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Lo scienziato borderline

Siria, strage dimenticata: ma non da tutti.

La guerra in Siria. Quella vera

La guerra in Siria. Quella vera (*)

Ammettiamolo. La guerra in Siria non fa più tanto notizia. Ci ha un po’ stufato, questa “rivoluzione” che non viene, Assad che resiste, un quartiere o una cittadina che vengono conquistati da una parte o dall’altra, il solito rituale di proclami dei contendenti.

La Siria era il tema buono per indignarsi questa primavera, al massimo quest’estate, adesso abbiamo voglia di occuparci d’altro. La maggiorparte delle forze politiche italiane e dei media ha fatto nei mesi scorsi – più o meno blandamente – il tifo per l’esercito di liberazione, per i “ribelli”, pensando che nel giro di poco riuscissero a far fare ad Assad la stessa fine di Gheddafi e di Saddam Hussein, o perlomeno di Mubarak e di Ben Ali il tunisino. Un’altra schiera di Berlusconi-equivalenti avrebbe potuto di nuovo proferire pensosa un “Sic transit”, come in passato, sedendosi immediatamente dalla parte dei giusti.  Invece, in Siria la stanno tirando insopportabilmente per le lunghe, mentre qui arriva l’autunno caldo, e le elezioni sono alle porte.

Ribelli siriani fanno pratica di armai pesanti (foto di A.Migotto)

Ribelli siriani fanno pratica di armi pesanti (*)

Altri, direi una minoranza in Italia  hanno invece scelto di dare il proprio supporto al governo siriano, vedendo questa guerra come l’ennesimo episodio di aggressione imperialista da parte degli Stati Uniti (che supportano i ribelli, aiutati principalmente da alcuni alleati come la Turchia).

Guerra dimenticata. Sono le peggiori. Peccato infatti che questa guerra provochi, ieri, oggi, domani, dopodomani, sempre, una media di 200 morti al giorno. Certamente, sono lontani e sconosciuti siriani, ma il “death toll” dall’iniziio di questa schifosa guerra è di circa 30.000 (trentamila) morti: dieci volte i morti dell’undici settembre. Morti quasi tutti “civili”, confermando una tendenza che abbiamo potuto tristemente riscontrare nelle guerre “moderne” recenti: il numero di morti innocenti cresce sempre, guerra dopo guerra.

Domanda: a fronte di questa situazione, avete percaso visto qualche reportage televisivo di inviati italiani dalla Siria? Intendo SUL POSTO? No, vero? Nemmeno io, a parte mi pare uno dalla zona governativa di Damasco in mano all’esercito di Assad. Certo, difficile qui fare gli “embedded”, i giornalisti “al seguito”: deprecabilmente, gli “alleati” non hanno ancora deciso di invadere il paese e quindi è dura,  senza un esercito di almeno 100.00 soldati tutto attorno a proteggerti. Un’eccezione, tanto per cambiare, per quanto riguarda la carta stampata, è il “Manifesto”, che pubblica con grande frequenza e regolarità gli aggiornamenti su questa terribile guerra. Ad esempio quattro articoli negli ultimi giorni, si legga anche qui l’ultimo aggiornamento sui bombardamenti turchi che si intensificano, e poi qui e qui, gli articoli della Redazione o di Michele Giorgio.

Altrimenti, di questi fantomatici ribelli, tanto amati dai nostri media mainstream, osannati da molti nostri politici, si hanno vaghe notizie. I più colti si guardano le notizie di Al Jazeera in inglese, gli altri si buttano sulla Reuters. Una guerra, delle persone, in lotta da una parte e dall’altra, ridotte ad una specie di videogame. E in mezzo, anzi dentro la guerra,  una popolazione fatta anche di bambini e donne e anziani: anche loro, sfondo del videogame. Buoni tuttalpiù per una notiziola riempitiva. Spigolature umane.

