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Quinto Stato

Siamo nomadi, non cervelli che fuggono

NOMADI

E anche se il viaggio è immobile, da fermo, 

impercettibile, imprevisto, sotterraneo, 

dobbiamo chiederci quali sono oggi i nostri nomadi

DELEUZE

La famiglia di mio padre è costituita per oltre tre quarti da emigrati negli Stati Uniti. Oggi non conosce i nipoti e i pronipoti che portano il suo nome oltreoceano. Lui stesso è di origini albanesi. Mio padre è un arbresch, cioè parla l’albanese che il generale Scanderberg importò nell’Italia meridionale a metà del 400 quando Ferdinando I gli concesse i feudi di Monte Sant’Angelo, Trani e San Giovanni Rotondo. Con mia sorella, siamo cresciuti nella sospensione tra la lingua inglese e quella albanese, lontani idiomi incomprensibili che ascoltavamo quando i parenti si riunivano d’estate nel paesino di origine della migrazione della famiglia. Si chiama Greci, in provincia di Avellino, ricostruita 30 anni dopo il terremoto dell’Irpinia. Alle spalle della grande casa dell’infanzia, che si affaccia sulla vallata dove corre la linea ferroviaria Napoli-Bari, bombardata dai tedeschi e dagli americani nel 1944, c’è via Scanderberg. Nelle estati afose degli anni Settanta ho imparato dov’è l’Albania.

Sono nato in questo universo plurilinguistico, dove si parla una lingua brutale, fatta di singulti e di apostrofi, parole oscure e avvitate, memoria arcaica del mediterraneo turco-albanese, dove le donne si vestono di nero, crescono la famiglia, sono state lavoratrici autonome (sarte per la precisione) e lavoravano anche la terra. Commercianti e agricoltrici, uscirono dalla povertà e seppero guadagnarsi anche alcuni terreni, erano le zie e le prozie. Una di loro, mia nonna, ha lavorato a lungo anche al comune dove gestiva la corrispondenza per suo marito insieme a mio padre Mario e suo fratello Aniello che era ancora un bambino. Il nonno era un funzionario comunale tornato cieco dalla prigionia in Kenya, dov’era finito perché non trovava lavoro nei campi né come commerciante a causa della grande depressione degli anni Trenta. I fascisti gli offrirono un posto di assassino nelle loro armate sconclusionate alla conquista dell’Etiopia e dell’Eritrea. Lui accettò, non aveva alternative alla miseria. Rimase quasi otto anni prigioniero degli inglesi. Credo abbia maledetto il fascismo e la crisi economica per tutta la vita. Ha perso la vista. I suoi cari lo hanno visto vivere con affetto, mentre perdeva la vista. Lo hanno amato molto. Perché nel mondo plurilinguistico dove sono nato doveva esserci una forma di affetto ancestrale, possessivo, totalizzante. Ma doveva essere gratuito.

La povertà, il rito dell’uccisione del maiale, il grasso squagliato sul fuoco della notte d’inverno e spalmato sulla pulicca – il pane croccante con la pasta spessa frutto di una lavorazione che forse viene dall’Albania o dall’Egeo. Questa è l’immagine più forte della migrazione degli avi, che si è cristallizzata nei comportamenti quotidiani, negli affetti e nella cucina, nelle parole misteriose e nei saluti scambiati tra i vicini curvi, tutti emigrati di ritorno dalla Germania dove hanno lavorato 30 anni nelle fabbriche. Tornarono al paese, dove costruirono, con le proprie mani di muratori, le case dove sono morti.

La migrazione ricomincia, non si è mai fermata, da quando Scanderberg è arrivato in Italia meridionale.

C’è però una differenza tra la migrazione dei nostri genitori e quella attuale. Di mezzo c’è stato il crollo del Muro di Berlino, la fine della guerra fredda. Credo che abbia influito anche sulla migrazione verso gli Stati Uniti o il Latinoamerica, ne ha cambiato il senso, di certo è avvenuto per quella europea. Di solito questa differenza viene ridotta al mitologema della “fuga dei cervelli”, come se i cervelli siano di qualità se hanno una laurea o un dottorato e invece non ne hanno nessuna per il Pil se hanno “solo” un diploma e forse nemmeno quello. Una visione economicistica associata all’idea che il neoliberismo sia l’unico modo possibile, anche quando si viaggia, si cambia paese e si aspira ad una vita migliore.

