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losangelista

Serena e i guardiani del trash

Serena Williams ha conquistato il suo quinto titolo a Wimbledon, eguagliando il numero di tornei vinti in Inghilterra dalla sorella Venus, e diventando la prima campionessa ultratrentenne dai tempi di Martina Navaratilova. Le sorelle, assieme anche in un’ennesima finale del doppio,  si confermano insomma fra le piu’ grandi atlete dello sport moderno (sicuramente le sorelle piu’ vincenti della storia). Bella soddisfazione per le ragazze di Compton che nel ghetto di Los Angeles dove sono cresciute hanno perso anche una sorella maggiore, uccisa in una sparatoria fra gang nel 2003. Non abbastanza pero’ evidentemente per le sensibilita’ di certa stampa nostrana che di fronte a questa incredibile storia di successo personale e di desegregazione del tennis, delle Williams non trova di meglio che di deplorarne lo “stile”.  La minirassegna iconografica e’ rappresentativa della straordinaria nonchalance con cui molti media italiani di opinano su “look” e stile ritenuto “non all’altezza”.

Una propensione ad elargire giudizi che caritatevolmente potremmo definire paternalistica disinvolutra: le atlete in questo caso evidentemente non assurgono agli esigenti standard di bellezza, stile e femminilita’ di chi presumibilmente preferisce – per le donne dala pelle nera – il look da top model a quello fieramente atletico delle sisters. Legittima espressione di gusto di chi sull’eleganza non transige, dite? E’ vero che la derisione del “cattivo gusto” altrui e’ una delle peculiarita’ dei quotidiani italiani, ma in questo caso lo sfondo razzista e’ piu’ che un legittimo sospetto.

Sotto al  ludibrio cioe’ c’e’ l’occhiata di intesa al lettore sulle “cafone”  intrufolate in una delle riserve sportive piu’ elitiste del mondo. Paranoia? Correttezza? Sara’ ma la conferma viene dalla galleria, riservata sempre da Repubblica, alle “inopportune” scelte di abbigliamento di Inkhosikati LaMbikiza, regina dello Swaziland, ospite della regina Elisabetta e colpevole secondo l’autorevole quotidiano, di una palese insufficenza stilistica – perche’ tutti sanno che gli abiti dei reali inglesi sono paragone assoluto di dignitosa eleganza. Il razzismo, quello quotidiano e viscerale, quello insidioso perche’ “normale”,  e’ fatto daltronde di piccole supponenze e certezze di superiorita’, in questo caso una “supremazia estetica” scontata. E’ quello di chi sostiene senza remora: “io ho amici negri, ma certe cose …su, davvero”


Nell’anno dell’apoteosi balotelliana la deplorazione  per ‘abbigliamento coatto’ di due superbe atlete e’ un compendio di implicito sessismo, classismo, elitismo e razzismo che la dice assai piu’ lunga sul provincialismo di chi lo profferisce che su quello degli oggetti dello scherno.  Per documentarsi sull’eterogeneita’ del gusto (e sulla gioiosa esuberanza di evetuali alternative) suggeriremmo ai guardiani del buon gusto una messa afroamericana o eventualmente la visione di un concerto di Bootsy Collins.

  • ML

    I mass media sono lo specchio del popolo a cui si rivolgono, altrimenti non potrebbero essere “mass”, e quelli italiani, ossequiosi, viscidi e innovativi come un bolletino parrocchiale riflettono molto bene la mentalita’ italica.