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Islamismo

Senza burqa piena cittadinanza

Sono contro il burqa (quello afghano) e il niqab (che lascia una sola fessura all’altezza degli occhi) non per una questione di sicurezza (per noi come dice la Lega o per loro come sostengono i fondamentalisti islamici) ma per la dignità della donna. Non si tratta di una prescrizione religiosa, lo ha ribadito proprio due giorni fa dal Cairo, l’imam al Tantawi dell’univeristà islamica di al Azhar, la massima autorità sunnita. Non servono nuove leggi per il divieto, servono azioni positive per permettere a queste donne, chiuse dentro un velo anche quando escono di casa, di poter acquisire tutti i diritti e doveri delle cittadine italiane. Innanzitutto devono poter imparare la nostra lingua per intessere relazioni e non sentirsi isolate o, peggi, in un ambiente ostile. Su questi elementi fanno leva i maschi delle loro comunità per tenerle segregate sessualmente anche con l’imposizione del velo integrale. Dobbiamo convincere queste donne che non sarà il velo a proteggerle ma la loro libertà, i loro diritti, compreso quello della cittadinanza, senza dover sempre dipendere da quella del marito. Diritti che noi italiane/i dobbiamo sostenere.

  • GIOVANNA

    condivido al 200%

  • alvise

    Mi pare, e lo dico sommessamente, che questo blog insegua le farfalle. Una ad una.
    Oggi è il velo, domani sarà un’altra consuetudine che magari ci disgusta di più.
    Mai che si definisca la chiave di volta, risolta la quale anche questi aspetti trovano soluzione.
    Inseguire caso per caso , a mio avviso, si fa il gioco della Lega, che troverà sempre un singolo argomento sul quale scaricare le sue ire.
    Credo che Giuliana , inconsapevolmente, stia facendo il loro gioco in questo spazio virtuale.
    L’islamismo, di cui questo porta il nome, è altra cosa.
    Perchè Giuliana non pubblica e apre la discussione sulla bozza d’intesa con lo Stato, presentata dall’Unione delle Comunità Islamiche in Italia ?

  • http://mir.it/servizi/ilmanifesto/islamismo/ giuliana

    grazie per i suggerimenti anche se a volte mi va di scegliere cosa scrivere e comunque vedo che nonostante gli argomenti da me scelti siano “lievi” (forse perché un maschio non può comprenderne la portata) tu intervieni sempre, quindi forse non sei poi così disinteressato.
    giuliana

  • giuliano campo

    Vivo a Londra in un bel quartiere pieno di donne con il velo integrale e di altre con ogni altro tipo di abbigliamento e nazionalita’. Ho studiato a Parigi e anche li’ all’Universita’ alcune ragazze avevano l’abito lungo nero e il velo semi-integrale e si mischiavano con tutte le altre (ed erano molto affascinanti). Tanti colori, tante razze, tanti odori, costumi e lingue diverse. Questi sono i posti che mi piacciono e comunque cosi’ va il mondo.
    Questa proposta della Lega e’ semplicemente razzista, senza se e senza ma, e ci pone, questa volta senza appello, al di fuori della comunita’ civile internazionale. E’ ripugnante che la sinistra italiana anche su questo ondeggi. Invito Giuliana Sgrena e le parlamentari di sinistra che balbettano su questo punto a farsi una passeggiata a Stratford (East London). La questione dei diritti e’ importante, naturalmente, ma non viene posta da questi divieti che invece i diritti li negano. Lo conferma il fatto che la Bonino e i radicali, che sono evidentemente ultra-reazionari, sono d’accordo.

  • Gianluca

    Pienamente d’accordo con Giuliana. Io sono per uno stato laico assertivo, di stile francese per capirci. le religioni sono, per loro natura intrinseca, intolleranti oscurantiste violente e maschiliste. è difficile trovare la via di sinistra che si incunei tra il medievalismo religioso e il medievalismo leghista e della destra. ma è quella la strada.

  • AIT DAOUD HASSAN

    LA MORALE , NOI E IL VELO.

