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Silvio e Giulio alle grandi manovre

A palazzo Chigi va in onda una scena che ha del surreale. Berlusconi e Tremonti incontrano i giornalisti per spiegare una manovra da «lacrime e sangue», scritta essenzialmente sotto dettatura europea, che capovolge completamente la politica economica seguita dal centrodestra negli ultimi quindici anni.

Il Cavaliere dell’ottimismo esordisce avvertendo che «l’Italia vive al di sopra delle proprie possibilità». E l’«euroscettico» Tremonti – un noglobal ante litteram – veste i panni del più autorevole difensore su scala continentale del patto di stabilità. Come due attori consumati, premier e superministro si suggeriscono a vicenda su come addolcire l’amara pillola, si danno di gomito per ricordare a chi già lo sa che è vero: in Italia le cose non vanno tanto bene. Anche se «abbiamo il sistema pensionistico più stabile d’Europa, la sanità per tutti, il più basso tasso di disoccupazione» (Silvio.

Però servono tanti tagli alla spesa pubblica, lotta all’evasione, scaricare sulle regioni e sui dipendenti pubblici tutti i costi della crisi. «E’ una manovra chiesta dall’Europa», si difende Berlusconi. Che la faccia ce la mette ma scarica su altri la responsabilità. Per ogni evenienza anche Tremonti dice che «un provvedimento di questa portata e così complesso è del presidente del consiglio». I due escludono contrasti, difendono i «sacrifici inevitabili», confidano nel buon cuore degli italiani anche perché «stiamo tutti sulla stessa barca e più di così non si poteva fare».

Berlusconi difende perfino la «tracciabilità fiscale», cioè il pagamento in contanti fino a 5mila euro. E Tremonti si consola citando alla lettera gli elogi di Bruxelles (Barroso e Rehn), del Fondo monetario e perfino della fino a pochi giorni fa “vituperata” Standard&Poor’s. La correzione dei conti la chiede l’Europa a tutti i paesi dopo la crisi greca e la notte terribile dell’8 e 9 maggio, spiega Tremonti, «dovevamo ridurre il debito. Abbiamo fatto il nostro dovere, alternative non ce n’erano».

Il testo del decreto legge non è ancora definitivo. Per ora si tratta di 54 articoli che delineano numeri pesanti: manovra da 12 miliardi che diventano 24,9 nel 2012. Tagli intorno al 10% per tutti i ministeri. E quelli ai costi della politica (politicamente tutti da verificare) economicamente sono piccola cosa. Per dire, la cancellazione dei fondi a 232 enti porterà meno di 300 milioni.

Chi sia l’agnello sacrificale della manovra Berlusconi e Tremonti lo dicono apertamente: i 3,6 milioni di dipendenti pubblici e le regioni. I primi ci rimetteranno in aumenti contrattuali, pensioni e tfr, le seconde concorreranno alla difesa dell’euro con almeno 4,5 miliardi. Perfino Roberto Formigoni (che ieri Berlusconi ha silurato dalla presidenza della conferenza stato-regioni) dice che la manovra, «così come ci è stata prospettata, non è sostenibile per le regioni e non è equilibrata, ci richiede uno sforzo abnorme».

I giovani, tra l’altro, dal 2015 avranno pensioni decurtate per il legame all’aspettativa di vita, un decreto ministeriale che non sta nella manovra ma che proprio ieri hanno firmato Tremonti e Sacconi. A chi gli chiede come mai dopo tanto ottimismo si interviene solo ora e così duramente Berlusconi risponde: «Questa crisi è dovuta alla speculazione, la manovra difende l’euro». Ma contro speculazione e finanza, si potrebbe obiettare, a differenza che in Germania, in quel testo non c’è nulla.

Non importa, dove la colpa non è della borsa cattiva è della sinistra. Anche per questo il governo non ha alcun interesse (se non strumentale) a coinvolgere l’opposizione nell’iter parlamentare. Il Pd lo sa e per ora pare compatto.

«Inutile inventare pretesti o scuse – dice Bersani – la manovra è l’esito sbagliato di due anni di politiche sbagliate. Il governo – continua il segretario – finora ha raccontato favole e ha fallito dal lato delle riforme, dal lato della crescita e dal lato del controllo dei conti. Al di là dei soliti accorgimenti comunicativi la sostanza è chiara: il prezzo sarà pagato dai redditi medio-bassi e dagli investimenti».

Il cerino ormai è in giro. Un minuto dopo che Tremonti e Berlusconi hanno finito di parlare, Bossi tuona contro l’abolizione delle province: «Se mi toccano quella di Bergamo sarà la guerra civile». Chissà che ne pensa l’Europa.

(da www.ilmanifesto.it – uscito sul manifesto del 27 maggio 2010)