Ancora una volta c’è la Germania di mezzo. Non quella dove si recavano i proletari meridionali o veneti negli anni Cinquanta, bensì quella che ha imposto l’austerità in Europa e il nuovo sistema di educazione basato sullo schema duale di alternanza tra studio e inserimento professionale alle scuole dell’Europa meridionale, le “cicale” che spendono e spandono. Per chi tra gli anni Novanta e Duemila ha visitato le biblioteche in Francia, Svizzera o Germania, io l’ho fatto ma non come avrei desiderato, e potuto, sa bene che questa mobilità è già figlia di una generazione. E oggi continua visto che solo nel 2012 sono stati 42 mila italiani, molti neolaureati, a trasferirsi in Germania.

Il 60% di questi italiani  riesce a resistere solo un anno poi riprende la strada di casa. Il quotidiano ‘Die Welt’ apre la prima pagina con il titolo “La Germania non riesce a trattenere i suoi migranti”, in cui riferisce i dati sull’emigrazione di uno studio Ocse, dal quale risulta che una minoranza dei nuovi arrivati riesce a rimanere durevolmente in Germania. Rispetto agli spagnoli, gli italiani che nel 2012 sono arrivati “in massa” (42 mila), riescono ad adattarsi meglio, e a restare nel paese qualche settimana in più.

Il dato dell’Ocse è chiaro: la “fuga dei cervelli” è solo un piccolo episodio di un flusso migratorio interno all’Europa che non ha le caratteristiche di quelli analoghi degli anni Cinquanta.

Il rapporto annuale sulle migrazioni dell’Ocse inizia a fare luce su un aspetto importante della migrazione interna europea: la sua permanenza nel paese di arrivo. Restando poco più, poco meno di un anno, in Germania i famosi “cervelli in fuga”, cioè neolaureati ma anche persone che raggiungono o superano i 30 anni, non rendono evidente solo la chiusura del mercato tedesco, oltre alla mancanza di politiche attive del lavoro, per la qualificazione e l’inserimento linguistico di queste persone nella società di arrivo. Definiscono finalmente la loro “fuga” come uno dei risultati della mobilità delle persone in Europa, e in particolare dei lavoratori indipendenti europei.

Non trovi un lavoro, anche precario ma minimamente pagato (diciamo 800 o 900 euro) per più di tre mesi in Italia? Allora si, vai “all’estero”. Ad esempio in Germania. Il fatto che poi ritorni, anche perché non lo hai trovato – oppure hai trovato un lavoro che paga ancor meno e dura meno di quello che forse hai trovato talvolta in Italia – non è semplicemente un “fallimento”, bensì la normale realtà del lavoro impoverito oggi.

 

E’ un discorso difficile, anche perché fallimento e povertà nel lavoro precario spesso coincidono, lasciandoci una sensazione di fatalismo e disperazione che non è facile da superare. Fermiamoci tuttavia un momento sulla mobilità, cioè sul fatto che il giovane diplomato (o laureato, una minoranza) si muove tra gli stati alla ricerca di un lavoro, e comunque di una società più rispettosa dei suoi diritti.

Le statistiche dicono che non trovano né l’uno, né l’altro nell’Europa che si sta accartocciando nell’austerità. E’ probabile, anzi verosimile. Ma ciò non toglie che una volta tornati a Sud, in Spagna, Grecia, Portogallo o Italia, queste persone possano continuare a muoversi. Forse anche tornando in Germania o in Inghilterra, ad esempio. Questa a me sembra la realtà della mobilità europea sin dai primi anni Novanta, quando gli italiani hanno iniziato a muoversi, non solo come i loro genitori emigrati, ma come cittadini europei che non hanno solo un’origine europea.

Sono gli europei di seconda generazione, e talvolta anche di terza, che vivono in Austria o in Francia, in Germania o in Inghilterra, in Danimarca o Svezia. E sono almeno mezzo milione in Italia.

La migrazione non è solo un viaggio  legato a motivazioni economiche. Si incarna nelle persone, diventa la loro nascita, trasforma le origini che un tempo erano radicate nella terra, oggi sono invece il frutto dell’incontro tra mondi, di partenze e arrivi, di lingue europee e africane, cinesi e asiatiche che parlano sin dalla nascita nella stessa persona. Non importa dove sei, e da dove vienI. Dove sei nato e dove andrai a morire. Sei quello dove sei stato e dove sarai domani. Le lingue che conosci e quelle che imparerai. I mondi che incontrerai e le persone che amerai.

Sono nato in un mondo plurilinguistico, davanti al fuoco, in cucina, c’era chi parlava dell’Africa, un altro sibilava frasi che ricordavano la lingua che si parla nelle vallate al confine tra Albania e Macedonia, un altro brillava nella conversazione nell’inglese che si parla tra Brooklin e Manhattan, e poi c’era chi rispondeva in tedesco.  Sono tutto questo, nient’altro che questo.

pubblicato da La furia dei cervelli