    La morale è stata il veleno per eccellenza che ha paralizzato la mente umana. In nome della morale e stata falsificato l intera storia del umanita .La morale ha capovolto il senso della vita testa i giu. La concezione del peccato originale , l interpretazione della storia di Adamo e la sua caccia dal paradiso e stata la fonte a priori di una mistificazione senza precedente della storia . La morale e il suo imperativo categorico(che aveva la sua massima espressione nel vecchio KANT) e il proiettile chi ha strappato il cuore del inconscio umano e quindi della sua vitalitù e la sua- volonta di potenza-.La morale ha un mondo proprio : nel mondo morale abbiamo bisogno di un Dio, di un profeta, di un re, di un personaggio saggio… , in somma del tipo chi ha il compito di giudicare : la morale e il sistema del giudizio per eccellenza. l uomo morale non smette mai di giudicare : giudicare se stesso e giudicare gli altri in nome di una cosa superiore , di una cosa al di sopra del essere ; cioè in nome della morale .La morale ha il suo mondo , letica ha il suo . La morale naviga nel bene e nel male , l etica va al di la del bene e del male , senza perdere d occhio il buono e il cattivo .
    parlare del velo , del modo di vestirsi e gia un modo di giudicare e quindi fare la morale , mistificare , prostituirsi intellettualmente , deviare i problemi reali della societa multietnica . Quando una societa cominci ad essere eterogenea culturalmente ed etnicamente , insieme al suo stato sorgono problemi evidenti : paura del altro, razzismo, discriminazione razziale , xenofobia, antisemitismo, violenza contro le persone…E noi che crediamo di essere in sintonia con il buon senso diciamo che ,affrontare questi stati d animo della societa e molto piu serio di parlare della maniera in cui una persona ha scelto di vestirsi . Noi non valutiamo ( se é questo che si circa di fare ) per quello che deve fare il cittadino in nome di una morale ma soltanto per quello che puo fare, per la sua capacita di agire in maniera attiva o passiva , perche il (deve) e gia zippato dentro la potenza della persona . L atleta chi non senti la capacita di finire la corsa si mette da parte tranquillamente ; la persona che non arriva (non puo) ad integrarsi si auto- defila con la propria volonta .
    Continuate a parlare al attenzione ( al loro posto )dei cittadini per essere in sintonia con il vostro mestiere di uomo/donna politico/a, ma parlare di cose che il popolo non sente e non vive e un distacco della realta , è una ritorica sofisticata per (maquillage), e quindi contro produttivo e non conduce da
    nessuna parte .
    Solo perche, francamente, noi non pensiamo che il problema che il cittadino evidenzia nel altro sia il modo di coprirsi : ossia il velo o la dejellaba, ma soprattutto il suo posizionamento su la scala della volonta d integrazione .
    La liberta individuale e inviolabile , noi spiriti liberi ( rubando l espressione a NIETZSCHE) non possiamo concepire tutta la cultura del occidente solo nel abbigliamento , la nostra cultura e molto piu ricca di questo, e non ce stanchiamo mai di fare del tutto per arricchirla di piu, attraendo il diverso ad integrare il nostro cammino , a unirsi alle nostre aspirazione per costruire tutti insieme la nostra casa che consenti, in piu di essere liberi ,sentirsi inquilini a tutti i titoli .
    “Si poi smuovere il mondo con un dito , se si dispone di una leva adeguata “- JEAN JACQUES ROUSSEAU
    Ait daoud hassan
    Via Emilia 137 –Broni-(PV)
    Fax/tel : 0385569010
    Cell : 3924209188
    E-mail: atlas-service@alice.it

  • blache francesca

    Ho appena finito di leggere un articolo odierno del giornale francese “Libération” intitolato “Les députés planchent sur les moyens légaux d’interdire la burqa”.
    Non condivido nè il lavoro che stanno portando avanti i deputati francesi, nè la proposta della Lega e non credo che sia corretto “convincere queste donne”.
    Francesca Blache

  • alice

    Pace a tutte e tutti.
    Sono una musulmana italiana.
    Ritengo che sull’argomento del velo islamico ci sia molta ignoranza, pressapochismo, e strumentalizzazioni. Tutti ne parlano, senza sapere esattamente di cosa parlano.
    L’islam impone a donne e uomini di vestire in maniera sobria, pudica, non provocatoria. In particolare, è d’obbligo coprire la zona che va dalle spalle fino a sotto le ginocchia. Nel Corano, è prescritto alle donne “che facciano scendere il camice fino più in basso” (33:59, traduzione Gabriele Mandel)e “mostrino dei loro ornamenti ciò che appare e calino un panno sul seno (24:31). Come si vede, non si parla esplicitamente nè di coprire i capelli nè tantomeno di coprire il viso. Quindi, a seconda delle tradizioni interpretative, alcuni musulmani ritengono che il velo che copre i capelli (hijab) sia obbligatorio, altri no.