Non proprio tutti, però, fanno così. Se vi capita di guardare la trasmissione televisiva “Terra!” in onda questa domenica sera 7 ottobre su un canale mediaset, potrete vedere la vera Siria, oggi, vista dal vivo la scorsa settimana. Si tratta della prima puntata stagionale del settimanale televisivo, ed una inviata di “Terra”, Anna Migotto, è riuscita ad entrare per prima – insieme ad un collega e a un operatore (Salvo La Barbera) –  nella zona controllata dai ribelli, passando nottetempo il confine insieme ai contrabbandieri, ed ha vissuto in zona di guerra per quasi una settimana. La stessa giornalista di guerra che ha “fatto” l’Afghanistan, l’Iraq, la Serbia, eccetera. Sempre nello stesso settimanale si potrà vedere un altro servizio sulla Siria vista dalla parte dei “governativi”, e una intervista a padre Paolo dell’Oglo, che ha vissuto ed operato per trent’anni in Siria vicino a Damasco.

Con i ribelli siriani (foto di A.Migotto)

Con i ribelli siriani (*)

Io, dalla mia scrivania, ho pudore a raccontare: si tratta di un racconto di seconda mano; la cosa migliore è sentire le loro voci, vedere i volti, le immagini, direttamente.
Ma ci sono delle impressioni, fortissime, che voglio riferire. La Siria, oggi.

La gente che ti sorride amichevole e ti fa il segno con la mano degli elicotteri, per avvertirti che stanno venendo a bombardare, una cosa normale. Le attese per ore sotto gli alberi, meglio delle case, possibili bersagli, mentre le camionette della polizia, gli elicotteri, gli aerei, girano e girano e girano, e non finiscono mai la benzina. L’unico modo per muoversi, quando si guastano le auto, è l’autostop di un mezzo militare. I miliziani di Al Qaeda, i Jiahdisti libanesi o libici, che sono pochi, si lamentano che questi dannati ribelli dell’esercito di liberazione sono disorganizzati e scoordinati, le varie bande nemmeno si conoscono fra loro. La gente che incontri ti chiede AIUTO, spera finisca questa guerra, che finiscano i bombardamenti: senz’altro, ormai lo dovremmo aver imparato, non si fanno finire i bombardamenti con altri bombardamenti. La Turchia che bombarda la Siria in risposta a colpi di mortaio caduti nel suo territorio (vedi articolo qui sul Manifesto). Gli aerei ed eicotteri di Assad che bombardano pezzi di territorio siriano in mano ai ribelli. La Turchia che non accoglie più profughi, che si ammassano ai confini sperando di riuscire a passare, esposti a rischi facilmente immaginabili. La frase “emergenza umanitaria” è stata così abusata dai media occidentali, anche quando non esisteva, soltanto per giustificare le guerre imperialiste dei governanti di cui sono al soldo, che fa quasi specie dire: sì, in Siria c’è ora un’emergenza umanitaria. La confusione è tanta, ti dicono che una cittadina è sotto controllo dei ribelli, ma 200 metri più avanti c’è una caserma con i soldati governativi. E nella confusione, si sa, in guerra, è più facile morire.

In zona di guerra, coi ribelli siriani (foto di A.Migotto)

In zona di guerra, Siria (*)

Le scuole sono chiuse. I ragazzini non vanno più a scuola, imparano altro: si fabbricano fucilini di legno oppure usano latte vuote e bastoni per simulare dei bazooka. Vanno a scuola di odio: i loro genitori non perdonano Assad, così come dall’altra parte probabilmente l’odio sarà altrettanto.

