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Sesso, bugie e videotape del vecchio Papi

Vertice con Bossi: l’asse con la Lega è ferreo. Berlusconi non andrà dai giudici. Anzi, li vuole «punire». Andare avanti e negare tutto. Sostituire la realtà con il «gossip». Intossicare media e tv finché la gente scoppi. Lo stato è Arcore e Arcore è lo stato.

Vorrebbe, vorrebbe ma non può. Berlusconi ufficializza quello che tutti sanno da anni: che lui dai pm milanesi non andrà né ora né mai. Il premier manda un altro messaggio al sito dei Promotori della libertà e avverte il popolo che è in atto un golpe, che contro di lui nemmeno contro la mafia, che non c’è nessun giudice in Nord Italia che sia tanto «super partes» da giudicarlo. Che sul bunga bunga è tutto il solito complotto della sinistra. Lui parla senza contraddittorio su Internet e il suo dipendente addetto all’immagine (Alfonso Signorini) intervista la sua povera compagna di merende Karima detta «Ruby» su una delle tv di sua proprietà.

Se le parole testuali del presidente del consiglio contano ancora qualcosa, ecco il messaggio alla nazione: «Non posso presentarmi a dei pubblici ministeri che non hanno competenza né funzionale né territoriale, anche per non avallare l’illegittimità che sto denunciando. Ripeto – dice – io vorrei andare subito dai giudici perché i fatti contestati sono talmente assurdi che sarebbe facilissimo smontare il teorema accusatorio».

Se non è ancora chiaro, legge lui stesso una parte dell’ordinanza con le risposte ai pm del funzionario della questura: «l’addetto alla sicurezza mi disse: dottore le passo il presidente del consiglio perché c’è un problema. Subito dopo il presidente del consiglio mi ha detto che vi era in questura una ragazza di origine nord africana che gli era stata segnalata come nipote di Mubarak e che un consigliere regionale, la signora Minetti, si sarebbe fatta carico di questa ragazza. La telefonata finì così. Ma vi pare – sbotta il premier – che questa possa essere considerata una telefonata di minaccia? Tutto ciò è assolutamente ridicolo».

Di ridicolo c’è innanzitutto la lettura parziale del premier. Subito dopo quelle parole il funzionario interrogato dice: «La parola ‘minore’ non fu pronunziata, anche se era implicito che si trattasse di una minorenne perché si parlò di affido di una persona priva di documenti…»

Peggio ancora, il premier legge «quello che ha detto la stessa Ruby in una dichiarazione firmata e autenticata dai suoi avvocati». Una smentita sui presunti rapporti sessuali che conferma però un punto decisivo: i soldi. «Ho ricevuto da lui, come forma di aiuto, vista la mia particolare situazione di difficoltà, una somma di denaro», dice la ragazza in questa versione. Un cedimento incontestabile, visto che alcune banconote da 500 euro in mano a Ruby sono state fotocopiate dalla polizia e sono già agli atti.

Il premier per il resto smentisce tutto e conclude minaccioso: «C’è solo un attacco gravissimo di alcuni pubblici ministeri che hanno calpestato le leggi a fini politici con grande risonanza mediatica. Una procedura irrituale e violenta indegna che non può rimanere senza una adeguata reazione». Questo recita il testo scritto, perché nel video invece Berlusconi direbbe la parola punizione. Un’altra sbavatura significativa nella comunicatizione.

Il dato politico resta: il premier si è fatto il processo da solo e si è già assolto. In più, vuole punire i giudici «non competenti» che hanno violato le mura di Arcore (come se fossero un «super lodo» dietro cui corrompere poliziotti e minorenni). Per il Pdl le date dell’inchiesta sono decisive: la procura di Milano sembra chiudere le indagini a ottobre (quando scoppia il caso Ruby), come se in attesa della sfiducia alla camera del 14 dicembre. E manda la richiesta di interrogatorio solo il giorno dopo il no al legittimo impedimento da parte della Consulta. Due indizi che per il Cavaliere valgono una prova.

Il premier ha poche alternative. Gioca la partita della vita usando media, avvocati, governo, parlamento, commissione di vigilanza Rai e da ieri anche il Csm come se fossero una cosa unica. Di concreto, nascerà oggi alla camera il gruppo dei 20 (qualcuno dice 21) «responsabili» che farà la stampella al governo al posto di Fini. Ieri in aula alla camera la relazione di Alfano sulla giustizia ha ottenuto 305 voti, 1 in più della conta di dicembre.

La parola d’ordine è andare avanti e negare tutto. Resistere, se necessario contro tutti: giudici, opposizione, industriali, Quirinale, Chiesa, opinione pubblica mondiale, figli ed ex moglie.

Di fatto, non può più governare e infatti governa Tremonti.

Delle riforme epocali resta, forse, solo il federalismo portato avanti dalla Lega. Non a caso in nottata riceve i vertici del Carroccio per fare il punto. «Pensate se agli uomini non piacessero le donne…», minimizza Bossi entrando. Finché c’è la Lega tutto bene.

Lo «spin» da dare agli incolpevoli cittadini è semplice: se non puoi evitarla, gonfia di merda giornali, rotocalchi e tv finché la gente scoppia e si può passare ad altro: un gossip come tanti sul vecchio Papi Silvio.

da www.ilmanifesto.it – uscito sul manifesto del 20 gennaio 2011