    Bisogna comunque ricordare che, di fatto, anche per le donne cristiane quella del velo è una pratica che era stata imposta da S.Paolo (“la donna deve portare sulla testa il segno della propria dipendenza”- Prima lettera ai Corinzi 11) e che era comune in tutto il medio oriente.

    La pratica di velare il volto (peraltro diffusa comunemente fra i beduini del deserto per ovvi motivi anche ambientali) era prescritta nell’islam originario solo alle mogli del Profeta, per una questione di pudore.

    Detto ciò, le donne che nel 2009 girano col volto velato nelle nostre città, non lo fanno perchè l’Islam glielo impone, perchè “sono molto osservanti”, o perchè altrimenti fanno peccato. La religione non centra niente. Esse lo fanno per due ragioni.
    O perchè costrette da mariti, padri, o dall’ambiente misogino, sessuofobo e patriarcale in cui sono cresciute (ma sono una minoranza). In questo caso, vanno sicuramente aiutate ad uscire da questa situazione.
    O lo fanno PER SCELTA POLITICA, perchè vogliono rivendicare in modo aggressivo un’appartenenza ideologica, quella dell’islamismo radicale, (che è tutto il contrario dell’islam); queste donne spesso sono istruite, emancipate, molte italiane convertite, e usano il loro corpo come manifesto politico, per comunicare un’idea. Diciamo come chi si tatua una svastica sul collo, più o meno. Queste donne hanno un’idea completamente distorta dei rapporti di genere, seguono l’ideale di società segregata sessualmente tipo Arabia Saudita, una concezione mostruosa che non ha niente a che vedere con l’islam (tanto che l’islam prescrive che il pellegrinaggio alla Mecca deve avvenire a volto scoperto, uomini e donne insieme). Queste persone centrano con l’islam quanto gli anarchici insurrezionalisti o black block centrano con il comunismo. Ne distorcono completamente il messaggio, per renderlo veicolo delle loro frustrazioni e del loro odio. Si auto-isolano dalla società perchè si sentono estranei ai suoi valori; loro vivono nell’utopia dello “stato islamico mondiale”.
    Questo tipo di ideologia “dura e pura” fa molta presa sulle persone fragili, con problemi di identità, di appartenenza, di visibilità.
    Conosco una donna tunisina che mette il velo integrale perchè crede che l’estremismo islamico sia l’unica alternativa politica al regime laico e sostenuto dall’occidente che sta strangolando il suo paese. Conosco donne italiane che mettono il burqa come segno di “purezza”, di rifiuto totale di una società basata sulla mercificazione del corpo, e per avere paradossalmente visibilità nella comunità islamica.
    Queste donne sono un danno per l’islam, prima di tutto. Non credo che serva punirle col carcere, questo le porterebbe a sentirsi “perseguitate sulla strada di Dio” e quindi le radicalizzerebbe ancora di più, facendone delle martiri all’interno delle loro comunità, e le porterebbe ancora più al centro dell’attenzione.
    La risposta invece deve essere culturale. Sarebbe importante ad esempio che i media dessero spazio ai musulmani “normali”, moderati, riformatori, che desse un quadro della situazione reale e non stereotipato.

    E Dio ne sa di più.
    Mi scuso per la lunghezza dell’intervento.

  • alvise

    Intervenendo su questo blog, pensavo di dovermi preoccupare di scrivere interventi che possano essere considerati pertinenti.
    Per quanto “lieve” possa essere lo spunto di partenza da te sollevato.

  • http://blog.libero.it/rigitans Rigitans’

    ho piacere di leggere opinioni come quelle della bonino e della sgrena (entrambe donne), soprattutto dopo aver scritto questo post:

    http://blog.libero.it/rigitans/7786894.html

    qui si parla di una violenza nei confronti delle donne, stiamo parlando di riconoscibiltà, stiamo parlando di rispetto di leggi e cultura italiane da parte di chi viene ospitato. non ne toglierei nessuno, e questo lo dico nel pieno rispetto dell islam, in una nazione in mano al vaticano.