Siamo nel 2012: mi pare che il rigetto totale della guerra in linea di principio sia qualcosa che noi tutti dovremmo avere acquisito: per via culturale o per via religiosa, oppure in maniera ancora più semplice, per autonoma riflessione che ognuno può fare sulla natura stessa dell’umanità nel suo senso più alto. Tutti noi – se ascoltiamo nel profondo la voce della nostra coscienza di uomini e donne del XXI secolo – possiamo percepire un ripudio istintivo ed assoluto del concetto di guerra, sentendolo come il risultato ultimo, più recente, prezioso, della nostra evoluzione a livello di coscienza collettiva. Dopo quanto ho descritto sopra, ho davvero pudore a filosofeggiare troppo. E allora citiamo soltanto Isaac Asimov, che non era né un maestro del pensiero filosofico né un fine consigliere di politici, bensì un semplice scrittore di fantascienza ed un divulgatore scientifico. Tuttavia, fa dire ad uno dei personaggi del suo ciclo di romanzi più noto,  una frase adatta a questo punto della nostra riflessione: “La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci”.

Siria, oggi (foto di A.Migotto)

Siria, oggi (*)

Vi sono state molte occasioni, nel recente passato, in cui una volontà di composizione del conflitto avrebbe potuto intervenire con efficacia, a dispetto di chi – dentro e soprattutto fuori della Siria – lavorava invece per alimentare le tensioni e far precipitare e incrudire la  guerra. Potrà forse essere stato – e continua ad essere – conveniente, dato che l’attuale situazione mondiale e le modalità del governo politico del mondo si basano e si sorreggono sulla ingiustizia e sulla disuguaglianza, sulla conservazione del privilegio di pochi a danno del disagio di molti. E quindi sulla guerra, come modalità preferita, di default, di esistenza e di perpetuazione del sistema. Un po’di guerre, non chiaramente nel proprio territorio, sono funzionali e – possiamo dire – fisiologiche. E sono un “buon prezzo da pagare”, secondo la grande maestra signora Albright, le stragi di civili.

Io non ho grosse ricette per sapere “che fare”, a questo punto, in una situazione lasciata così incancrenirsi mese dopo mese. Una mediazione vera, e non quella debolissima e influenzabile come quella dell’ONU, sarebbe necessaria.

Il professor Johan Galtung è un mediatore ed un pacifista per niente pacifico, notissimo a livello internazionale, un anziano scandinavo dal carattere forte, mediatore di conflitti impossibili, che conosco personalmente. Egli ha proposto una soluzione, mesi fa, tramite l’istituto da lui diretto, per la trasformazione del conflitto siriano in modo da risolverlo.  Io l’ho voluta riportare perché mi pare una voce credibile che si sia spesa seriamente, certamente in maniera più seria degli appelli generici  del Vaticano “a bloccare l’importazione di armi, senza armi non si combattono le guerre”, sentita con queste avventurate orecchie dal Libano poche settimane fa. Altri, poi, come gli USA o la Russia, si fa fatica a comprendere con quale faccia osino parlare di pace e di risoluzione di un conflitto, di una guerra: non hanno un buon curriculum.

Welcome to Syria

Welcome to Syria (*)

Un’altra piccola cosa è possibile fare, “dal basso”: non far diventare questa guerra una guerra dimenticata. Parlarne. Come ha scelto di fare “Il Manifesto”, come hanno scelto di fare questi giornalisti che sono andati sul posto, al cui coraggio devo un insegnamento.  L’opinione pubblica, se  non ha a disposizione le informazioni adatte per potersi fare un’opinione, una idea, è difficile possa attivarsi: questo vale sempr, e anche vale contro questa guerra. Anche stavolta, molte informazioni sono irraggiungibili, sostituite da luoghi comuni e generici proclami.Senz’altro, una informazione più corretta e di prima mano può aiutarci, e aiutare quella gente.

Continuiamo a parlare della Siria, anche se non va più di moda.

(*) Tutte le foto pubblicate in questo articolo sono degli originali inviatimi dalla giornalista di “Terra!” Anna Migotto, che ringrazio anche per il racconto. Le foto sono quindi sue, o dell’operatore Salvo La Barbera che la seguiva, o di un altro collega giornalista italiano che era là, in Siria, una settimana fa. Grazie a loro.