closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Ceci n'est pas un blog

Sicurezza non è liberta

A giugno di quest’anno in Francia veniva approvata la “loi sur le renseignement” una criticissima legge che dà il via libera alla sorveglianza di massa. Tutto questo appena a due anni di distanza dallo scandalo NSA, quando Edward Snowden raccontava come la National Security Agency portasse avanti un piano riguardante la sorveglianza di massa di paesi stranieri. Eppure, nonostante né il primo né il secondo abbiano portato un minimo beneficio o risultato, a poche ore dall’attacco di Parigi era proprio la “sicurezza” il tema di cui si è più dibattuto.

Ne parliamo con lo storico collettivo di Av.A.Na BBS.

Perché nonostante i risultati scarsissimi in misura di prevenzione continuano a essere promosse, con il consenso di una opinione pubblica spaventata, leggi che fanno aumentare il controllo indiscriminato? Non è particolare il fatto che nonostante i cable di wikileaks, nonostante la denuncia di Snowden, i governi continuino a spingere per una maggiore sorveglianza?

Si possono fare varie ipotesi a riguardo, che non si escludono tra loro. Le rivelazioni di Snowden, così come i cable di wikileaks, non hanno fermato la sorveglianza di massa, ma la hanno temporaneamente delegittimata.

Le recenti vicende hanno messo in luce la necessità di individuare un nemico interno sempre più invisibile. Questo fa sì che sia “necessaria” una sorveglianza al contempo di massa e granulare: non ci sono grandi organizzazioni da controllare ma lupi solitari da individuare.

Una seconda ipotesi è di stampo geopolitico: sostanzialmente l’Europa sfrutta l’occasione per raggiungere il livello di controllo che hanno gli Stati Uniti, rivendicando il diritto-necessità di accedere ai dati privati degli utenti delle grandi corporation di Internet. La recente legge francese a cui fai riferimento costituisce proprio la legittimazione di questo diritto-necessità delle intelligence delle nazioni europee. Ultima, l’ipotesi tecnologica: la raccolta massiva di dati può essere sfruttata per implementare sistemi di rilevamento automatico del significato delle conversazioni tra utenti, e quindi automatizzare l’individuazione dei sospetti.

L’applicazione intensiva di queste tecnologie è un salto di qualità, non tanto in termini tecnologici – queste tecnologie come quelle relative al riconoscimento facciale automatico esistono da almeno un decennio – ma per quel che ne sappiamo non erano utilizzate in maniera standard (a causa anche della delegittimazione del suo uso da parte dell’opinione pubblica).

Rimanendo sul paradosso, il governo Renzi, d’accordo con media e opposizione, ha fatto suo il detto che bisogna essere pronti a rinunciare a una parte delle libertà per difendere la sicurezza. In che rapporto stanno privacy e tutela della libertà con la necessità di sicurezza?

La parte centrale è chiarire quale sicurezza, per chi! Renzi parla del mantenimento dell’ordine vigente, e con queste premesse dice il vero.

Il mantenimento dell’ordine passa tanto per l’invasione della privacy quanto per la coercizione. Analizzando i nostri comportamenti, i media e i social network creano un verosimile Truman Show per ognuno di noi, una bolla in cui trovare tutto quello che Mi Piace senza necessità di immaginare nulla di nuovo: profilandoci, fosse anche solo per finalità commerciali, si restringe in effetti la nostra libertà. Impedire le manifestazioni fa il resto.

A che punto sono, realmente, gli strumenti di controllo in Italia?

L’industria del controllo sociale non si è mai fermata, e l’Italia fa egregiamente la sua parte. Qualche mese fa si è parlato di Hacking Team, rea di aver venduto anche a stati “canaglia” strumenti di intrusione e controllo mirati, violando gli accordi di Wassenaar: infatti, iniettare un virus nel computer di una persona è considerata una tecnologia semi-militare.

Al contrario, per gli strumenti di sorveglianza di massa non esistono limitazioni di sorta: si possono quindi commerciare liberamente prodotti tecnologici che permettano di analizzare semanticamente tutti i dati che circolano in rete.

Senza dubbio il clima di terrore favorirà ulteriormente lo sviluppo di questo settore.

Il dibattito pubblico sulla privacy finora dominato da Snowden e dai difensori della privacy ora viene ridefinito da quello che è accaduto a Parigi. Dobbiamo immaginare un futuro dove crittografia e comunicazioni “sicure” non esisteranno più o saranno sempre più a rischio?

Quando parliamo di crittografia dobbiamo tenere a mente che essa è funzionale anche al sistema economico: i siti di e-commerce, le transazioni economiche online, e quella nuova categoria di merce che sono i nostri dati, hanno bisogno di comunicazioni cifrate, e sicuramente nessuno mai chiederà di impedirle. Diverso è il caso delle comunicazioni personali crittografate: queste già non godono di grande diffusione, e non c’è davvero bisogno di repressione. Per quello che ne sappiamo, non è stata usata la crittografia delle comunicazioni per organizzare gli attentati di Parigi. Nonostante ciò, è già in corso una demonizzazione del suo utilizzo che punta a renderla ancora più marginale.

Ha senso la retorica del “se non ho fatto niente, allora non ho niente da nascondere”? Ci sono strumenti e comportamenti, online e non, che possono aiutarci a tutelare in ogni caso il nostro privato e le informazioni sensibili?

Tutti hanno qualcosa da nascondere! Il punto è cosa, da chi, in quale momento, in quale sistema di valori. Facciamo l’esempio di Giulia Sarti, deputata M5S le cui foto private scambiate col partner sono state pubblicate: non c’è reato giuridico, non c’è mancanza “morale”, eppure sicuramente lei ha subìto un danno, quantomeno alla carriera. In sostanza, se non hai fatto niente, puoi stare tranquillo. Che sappiamo che fine ha fatto…