  • Fausto

    Credo che Alice colga nel segno. Il numero di donne che porta oggi un qualche velo nelle città dell’Europa del nord è in costante aumento. Nei quartieri popolati da “stranieri” moltissime donne, quasi sempre nate e cresciute in quel quartiere e con il passaporto di quel paese, e che parlano tra di loro col dialetto locale, mostrano il velo come evidente gesto politico identitario. Non so quante di queste donne lo facciano con grande convinzione e quante invece indotte più o meno con costrizione familiare.
    La necessità di esibire un’identità è certamente la risposta alle politiche sempre più xenofobe dei vari paesi europei (l’Italia arriva tardi sul problema e xenofoba si mostra fin dall’inizio).
    Ma proprio perchè Alice coglie nel segno, la posizione di Giuliana è l’unica percorribile. Un forte impegno politico alla costruzione di una cittadinanza condivisa, un forte impegno per i diritti di tutti e delle donne in particolare sono l’unico modo per disinnescare le bombe identitarie. E l’opposizione a tutti i veli non può che far parte di questo impegno.
    Ahimè però, una cosa va pur detta: le religioni sono il sostegno più forte, ideologicamente più consolidato, alla costruzione di un’identità: guardate come i papi chiedano con insistenza di indicare la radice cristiana dell’Europa. Una richiesta storicamente infondata e poiliticamente oggi devastante perchè induce chi afferisce ad altre religioni a chiudersi sempre più in un’identità altra, eredidata dai genitori o addirittura dai nonni (Germania, U.K., Paesi Bassi) che viene estremizzata perchè si percepisce in fondo la contaminazione, peraltro ineliminabile, con l’ambiente circostante.
    Solo una politica che rigidamente tenga fuori l’ambito religioso, e rifiuti ogni riconoscimento identitario, può tenere insieme quest’Europa che scricchiola.

  • lorena currarini

    grazie a giuliana per la battaglia contro i veli(tutti, anche quelli semplici, che semplici non sono perchè seguono lo stesso principio di quelli integrali: segregare, nascondere, cioé negare l’autonomia e la dignità del corpo femminile). Io sono disperata quando femministe e sinistri vari benintenzionati difendono la ‘tradizione’. Come se una cosa fosse giusta solo perché è tradizionale, e soprattutto è altrui – a noi, guai se ci toccano!! guai se qualche prete ci rampogna! ma se lo fa l’imam, allora è tutto giusto, per carità, loro sono ‘gli altri’. Io da comunista sapevo che gli altri sono uguali a noi, non diversi. E che se una tradizione è sbagliata, la si combatte. Sapevo, e so ancora, che l’uguaglianza è sacra, e che per le donne è sacra due volte, perché noi siamo più a rischio. Scusate, ma a me il velo non piace mai, perché è inutile edulcorarne la portata, dire che è una affermazione identitaria ecc. ecc.: il suo significato è univoco ed è uno solo: subordinazione, obbedienza, vergogna, censura. Che si coprano i maschi, se ha tutto questo grande significato morale. Come mai per loro non è previsto?
    Io voglio per le donne musulmane le stesse cose che ho io, e che fanno la mia libertà: i diritti, ma anche proprio la libertà personale, l’autonomia, la dignità del corpo. E visto che non sono bacchettona, credo che sia mille, mille volte più libera e dignitosa una donna con la gonna corta e i tacchi, che un fantasma coperto e vergognoso di sé.
    Mille volte meglio sembrare un’oca velina che essere una donna intabarrata. La velina i diritti li ha. Il velo li nega alla radice.

