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Silvio, il pazzo avanti

Vescovi scioccati dalle orgette del premier. Avvenire: «Indispensabili contegno e pulizia». Anche Napolitano suggerisce al premier di andare dai giudici. Berlusconi resiste e mobilita media e deputati: «Non mi dimetterò mai»

La linea di Berlusconi coincide con quella della sua maggioranza. Difesa dai giudici, difesa del governo e difesa del premier sono la stessa cosa. Un nodo inscindibile che esemplifica come non mai «la coincidenza di interessi» tra cosa pubblica e cosa privata. Al punto che lo stesso presidente del consiglio partecipa in serata alla camera ad una riunione dei deputati del Pdl che sono anche avvocati, membri delle commissione Giustizia e della Giunta per le autorizzazioni. Una «situation room» informale che sancisce plasticamente l’inizio delle operazioni di guerra.

Nulla sembra fermare il Cavaliere del bunga bunga. «Dimettermi io? Ma siete matti!», dice ai cronisti prima di toccare con mano la linea da tenere con i suoi vari legali eletti dal popolo. Mano a mano che le indiscrezioni sulle carte milanesi vanno avanti, la situazione è sempre più insostenibile.

Il Pdl ieri ha subito due siluri pesanti: il primo dal mondo cattolico e il secondo, pur nel rispetto dei ruoli istituzionali, dal Quirinale.

Ieri mattina Avvenire, il quotidiano dei vescovi, ha rotto il silenzio con un editoriale del direttore che prende atto dello shock e chiede al premier «un’uscita rapida da questo irrespirabile polverone» e un intervento che faccia «l’indispensabile pulizia agli occhi dell’Italia e del mondo». Non un avviso di sfratto al premier né una scomunica d’altri tempi ma il minimo sindacale in simili circostanze: in sostanza, se Berlusconi è così sicuro della sua innocenza si presenti dai giudici.

Stesso consiglio che arriva da una figura di un certo rilievo fuori da Arcore come il capo dello stato. Giorgio Napolitano ha smentito qualsiasi contatto telefonico con Berlusconi (ventilato sui giornali) né è in possesso delle carte dell’inchiesta. Si dice però «in sintonia con il turbamento dei cittadini» e auspica «che nelle previste sedi giudiziarie si proceda al più presto ad una compiuta verifica delle risultanze investigative». Un invito che, precisa, non interferisce «nelle valutazioni e nelle scelte politiche che possano essere compiute dal presidente del consiglio, dal governo e dalle forze parlamentari».

La situazione si fa incandescente e in serata Berlusconi sale al Colle accompagnato da Gianni Letta. Ufficialmente il vertice era già previsto e dedicato al calendario dei festeggiamenti per i 150 anni dell’unità d’Italia.

L’incontro dura un’oretta e non è dei più riusciti. Il premier continua a proclamarsi innocente. Denuncia anche di fronte al presidente della Repubblica il complotto giudiziario contro di lui e conferma – a scanso di equivoci – che non si dimetterà mai e poi mai.

Al Colle non resta che prendere atto che il Cavaliere è pronto a varcare il Rubicone. Ma di sicuro tutto auspica Napolitano tranne che celebrare l’unità d’Italia a Roma il 17 marzo circondato dal bailamme sui festini a luci rosse del capo del governo del quinto paese industrializzato del mondo.

Berlusconi rischia di fare la fine di del premier ceco Topolanek, immortalato senza veli a Villa Certosa con alcune donne nude mai identificate. Dopo quelle foto Topolanek perse le elezioni. Il Cavaliere farà di tutto per evitare il paragone.
Ha una macchina mediatica a sua disposizione senza paragoni nel mondo occidentale. E non a caso ai suoi continua a dire che «è tutto un processo mediatico per farmi fuori».

Nonostante queste presunte certezze, scruta l’orizzonte a caccia di possibili pericoli. Ieri ha ricevuto a palazzo Grazioli il creatore di «Italia futura» Luca Cordero di Montezemolo. E ha incassato con piacere il sostegno di Emma Marcegaglia. Una presidente della Confindustria, imbarazzata e imbarazzante, che non si schioda dalla pilatesca richiesta di «un governo che possa governare».

Il premier è sicuro che il Pdl è con lui. E anche la Lega – nonostante la situazione incandescente – continua a sostenerlo almeno finché in ballo c’è il federalismo. «Se non avviene, torniamo alle urne, ci facciamo dare il voto dagli italiani e ricominciamo a lavorare per farlo succedere», avverte Bossi. Solo che la mediazione di Calderoli sul fisco municipale (si vota il 26 gennaio nella «bicameralina») non ha ancora convinto «terzo polo» e Pd. «E’ un ‘porcellum tributario’», per dirla col capogruppo Udc in commissione Gianluca Galletti. Il voto sul federalismo fiscale dunque rischia di essere la vera miccia che porta alla crisi di governo.

Sulla riva del fiume attende Giulio Tremonti, che ieri come tutti ha giurato fedeltà al capo. Io futuro premier? «Parliamo d’altro», sentenzia il ministro a Bruxelles, dopo l’importante riunione dell’Ecofin sull’euro. Rischio debito per le elezioni? «I mercati contengono la democrazia. Per me è un onore comporre e rappresentare all’estero questo governo». Una dichiarazione double face, con cui Tremonti si candida a essere l’unico volto spendibile dalla destra a livello internazionale e con cui nega ostacoli di bilancio all’eventuale ritorno al voto anticipato.

da www.ilmanifesto.it – uscito sul manifesto del 19 gennaio 2011