi subisce a mettere in moto queste campagne bensì chi le osserva e le vive da una prospettiva “occidentale”, filtrata in primis dai vari facebook e twitter.

Questo si inserisce e si somma alla perfezione al dibattito politico in corso su “difesa dei valori occidentali”, occidente che pure non si sa bene definire e che dà alla discussione un carattere politicamente grottesco.
Ezio Mauro nel suo editoriale su Repubblica si chiede “l’Occidente ha una nozione e una coscienza di sé all’altezza della sfida?”
Ecco allora che quelle bandiere negli avatar e quei #JeSuisQualcosa sembrano ripetere l’eco di questa domanda e contribuire alla definizione di questo Noi occidentale.

Sottrarsi a questo gioco virtuale rimane fondamentale per tentare un ragionamento che metta al centro non la pancia ma la testa. Perché se è vero che comincia a diventare asfissiante la stretta tra il fascismo salafita e quello xenofobo securitario europeo, è altrettanto vero che l’unico modo per uscirne è rimettendo al centro la politica, evitando di semplificare, per non ritrovarsi a combattare guerre di civiltà e di viltà.

Perché forse Mauro e gli altri editorialisti impauriti per la “perdita dei valori e dell’identità occidentale” non tengono conto o fanno finta di non tenere conto che se c’è una cosa discussa in questi ultimi 15 anni in Francia è stata proprio “l’identità francese”, dal dibattito sul velo a quello sulle banlieue, che è stato sì fallimentare e forse ha contribuito a produrre quella frattura tra cittadini figli di migranti e la borghesia (e non) bianca e francese che oggi vorrebbe credere che siamo tutti Parigi e tutti Occidente, senza vederne le contraddizioni.