  • emanuela

    Sono veramente basita dall’eurocentrismo arrogante della posizione espressa da Giuliana, che usa i centimetri scoperti del viso come misura della dignità, che omogeneizza e si erige a salvatrice di milioni di donne del mondo, o almeno delle migliaia che vivono in Italia (anche italiane), che poverine usano il burqa perché non sanno cosa sia la libertà, o la dignità, ma che grazie alle nostre azioni positive finalmente lo impareranno.
    Qui il problema non è essere contro o a favore del burqa, ma su quali assunti politici, culturali, morali, etici basiamo le nostre posizioni.
    Non solo mi meraviglia come una donna di sinistra possa così facilmente sostenere posizioni neocoloniali, ma soprattutto mi dispiace che si continui a ignorare quello che da decenni ci dicono le donne e le femministe africane, afro-americane, indiane, arabe, sud americane etc…. Si continua a parlare di diritti delle donne come se tutte le donne fossero bianche e occidentali, continuando a marginalizzare e zittire la maggioranza delle donne del mondo, nonostante ci stiano urlando da decine di anni che la donna bianca europea NON è la norma attraverso la quale vedere, capire e interpretare il mondo femminile.
    Condivido pienamente la delusione di Giuliano rispetto alla sinistra italiana. Purtroppo è anche in discussioni come queste che la sinistra italiana mostra tutta la sua debolezza e incoerenza. Ed io non considero assolutamente lieve questo argomento, soprattutto alla luce del razzismo che dilaga indisturbato in Italia.
    Sono d’accordo con Hassan, la società multietnica e’ estremamente complessa, ma parlare del burqa non e’ necessariamente una deviazione. E’ affrontare la punta dell’iceberg, che comunque rende visibile (più e meglio delle dichiarazioni d’intenti o dei programmi politici) i valori, gli assunti e principi che “regolano” e determinano come e cosa vediamo e pensiamo. E talvolta le scoperte sono desolanti.
    Quindi, va bene, parliamo del burqa, parliamo dei diritti delle donne oggi in Italia, ma tutte sedute attorno ad un tavolo, senza professoresse.

  • Nicolo

    Quand’ero ragazzo, le donne del mio paese, in Sicilia, portavano il velo – scialle, mantilla, foulard o veletta. La pressione sociale perché anche le più giovani si adeguassero non era da poco. Era anche un elemento di controllo sul principio d’autorità (da Paolo di Tarso al parroco, naturalmente in nome di dio) per sancire una differenza: le donne si coprano e tacciano. O che si tosino (sic!). Devo ricordarmi di questo quando mia sorella, vedendo donne velate (non pariamo di burka!) non può trattenersi dal sibilare: “E toglietevi questo velo!” Lei sa che cosa il velo vuol dire e non lo considera argomento futile.

  • http://mir.it/servizi/ilmanifesto/islamismo/ giuliana

    a emanuela mi dispiace ma non sono io quella che non ha seguito il dibattito delle donne in africa, nei paesi arabi e musulmani, basterebbe ricordare la conferenza di pechino…
    giuliana

  • alvise

    La questione del burqa è un aspetto minore all’interno del rapporto complessivo tra occidente e islam.
    Se non partiamo dalle richieste , prese nel loro insieme, che ad esempio ci arrivano dall’Unione delle Comunità islamiche in Italia, come potremo dare risposte coerenti per tutti i singoli problemi sul tappeto ?
    Ad esempio: nel diritto di famiglia islamico un ragazzo adottato non prende il nome della famiglia adottiva e non eredita tanto quanto gli altri fratelli…..
    Su aborto e divorzio poi non ne parliamo.
    Incaponirsi sul burqa o sul velo delle nostre nonne non ha nessuna efficacia per risolvere i temi di cui sopra.
    Il burqa affrontato assieme agli altri e non separatamente.
    Altrimenti si fa il gioco della Lega, che ha buon gioco sui singoli aspetti più clamorosi
    Alvise

  • Carmine

    Io volevo semplicemente ringraziare la dottoressa Sgrena, per il suo blog e per ciò che scrive, una vera boccata di ossigeno.
    Io sono d’accordo che per aiutare le donne musulmane(quelle che ancora vivono determinate condizioni, è ovvio) i metodi da seguire non siano il carcere o quelli della Santanchè. Sono però convinto che fare finta di nulla, fare le spallucce e chiamare “rispetto” quella che in realtà è indifferenza non sia di grande aiuto.

    Credo che se fossimo stati così “rispettosi” verso le nostre usanze passate probabilmente saremmo ancora senza divorzio e aborto.

  • pla8

    qualcuno ha letto l’ultimo numero di Internazionale? hanno pubblicato un articolo sulla condizione delle donne in varie parti del mondo. una donna indiana è riuscita a ribaltare (annullare) le tradizioni attraverso l’emancipazione economica (un microcredito di 67 dollari gli ha permesso di avviare un’attività economica). è una possibile via d’uscita. non è il massimo ma è qualcosa

    attaccare il simbolo della sottomissione non cambia il rapporto di potere all’interno della relazione. le leggi sull’immigrazione trattano le persone come criminali. non credo che leggi contro il velo possano funzionare, se prima non riconosciamo agli altri i nostri diritti.

