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L'urto del pensiero

Sinistra e libertà contro la “rivoluzione neo-conservatrice”

Rivoluzione conservatrice

Diego Fusaro risponde alle mie critiche, su www.lintellettualedissidente.it , sostenendo che confrontarsi con me è «spiazzante».

Questo perché io costruirei un’immagine grottesca e macchiettistica di lui, che non corrisponde al vero, per poterla distruggere meglio. Mi piace vincere facile, insomma.

Nel caso avesse ragione, dovrei cospargermi il capo di cenere. Ma nel caso in cui avesse torto (perché le mie considerazioni sono rigorosamente tarate sui suoi assunti: e poi bisogna sempre dubitare, in campo scientifico, o no?!), ci troveremmo di fronte a un clamoroso autogol: ossia lui stesso ammette che le sue idee e affermazioni sono facilmente smontabili da una seria analisi logica e filologica.

Ai lettori l’ardua sentenza.

QUALE EMANCIPAZIONE UMANA?

Quello che qui mi interessa, perché è bene ricordare che si sta parlando della persona e dei suoi diritti, è cercare di capire che tipo di emancipazione umana potrebbe emergere da chi sostiene che il capitalismo vuole distruggere la famiglia «tradizionale».

E quindi, per una conseguenza di cui sfugge la logica, battersi per i diritti individuali di coppie di fatto, omosessuali etc. (ma anche per l’aborto e l’eutanasia, per esempio), significa smettere di opporsi al capitalismo.

L’aspetto significativo è che Fusaro (e i suoi adepti), mentre sono lesti nel proporre un’alternativa alle battaglie in favore degli individui che non si riconoscono appieno nella dottrina cattolica (l’alternativa è la restaurazione della «famiglia tradizionale», punto), non si sognano neppure di identificare e concettualizzare l’alternativa al capitalismo, al quale il filosofo del San Raffaele si oppone quindi in maniera sterile e per di più utilizzandone le logiche e gli apparati mediatici.

Davvero bizzarro questo meccanismo per cui l’ideologia dominante, gli organi di informazione asserviti al capitale, nonché lo stesso capitalismo, mettono a disposizione una cassa di risonanza impressionante a un loro nemico così pericoloso come Fusaro.

Quest’ultimo, dal canto suo, si rivela tetragono a ogni critica o minimo dubbio rispetto alle proprie affermazioni, ripetendo come un pappagallo nella gabbia i soliti messaggi triti e ritriti.

I QUATTRO MOSCHETTIERI

Lui, e solo lui, è con Hegel, Marx e Gramsci il paladino della lotta al capitalismo e della difesa della comunità, a partire da quell’istituzione fondamentale che è la famiglia.

Fusaro dà l’impressione di uno al quale se gli chiedi l’ora per strada, te la dice precisando di farlo insieme a Hegel, Marx e Gramsci. Una sorta di «quattro moschettieri» in salsa filosofica.

Ora, a parte il fatto che questi pensatori c’entrano poco (Hegel) o nulla (Marx e Gramsci) con le posizioni del giovane studioso, a far riflettere è anche la sua (ovviamente reiterata più volte) citazione di Aristotele che egli appone alla fine della sua replica.

Sì, perché le argomentazioni del filosofo antico a favore della «famiglia naturale», sono le medesime che lo spingono a dire che gli schiavi sono tali per natura, e che all’interno della stessa famiglia la donna deve essere serva dell’uomo.

Argomentazioni riprese da una sterminata schiera di pensatori (fra cui Agostino e Tommaso, ma anche il socialista Proudhon, tanto per rendere la complessità della questione).

Ma non da Marx e Gramsci, che anzi sono fra i pochi ad essersi espressi in maniera inequivocabile a favore delle minoranze più deboli e oppresse (fra cui le donne). Per buona parte inascoltati dalla sinistra di allora come da quella di oggi.

DUE IDEE DI LIBERTA’

Il punto, allora, non è tanto Fusaro e chi ritiene di dargli spazio e consenso (cosa perfettamente legittima), quanto l’idea di libertà che intendiamo concettualizzare e, quindi, tradurre in una possibile prassi politica volta alla realizzazione di quella stessa libertà per il maggior numero di persone.

Da una parte c’è l’idea tradizionalista di «libertà», che con Fusaro (e non con Hegel, Marx e Gramsci) ritiene di doversi riferire a una dottrina e a dei dogmi morali che sono quelli della destra cattolica (Maistre, Gentile, Del Noce, Evola). Per cui ci si richiama a una presunta «Natura» (in buona sostanza Dio) che ha stabilito tutto fin dall’inizio e rispetto alla quale non resta altro che comportarsi di conseguenza.

