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Shoah, ad Auschwitz due “11 settembre” al giorno

Alla fine, sette mesi prima della Liberazione, arrivò il turno degli ungheresi. Birkenau era pronta, un inferno in terra rodato da due anni di sterminio. Tra il 15 maggio e il 9 luglio 1944, 433mila ebrei vennero deportati dall’Ungheria ad Auschwitz-Birkenau a bordo di 141 treni piombati. In trecentoventimila, dopo le selezioni, sparirono dalla faccia della terra entro poche ore dall’arrivo.

E’ il risultato più straordinario di una macchina di morte talmente puntuale che perfino il suo organizzatore Adolf Eichmann, più tardi, se ne stupì con qualche compiacimento: «Il ritmo era talmente efficiente che si faceva una gran fatica a far fronte a tutti quei convogli».

L’estate del ’44, l’ultima prima dell’arrivo dell’Armata rossa, ad Auschwitz fu terribile. Forni crematori e camere a gas lavoravano giorno e notte per “la soluzione finale della questione ebraica”. Alla fine della guerra, soltanto in Polonia, 3 milioni di ebrei erano spariti nel vento.

Auschwitz-Birkenau, vicino a Cracovia, era il complesso concentrazionario più grande del Terzo Reich: organizzato in 42 sottocampi, intorno al ’44, al suo zenit, accoglieva tutti insieme 150mila deportati.

Più o meno come tutti i detenuti odierni delle prigioni di Italia, Francia e Spagna messi insieme.

La macchina dello sterminio, fatta di gas, acciaio, filo spinato, logistica, treni e tonnellate di burocrazia, ha qui raggiunto livelli di perfezione tanto abietta quanto assoluta.

In questi pochi chilometri quadrati, dal luglio del ’42 al 27 gennaio del ’45, le SS hanno ucciso 6mila persone al giorno. Due «11 settembre» al giorno.

In tutto sono morte su questa pianura brulla, grigia e senza alberi 1.200.000 persone. Auschwitz è il cimitero più grande d’Europa ma non ci sono né lapidi né tombe.

Di tutti quegli esseri umani non restano che poche cose: 7 tonnellate di capelli, 43mila paia di scarpe, pennelli da barba, spazzolini da denti, montagne di biancheria intima, protesi e dentiere. Più qualche fotografia, conservata nel museo del campo. Dagherrotipi di cittadini europei del Reich millenario.

I nazisti conservavano tutto. Contabilità, costi e ricavi della morte. Un’organizzazione così meticolosa e burocratica aveva il doppio scopo di far funzionare al massimo la macchina dello sterminio e di frammentare le responsabilità, costruire alibi agli omicidi di massa. In piccolo, accade anche oggi, con l’organizzazione di imprese e stati che non hanno nessuna responsabilità per gli «effetti collaterali» dei propri affari.

E’ questa la modernità della Shoah e ciò che rende l’Olocausto irriducibile (finora) a qualsiasi altro massacro della storia. Senza la burocrazia e gli strumenti di uno stato moderno non è nemmeno concepibile pensare di uccidere non milioni, ma tutti, gli ebrei europei.

Al processo di Norimberga Rudolf Hoss, comandante di Auschwitz, se ne vantò: «Io ho ucciso 2 milioni di ebrei». Lo disse con orgoglio, come si fa al circolo della caccia o dopo un record sportivo. La forca su cui è stato giustiziato per crimini contro l’umanità è visibile ancora oggi ai confini del campo principale di Auschwitz, vicino la palazzina in mattoni che durante lo sterminio ospitava lui e la sua famiglia.

Racconta Moni Ovadia: «Durante la liquidazione del ghetto di Varsavia, dalla fila di ebrei cadde un sacco dalle spalle di qualcuno. Dentro c’era un bimbo. L’Ss si infuria e ordina al bimbo di dire chi è il padre. Il bimbo non piange. E non tradisce il padre. L’Ss allora guarda la fila e indica un uomo innocente: ‘Tu’. E  li fucila entrambi».