  • alma

    Il “burka” rappresenta per Marocchini e Tunisini ciò che per i nostri sfasciavetrine è rappresentato dalla “fascia verde” da Kamikaze sulla fronte
    Ambedue questi indumenti sono ESTRANEI alla tradizione e al costume degli uni e degli altri, ma vengono indossati per esprimere la loro ammirazione e sintonizzazione verso comportamenti ESTREMI in auge in ALTRE parti del mondo
    Nessuno è però obbligato a capire
    E, difatti, c’è ancora qualcuno che scrive qui, ignorando o fingendo d’ignorare che il “burka” in Marocco e Tunisia, NON esiste proprio

  • ahmed

    Non condivido il mantra della (falsa) liberta’ di scelta delle donne velate.
    La liberta’ e la democrazia sono valori molto complessi e delicati: possono fiorire e profumare solo in condizioni particolarmente favorevoli.
    Se fossimo “passati” nella Germania del 1939, avremmo dedotto che la “cultura” tedesca fosse anti-semita, maschilista e razzista. Invece la Germania e’ oggi uno dei paesi con una delle democrazie piu’ solide e belle del mondo.
    Per esserci libera scelta ci deve essere possibilita’ di dissentire, di criticare, di conoscere tutte le alternative, altrimenti vi e’ una dittatura culturale.
    In tutti I paesi a maggioranza islamica non vi e’ la minima liberta’ religiosa, e spesso neppure politica.
    L’ideologia islamica si pone come dittatura delle coscienze, arrivando persino ad uccidere chi osa criticare.
    Gli immigrati che vengono nel nostro paese trovano “normale” che l’ideologia islamica sia immune da critica, al di la’ della legge e dell’analisi razionale umana. Inoltre non conoscono altra alternative che l’ideologia islamica per auto-rappresentarsi, finendo troppo spesso nelle braccia degli integralisti.
    La parte sciocca della sinistra continua ad equivocare tra difesa dello Stato laico (forma – regole del gioco) e difesa dei valori socialisti (contenuto – partigianeria del tutto legittima) arrivando persino a vergognarsi di affermare I valori piu’ straordinari e nobili del pensiero socialista: liberta’, uguaglianza, giustizia, solidarieta’. Questi valori sono in netto contrasto con I valori dell’ideologia islamica, che basa I propri assunti su una fonte immutabile, che diventa ogni giorno che passa piu’ obsoleta.

  • alvise

    Lo Stato algerino , il 28 febbraio 2006, ha emesso un’ordinanza che disciplina l’esercizio dei culti non musulmani.
    Questo documento afferma nel suo preambolo che lo Stato (algerino) garantisce il libero esercizio del culto (non musulmano), la tolleranza, e il rispetto tra le diverse religioni. Ma prevede al suo articolo 10 pene carcerarie e multe severe per chiunque «inciti, costringa o utilizzi mezzi di adescamento diretti a convertire un musulmano a un’altra religione». In realtà questo decreto fu utilizzato da diversi settori dell’amministrazione per limitare in modo grave la libertà religiosa delle comunità cristiane presenti nel Paese.

    Ogni comportamento o ogni testo suscettibile di incitare un musulmano ad abbandonare la sua religione è punito con severe pene di prigione (da uno a tre anni) e da multe piuttosto pesanti. Per altro non solo i culti non musulmani sono autorizzati solo nei luoghi pubblici riconosciuti a questo uso e esplicitamente indicati alle autorità responsabili ma, cosa più grave, ogni attività diversa da quella cultuale è proibita in quegli stessi luoghi di culto (sarebbe la fine del servizio umanitario della Chiesa: asili, ambulatori, sostegno scolastico, conferenze etc.).

    Così questa disposizione rende sospetta ogni preghiera tra cristiani in un contesto diverso da quello di una chiesa. In questo modo diventano altrettanto sospette l’assistenza religiosa ai lavoratori cristiani stranieri nei cantieri, ai gruppi di pellegrini in marcia verso Tamanrasset, così come le celebrazioni tra gli immigrati che vivono nelle periferie delle città, ma, soprattutto, più generalmente ogni incontro di preghiera cristiana o ogni eucarestia domestica nei quartieri e nelle città dove non esistono edifici ecclesiastici riconosciuti.

