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Popocatépetl

Siamo uomini o caporali?

Finalmente nella vicenda dei due marò, che sono tornati in India allo scadere della licenza, ha trionfato il buon senso e il governo Monti ha fatto retromarcia dal vicolo cieco in cui si era cacciato.

totò

Se non l’avesse fatto, sarebbe stata una tragedia non solo per le industrie italiane e gli scambi commerciali, ma anche e soprattutto per le migliaia di indiani che vivono in Italia e, specularmente, per tutti gli italiani che vivono in India e per le decine di migliaia di nostri connazionali che ci vanno ogni anno in vacanza. Il nostro ministero degli esteri stava già lanciando appelli alla cautela per i turisti italiani in India (“evitate le folle”, come se fosse facile nelle città indiane!). Insomma, eravamo sull’orlo del precipizio quando il governo Monti, con il suo ultimo rantolo, ha raddrizzato il timone. Mossa dovuta, visto che erano stati lui, Terzi e Di Paola a perdere la bussola. Ora, con il rientro dei marò a Delhi, sia l’India che l’Italia salvano la faccia.

Non capisco il fastidio con cui un lettore del precedente post (“Antonio”) accoglie la notizia e mi “sfida” ad essere altrettanto “attento, inflessibile e preciso nel pretendere che la giustizia indiana garantisca, come si fa per ogni imputato,(…) gli stessi diritti che spettano ad ogni individuo”.

Oibò, signor Antonio, io non ho alcun titolo per esigere alla giustizia indiana il rispetto dei diritti di chicchessia. Questa esortazione lei dovrebbe rivolgerla al nostro governo di turno. Ciò che sento nell’aria, se il mio fiuto raffreddato non mi inganna, è un accordo stipulato fra Roma e Delhi che prevede il riconoscimento della non intenzionalità del duplice omicidio, la concessione di attenuanti ai due fucilieri e l’emissione di una condanna lieve, probabilmente scontabile in Italia. Paradossalmente, Latorre e Girone stanno messi molto peggio con la giustizia militare italiana e con la procura di Roma, che li ha indiziati di “omicidio volontario”.

soldato maltese

In merito all’innocenza o colpevolezza dei marò – che io non ho definito “assassini in divisa” ma “omicidi in divisa”, e non è la stessa cosa, visto che il primo termine esclude la preterintenzionalità, mentre il secondo no – effettivamente io ho più elementi di lei per giudicare. Pur essendo garantista quanto lei, nel leggere da più di un anno la stampa indiana sull’argomento ho raccolto alcuni elementi che pesano (e molto) sul piatto della colpevolezza:

–      Le testimonianze dei nove pescatori superstiti del ‘St. Antony’, che hanno riconosciuto nella petroliera ‘Enrica Lexie’ la nave da cui sono partiti gli spari.

–      L’ammissione di responsabilità fatta dal sottosegretario Staffan de Mistura a una televisione indiana (“I marò hanno provato a fare alcune segnalazioni. Hanno sparato nell’acqua e hanno esploso alcuni colpi di avvertimento, alcuni dei quali sono andati nella direzione sbagliata.” Nell’intervista, Staffan de Mistura, l’inviato speciale nei trouble spots, definisce la morte dei due pescatori “an accidental killing”, “uno sfortunato incidente che tutti lamentiamo. I nostri marò non avrebbero voluto che accadesse, ma sfortunatamente è successo.”

–      Le registrazioni satellitari, che mostrano l’avvicinamento fra i due natanti e l’improvvisa inversione di rotta del peschereccio, una volta arrivato a un centinaio di metri dalla petroliera.

peschereccio Seashell

I tentativi di fuga, mancato avviso e depistaggio attuati dal comandante dell ‘Enrica Lexie’, capitano Umberto Vitelli, non depongono certo a favore degli imputati e non mi sembra affatto illegale, ma semmai molto astuto, lo stratagemma operato dalla capitaneria di porto di Kochi per far attraccare la petroliera. E’ stato lanciato un appello radio, che ha raggiunto le cinque navi di diversa bandiera presenti nella zona, in cui si chiedeva se uno dei cargo avesse avuto un incontro con dei pirati, perché questi ultimi erano stati catturati e c’era da fare il riconoscimento. L’unica nave che ha risposto positivamente è stata l’‘Enrica Lexie’, che si è recata in porto per riconoscere i “pirati” ma ha avuto la sorpresa di un’irruzione a bordo della polizia del Kerala.    

bambina indiana

 Sull’utilizzo di militari come scorta armata a navi mercantili, vedo che lei, sig. Antonio, è molto informato e mi stupisce che trovi normale che le forze armate, pagate dai contribuenti e gravanti sull’erario, vadano poi a fare il servizio di portavalori ai privati lucrandoci sopra e pretendendo immunità.

Quanto al disprezzo nei confronti dei militari che lei mi attribuisce, è totalmente fuori strada. Intanto, il fatto di aver prestato il servizio militare di leva mi dà un titolo in più per poter criticare gli usi impropri delle forze armate rispetto a chi si è fatto riformare grazie alle amicizie di papà o al pagamento di una cospicua bustarella. La mia posizione – e la soluzione che auspicavo e che poi si è verificata – sono, guarda caso, condivise e difese con passione da un generale dell’Aeronautica, Giuseppe Lanzi, nel suo blog (www.fanpage.it/lettera-aperta-ai-fucilieri-di-marina-girone-e-la-torre): la divisa va rispettata e onorata. Se poi i militari, che già danno un prezioso contributo in caso di calamità naturali, venissero usati, oltre che per spalare macerie e distribuire pasti caldi, anche per ricostruire le case dei terremotati, invece di fare da scorta armata ai mercantili o da  truppa subordinata all’esercito Usa nelle sue guerre sciagurate, li sentirei davvero utilizzati al meglio.

Per ultimo, vorrei fare una precisazione semantica. E’stato detto che i due fucilieri di marina verranno giudicati da un “tribunale speciale” e questo ha fatto accapponare la pelle a molti, perché il termine evoca i tribunali speciali fascisti “per la sicurezza dello Stato” che mandavano al muro per direttissima. In questo caso, però, significa semplicemente un tribunale ad hoc, designato dalla Corte suprema sottraendo il processo alla giurisdizione del Kerala, dove più forte è il risentimento verso i due marò. Si tratta quindi di una misura a favore, e non contro gli imputati, che vivranno nell’ambasciata italiana a Delhi vedendosi garantita la libertà di movimento durante il processo, sicuramente spedito.

 Un ultimo auspicio: se il nostro governo – non questo, il prossimo – volesse uscire da questo pasticcio signorilmente, penserebbe anche a indennizzare i pescatori del Kerala, che hanno perso vari giorni di lavoro manifestando per reclamare giustizia per i due colleghi uccisi.

Non dubiti comunque, signor Antonio, che seguirò con costante applicazione la vicenda giudiziaria dei due marò fino alla sua conclusione, così come non mi farò sfuggire gli sviluppi del caso dei dodici elicotteri Agusta per la cui fornitura all’India, del valore di 560 milioni di euro, sono state pagate tangenti da 50 milioni, sono già finiti in galera Giuseppe Orsi (Finmeccanica) e Bruno Spagnolini (Agusta Westland) ed è stata richiesta l’estradizione dalla Svizzera del “mediatore” Guido Ralph Haschke. Molta stampa, non tutta in buona fede, aveva preteso di vincolare la “fuga” dei marò a un presunto patto italo-indiano per svelare (o coprire?) la corruzione sottostante alla fornitura degli elicotteri, ora sospesa e sub judice nei due paesi.