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Poltergeist

Skins – La ragione contro l’esperienza

Una famosa pubblicità degli anni ’80 avvertiva che per dipingere una parete grande non ci vuole un pennello grande e la frase è rimasta nel parlato per quel che di saggezza antica che Leonardo Da Vinci aveva già proposto in una versione più alta: Se intendi la ragione non ti bisogna sperienza. Sebbene queste espressioni accertino l’importanza di un distintivo tratto della natura umana, l’immaginazione, e ne dichiarino la signoria sopra alla volgare doxa, la cultura è ugualmente imbevuta della nozione contraddittoria che l’esperienza sia invece un passo ineludibile, vuoi per accingersi a riverniciare una casa o per mettersi a scrivere un romanzo. L’adagio popolare “dovevi esserci per capirlo” si accompagna infatti al più aulico “scrivi solo di ciò che conosci”, avvertimento eterno per ogni romanziere in erba.

Eppure, sono solo le sensazioni carnali a essere impermeabili all’insegnamento e rimangono le uniche esperienze nella nostra vita che possano veramente dirsi delle scoperte, ed è forse per questo che sono le esperienze sensoriali ci esaltano: ci fanno sentire degli esseri unici, degli scopritori, addirittura degli artisti.

Contrariamente alle indicazioni del buon vigile della marca pennelli Cinghiale, i creatori della serie televisiva britannica Skins credono che per scrivere una serie sugli adolescenti ci vogliano degli adolescenti e il risultato è stato davvero il trionfo dell’esperienza. Dopo cinque anni di successi nella tv inglese, Skins è diventata una pessima serie americana, una copia dolorosamente conforme all’originale che conferma il sospetto che tutto il mondo non sia paese. La serie inglese è graffiante, molto pratica – una sorta di dizionario gergale della lingua degli ormoni – ed è scritta da adulti che hanno invitato dei ragazzi al loro tavolo. Il dialogo che ne esce fa pensare a quelle cene un po’ imbarazzate che si vedono in tanti film e in cui un padre troppo preso dal lavoro cerca di interessarsi alla giornata del figlio liceale. Il complesso, tuttavia, è ben fatto e l’apporto dei ragazzi-sceneggiatori (ricercati, a quanto pare, soprattutto perché portino nel telefilm quante più parole in slang possibile) dà al racconto una freschezza che, sebbene risulti quasi sempre in un andamento episodico della narrazione, mantiene l’appeal intramontabile di una bella linguaccia rosa fatta da un quindicenne al finestrino di un pullman. Purtroppo però questi adolescenti amano la purezza, come tutti gli adolescenti, che in questo caso si limita a una passione per i cliché, all’odio per i doppi sensi, le sottigliezze e le ambiguità, anche e soprattutto sessuali. Questi adolescenti, insomma, hanno lo stesso problema degli adulti che li sono andati a cercare: mancano d’esperienza – e forse la mancanza di ragione, in senso leonardesco, di questi ragazzi è da ascriversi a una società che ha assolutizzato il bisogno preciso e circoscritto dell’incredulo san Tommaso in una vera e propria intolleranza verso l’astrazione.

Della versione americana ci si potrebbe limitare a dire quanto segue: lo scontro tra la formazione britannica e quella statunitense è finito come fosse stata una partita dei mondiali di calcio. I personaggi sono diventati banali e senza spessore (che non è sempre la stessa cosa), gli attori sono decisamente sotto la media (americana), la regia è noiosa e affrettata, le storie – identiche alla lettera – sono curiosamente diventate stucchevoli, improbabili, gratuite. (Guarda qui un confronto fra i due pilot)

Se Shameless, altra copia statunitense di una serie inglese, ha mantenuto molto del fascino originale (perdendo in visione graffiante della società ma acquistando spessore con l’imperdibile interpretazione di William H. Macy), Skins ha perso in tutto anche perché le azioni di un teenager britannico diventano subito parodia  addosso a un ragazzo di Baltimora – a forza di scegliere pennelli grandi si finisce per sbavare un po’ ovunque.