La Shoah ha molti padri ma tutti ne siamo figli.

Il campo di Birkenau è enorme. Costellato di laghetti neri. Pozze immobili poco profonde dove venivano disperse le ceneri degli ebrei bruciati. Di loro, non dovevano restare nemmeno le ossa. Verso la fine, prima di lasciare il campo, i tedeschi demolirono con l’esplosivo i crematori, le ciminiere, i forni. Ma già all’inizio sgombrarono i villaggi polacchi in un raggio di 40 chilometri. Attorno a loro doveva esserci il deserto. E nessun testimone.

Secondo molti studiosi proprio questa ossessione per la segretezza, la cura nel cancellare a posteriori le proprie gesta, indica la consapevolezza da parte delle Ss dell’atrocità di quanto stavano facendo. Non esistono foto di Auschwitz se non quelle trafugate da una bambina ebrea ungherese, Lili Jacob, poco prima dell’arrivo dell’Armata rossa. Era un album segreto, privato, di un Ss. Fotografare era proibito per chiunque all’interno del campo.

Quando i russi arrivarono a Birkenau, volavano sulla pianura migliaia di fotografie e di fogli di carta. I tedeschi avevano bruciato quasi tutto ma nella fuga molti schedari si erano rotti, consegnando alla storia almeno i volti degli scomparsi. Oggi si trovano nel museo del campo: giovani, donne, foto di vacanze, bimbi, intere famiglie. Pettinature e vestiti degli anni’ 40. Sono tutti morti.

Qualche anno fa ho avuto la fortuna di visitare Auschwitz e Birkenau in uno dei viaggi della memoria curato dalla Regione Toscana, una delle più avanzate nel curarne preparazione prima e riflessione dopo. E’ stata l’esperienza più sconvolgente di tutta la mia vita.

Quando arriviamo, partiti da Firenze in treno, la neve avvolge tutto in un sudario bianco e nero, sporca. Una signora, all’alba, ruba del carbone alla terra con un secchio. Le sue galosce nere accentuano il fazzoletto rosso che la protegge dal freddo. Il treno attraversa le dolci colline della Slesia, villaggi, città, pianure. Finché si ferma nella stazione di un piccolo borgo polacco di nome Brzezinka-Oswiecim. Sessantacinque anni fa si chiamavano Birkenau-Auschwitz.

Sebbene associati nell’orrore, i due campi sono molto diversi tra loro.

Ad Auschwitz la banalità del male è fatta di piccole file di edifici rettangolari di mattoni rossi. Ambulatorio, mense, uffici, dormitori, costruzioni come tante. Se non fosse per quella scritta: «Arbeit macht frei», il lavoro rende liberi. A Birkenau invece lo sguardo si allunga fino all’orizzonte. Come un aeroporto, piccole baracche di legno ben distanziate si stendono a destra e a sinistra dei binari del treno.

In ognuna di quelle baracche, stalle da campo che dovevano contenere 52 cavalli, hanno vissuto, dormito e sofferto tra le 400 e le 800 persone. I letti arrivano fino al soffitto, su tre livelli. In ogni branda 2 esseri umani. Molte delle costruzioni sono deperite e restano solo i camini per le stufe. Obelischi neri di un villaggio diabolico.

L’aspettativa media di vita nel campo era di tre mesi.

E’ impossibile pensare come deve essere stato vivere e conservare la propria umanità in questo freddo, senza pane, senza vestiti, senza scarpe. Uomini magri come spaventapasseri, calvi, laceri, sporchi, diafani come fantasmi vivi.

La maggior parte dei visitatori, già provati, crolla davanti ai disegni nelle baracche dei bambini. Piccoli tratti infantili immobilizzati a futura memoria dietro una lastra di vetro. Le lacrime arrivano e non te ne accorgi. Altre ne arriveranno. Ai forni, nel bosco che dà il nome alla località: Brzezinka vuol dire betulle.