Dall’altra può esserci un’altra idea di libertà. O meglio (visto che siamo su un terreno non dogmatico e prestabilito fin dall’inizio), una lotta per la libertà (quindi da conseguire e non stabilita a priori) che non sia un gioco a somma zero (quello in cui per uno che guadagna qualcosa ci deve essere qualcun altro che perde quel qualcosa).

Riconoscere diritti civili e morali a omosessuali e coppie non sposate, insomma, non significa togliere quei diritti alle coppie eterosessuali che intendono sposarsi.

Riconoscere il diritto all’aborto e all’eutanasia non vuol dire costringere tutti quanti ad abortire o a ricorrere alla «morte dolce».

Chi è contrario a queste pratiche può e deve essere tutelato nell’esercizio della sua libertà di agire in maniera difforme.

Le posizioni dogmatiche, invece, tendono a voler limitare anche la libertà di chi non crede in quel loro dogma o in quella loro morale.

Insomma, se prevale la posizione di chi sposa la libertà come «gioco a somma positiva» (dove tutti devono guadagnare qualcosa in termini di diritti e possibilità), tutti si ritrovano liberi di comportarsi secondo le proprie convinzioni e la propria coscienza.

Se invece passa l’idea di libertà di chi si ispira a un dogma (e a fondamenti trascendenti o trascendentali, come Dio e la Natura), come per esempio quella dei manifestanti del Family Day della settimana scorsa, ne risulta delegittimata e distrutta la libertà di chi non crede o non si riconosce in quello stesso dogma e, magari, vorrebbe poter abortire, ricorrere all’eutanasia, oppure formare un nucleo sociale diverso da quello che il dogma ritiene «naturale» o «tradizionale».

Si tratta di scegliere fra le due idee di libertà: quella a «somma zero» di Fusaro e dell’ala cattolica di destra (secondo cui o si lotta per la famiglia tradizionale oppure si sta col capitalismo); oppure quella a «somma positiva», secondo cui la difesa delle persone dal totalitarismo del capitale finanziario (con la sua logica numerica, quantitativa e spersonalizzante) si può e si deve accompagnare a una lotta per l’estensione dei diritti civili e politici al di là di dogmi che traggono la loro ispirazione da qualsivoglia religione.

LE COLPE DELLA SINISTRA

Anche perché, è bene ricordarlo, il fondamentalismo che imputiamo per esempio agli islamici consiste proprio nell’applicare delle politiche sociali sulla base di quanto statuito dalla norma religiosa.

Si può star certi che tanto Hegel, quanto Marx e Gramsci erano ben contrari a una tale forma di fondamentalismo religioso.

Certo, se oggi studiosi come Fusaro possono permettersi di citare i grandi capisaldi ideali della sinistra per supportare politiche sostanzialmente di destra, è bene sapere che ciò è dovuto primariamente a una classe culturale e dirigente della sinistra stessa (come impietosamente evidenziato da Stefano G. Azzarà nel suo blog: http://materialismostorico.blogspot.it/2015/06/che-gender-di-sinistra.html) che ha rinnegato con troppa superficialità e nettezza i propri capisaldi, rinunciando alle lotte storiche che l’hanno caratterizzata e finendo con il genuflettersi (per mere ragioni di convenienza e incapacità) tanto ai valori capitalistici quanto a quelli del cattolicesimo più retrivo e anti-democratico.

A bilancio di tutto ciò, e fatte salve le inevitabili semplificazioni, è bene sapere che una Sinistra in grado di incidere veramente e raccogliere un consenso sociale degno di rilievo, a mio avviso non può non passare per queste due strade inevitabilmente connesse:

la critica e la lotta rispetto al capitalismo finanziario e spettacolare che domina questa epoca (possibilmente individuando delle alternative concrete e realistiche); la lotta per il riconoscimento e la realizzazione di una libertà formale e sostanziale a «somma positiva»,

ossia rivolta a coinvolgere il maggior numero di persone possibile e capace di essere indipendente (anche se non per forza di cose contraria) rispetto ai dogmi di qualunque religione.

Insomma e infine: si tratta di affermare un’idea di giustizia che torni a essere fondata sull’uguaglianza delle opportunità (libertà uguale) e sulla centralità e indipendenza della persona rispetto alle varie teologie (Mercato, Natura, Testi Sacri e Clero di ogni tipo).

Abdicare a questo compito significa rinunciare a una visione e una prassi coerentemente progressiste. Lasciando pieno campo aperto alla «neo rivoluzione conservatrice» di cui vediamo sintomi tanto importanti quanto inquietanti.