closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
L'urto del pensiero

Sinistra 2.0. Come se il vero problema fosse Matteo Renzi…

matteo_renzi_che_guevara

Matteo Renzi alla sinistra non piace. Non soltanto alla sinistra del Pd, ma anche a tutta quella galassia variegata, frantumata e devastata che in qualche modo vorrebbe richiamarsi alla tradizione che per quasi due secoli si è rifatta ai valori dell’uguaglianza e della giustizia sociale.

In compenso Matteo Renzi piace alla destra. Non soltanto alla destra del Pd, ma anche a tutto quel mondo che, orfano del pentapartito e della prima repubblica, non si è mai rassegnato all’idea che gli eredi del partito comunista potessero un giorno governare questo paese. Piace talmente tanto alla destra, che una larga fetta del suo elettorato è stata disposta persino a votare a sinistra, naturalmente dopo essere stata rassicurata sul fatto che, grazie al rottamatore toscano, il Pd avrebbe buttato l’acqua sporca (una classe dirigente fallimentare o ormai, da tempo, correa) ma anche il bambino (la sinistra stessa e ogni minima parvenza di riferimento a qualche sua azione politica degna di questo nome).

La fenomenologia di Matteo Renzi è tutto sommato semplice, tanto da poter essere riassunta col vecchio detto latino: beati monoculi in terra caecorum! Tradotto: eravamo scesi a un livello talmente infimo, bloccato e incapace da parte della classe dirigente, tanto della destra (ma fin qui…) quanto della sinistra, che anche lui, proprio lui, perfino lui, non avrebbe potuto far altro che svettare e far gridare alla comparsa del salvatore della patria.

Ora, anche volendo sorvolare sulle sfortune di un paese, e di una sinistra, in costante bisogno di eroi risolutivi, è fin troppo evidente che i conti non tornano. E, ahinoi, non certo per colpa di Matteo Renzi.

Questo non tanto per le sorti del paese, su cui ci concentreremo nelle prossime puntate, quanto proprio per quel soggetto da troppo tempo non pervenuto, e pure così tanto amato, che ci ostiniamo a chiamare sinistra.

Eh sì, perché si fa presto a prendersela con l’attuale capo del governo. Come se su di lui gravassero le colpe (o i meriti, a seconda dei gusti) di aver trasfigurato la nobile tradizione della sinistra italiana.

Possiamo dirlo una volta per tutte? Vogliamo ammetterlo qui ed ora? Bene, proviamoci. Matteo Renzi non è l’affossatore della sinistra italiana. Egli, semmai, è una sorta di sopravvissuto, di scampato miracolosamente a una bomba atomica che altri hanno costruito e utilizzato. Lo diciamo fuor di metafora? Matteo Renzi si è rivelato il meglio (o il meno peggio) di quella desolazione che è rimasta dopo che un’intera classe dirigente incapace, conservatrice, correa e persino votata al tradimento degli ideali («Non sono mai stato comunista», «il comunismo ha fallito», sparate rigorosamente dopo essersi arricchiti grazie al consenso di chi in quegli ideali ci credeva veramente), ha svuotato, trasfigurato, annichilito e distrutto ciò che un tempo potevamo chiamare sinistra.

Dopo il 1989, insomma, un’intera classe dirigente di sinistra, votata ormai soltanto alla sopravvivenza e al mantenimento del potere, si è genuflessa, arresa e consegnata armi e bagagli al pensiero unico del mercato e della grande finanza. Iniziava così l’epoca dell’indifferenziazione ideologica e politica, in cui destra e sinistra facevano finta di scannarsi (ovviamente soltanto nei talk show), mentre un intero paese perdeva diritti sociali conquistati in secoli di lotte. Impoverendosi ogni giorno di più, e pagando il prezzo terribile a cui sempre è stato condannato nella storia chi ha dovuto subire il dominio della teologia economica, senza poter contare su un contraltare degno di questo nome.

Rinunciare alla critica serrata del sistema capitalistico, dismettere l’impegno per un modello di società con l’essere umano al proprio centro, e per politiche di giustizia sociale, è una colpa originaria che la sinistra si porta sulle spalle a partire dal 1989. Da quando cioè non si è saputo prevedere un certo esito, non si è voluto elaborarlo modernizzando le forme di lotta e gli obiettivi da raggiungere, e ci si è rassegnati e limitati (in maniera spesso interessata) a rinnegare tutto il proprio passato. Dimenticando che proprio nel momento in cui si rimuove il proprio passato, proprio lì ci si condanna a smarrire ogni ipotesi realistica di futuro.

Di tutto questo Renzi non porta alcuna responsabilità. E chi oggi vuole imputargliene, appare sempre di più come colui che ricerca un colpevole altisonante proprio per riuscire a nascondere le proprie, di responsabilità. Quello della sinistra è stato un suicidio, un suicidio operato da un’intera classe dirigente che porta sulle proprie spalle decenni di immobilismo, incapacità, spesso malaffare, comunque pigrizia morale e intellettuale nel rinnovare e aggiornare gli obiettivi di una realistica emancipazione umana e delle classi sociali più deboli. Renzi con questa classe dirigente non c’entra nulla. E anzi, per dirla tutta, se l’alternativa dev’essere quella fra l’immobilismo incapace e fallimentare di chi finge di richiamarsi alla sinistra, ma di fatto attuando o permettendo politiche sostanzialmente di destra, e quella di un sedicente riformismo che alla sinistra neanche si richiama più, beh, allora non dobbiamo vergognarci di dire che la scelta sarebbe assai ostica per qualunque persona assennata.

«Chi deride le sue catene non per questo è libero», affermava il templare nella quarta parte del «Nathan il saggio» di Lessing. Ecco, chi oggi si sente veramente di sinistra, in Italia e non solo, può deridere Renzi quanto vuole, e non senza delle validissime motivazioni. Ma da qui a pensare di liberarsi dalle catene ce ne corre, eccome!