La mania dei tedeschi era perfezionare. Birkenau è composto da tre blocchi di baracche molto estesi. Ma non bastava. La guerra arrivava al dunque e i tedeschi volevano allargarlo ancora, con due blocchi, il IV e il V a sinistra e a destra dell’entrata. Un’ipotesi faraonica, se si pensa che il blocco III era talmente lontano dal centro del campo che i prigionieri lo chiamavano il «Messico», come di uno sprofondo esotico che si sa esistere ma non si sa dove, dietro decine e decine di barriere di filo spinato elettrificato. A Nord invece, chiamato il «Canada», ci sono i blocchi dove i prigionieri accatastavano gli effetti personali e le ricchezze degli uccisi. Una terra lontana, la terra dell’abbondanza.

Costruito a maggio del 1940, fino al ‘41 Auschwitz raccoglieva soldati e criminali comuni. Mutò presto da campo di concentramento a campo di lavoro ma non era ancora un campo di sterminio.

La svolta ci fu tra il 3 e il 5 settembre del 1941.

All’interno del blocco 11 del campo i tedeschi sperimentarono per la prima volta l’efficacia del gas Zyklon B su 600 prigionieri, in gran parte soldati sovietici e polacchi, murando le bocche di lupo delle celle. La prima volta sbagliarono la dose e dopo 24 ore trovarono ancora qualche sopravvissuto.

Il giorno dopo trovarono la miscela letale: 5-7 latte di gas per uccidere 15mila persone. A gennaio si iniziò ad usarlo sugli ebrei russi.

Ad Auschwitz è questo il cuore dell’orrore. Il blocco 10 e 11 si affacciano su un cortile rettangolare usato per le fucilazioni. Le finestre di entrambi i lati sono murate. Nel primo, «l’infermeria», non si curava nessuno: vi avvenivano le sperimentazioni mediche e le sterilizzazioni. Nel secondo le torture vere e proprie.

Nei sotterranei le celle sono di 3 metri per tre: contenevano fino a 30 persone, che morivano soffocate o per fame. Sembrano quasi normali. Più avanti è peggio. Ci sono 4 celle di rigore di 1 metro quadrato. 4 persone vi venivano rinchiuse anche per due settimane. Sempre in piedi, con poca acqua e quasi niente cibo. Non se ne usciva vivi. Chi non ce la faceva più chiamava e veniva fucilato. Aver accelerato lo sterminio non bastava. Bisognava trovare il modo per smaltirne i cadaveri. In due anni, fino al ’43, le Ss costruirono i forni crematori sotto le camere a gas: 1 ad Auschwitz, 4 a Birkenau.

Il disperato bisogno di manodopera del Reich rendeva i lager (1.632 in tutta Europa) il sistema più conveniente per uno sfruttamento intensivo di un’enorme quantità di schiavi senza futuro. Il 7 ottobre del ’44 ci fu l’unica rivolta del campo. Disperata e inutile se non per l’onore.

A Birkenau, oggi, ci sono scolaresche da tutta Europa, si parlano tutte le lingue. Migliaia di ragazzi italiani, polacchi, francesi, coppie di signori anziani con chissà quale storia attraversano il campo a capo chino. Zainetti, impermeabili, jeans a vita bassa. Per fortuna non si sente nemmeno un cellulare. Anche fumare è sconveniente. Il silenzio è dappertutto, sui binari, nei boschi, vicino ai forni crematori dove a migliaia sono stati cancellati dalla faccia della terra. La neve attutisce i rumori.

Dalle macerie di Berlino, nel 1945, uscirono 9mila ebrei. Vivi. Tutti salvati da famiglie tedesche. Prima della guerra, in Germania erano 500mila.

Il Reich ha perso.

E in aereo Israele è a tre ore dal suo cuore di tenebra.