    La nuova situazione creata dall’ordinanza ha condotto a misure prive di rapporto con questo testo. Tra il 7 e il 15 maggio 2007, tutte le comunità di religiosi e religiose cattolici in tutti i dipartimenti del Nord del Paese sono stati convocati e invitati a lasciare l’Algeria per ragioni di sicurezza.

    QUALCUNO ORA DIRA’ : MA COSA C’ENTRA CON IL BURQA ?
    RISPOSTA : NULLA E TUTTO.
    SE IN UN PAESE CHE E’ STATO “SOCIALISTA” PER 40 ANNI LA RELIGIONE E’ TORNATA A QUESTI LIVELLI, C’E’ DAVVERO QUALCUNO NELLA SINISTRA ITALICA CHE PUO’ DAVVERO CREDERE CHE IL MONDO ISLAMICO POSSA CAMBIARE DAL SUO INTERNO ? E CHE IL BURQA O IL VELO NON SIA UN FATTO POLITICO E MOLTO POCO “FEMMINISTA” ?

  • Claudio

    Cara Giuliana,ma perché non cerchi di convincere le suore cristiane,cattoliche a vestirsi come donne normali,invece che di nero e col capo velato ,a non lasciarsi svilire col taglio dei capelli ,a non seguire le regole di obbedienza assoluta alla superiora, del silenzio ecc.
    Ma sai a quante mortificazioni sono sottomesse le spose di Cristo dal momento che fanno questa scelta che spesso poi non è nemmeno una scelta consapevole ma un effetto di varie pressioni socio-economiche?
    Crederò alle buone intenzioni delle forze politiche ,di destra,centro o di sinistra quando accanto alla guerra al burka porteranno la guerra all’abito delle suore cattoliche.Ma che succederebbe se andassi per strada a strappare il velo ad una suora,gridando che è una mortificazione della loro femminilità? Andrei in galera o sarei ricoverato in psichiatria…

  • Cesare Giombetti

    Trovo giusta l’osservazione di Claudio.
    Un conto è perseguire l’uguaglianza e la libertà, un conto è come la si fa.
    Il mio socialismo è così: persegue l’uguaglianza, ma rispetta chi vi rinuncia.
    Altrimenti sarebbe il fascismo stalinista!
    Anch’io condivido alcune analisi: l’Islam non è necessariamente questo; l’Islam importato è più conservatore di quello d’origine; la Turchia è uno stato più laico di molti stati europei, in molti casi il velo è un’imposizione, il velo non è previsto dal Corano, ecc. ecc.
    Ma non bisogna, a mio avviso, mai arrivare alla conclusione che si debba vietare il velo o che non si debba considerare un’integrazione (laddove possibile) con le leggi islamiche (poligamia, cibo halal, ecc.).
    Mi spiego meglio.
    So che il velo (i veli) è un anacronismo e una violenza, ma, finché c’è una volontà femminile di portarlo (anche se condizionata dalla società), la devo rispettare. Come il velo delle suore o il cilicio della Binetti.
    Mi occuperò del fatto, in quanto democratico, e cercherò di fornire strumenti per l’emancipazione (come l’esempio economico più sopra), ma senza l’imposizione. Quest’atteggiamento è di destra. Non confondiamo.
    Se poi c’è un’imposizione, nasce un altro discorso. Ma laddove c’è una scelta, per me è sempre, per definizione, libera e da rispettare.

  • Cesare Giombetti

    Riporto, da Il Gazzettino di ieri, il reportage di una giornalista coperta col burqa: poi mi dite:

    “A Treviso nessuno ha chiamato o minacciato di chiamare lo “sceriffo” per intimarmi di non andare in giro coperta dalla testa ai piedi, che già adesso, senza neanche la legge proposta dai leghisti, non sarebbe propriamente consentito. E nessuno, neanche a Castelfranco Veneto, che abbia sentito il bisogno di allertare un vigile (uno l’ho quasi incrociato, gli sono andata incontro, ma lui ha svoltato a destra). E nessuno ha girato al largo. È vero, al “Panorama” di San Liberale la mia vicina di cassa si è messa quasi a gridare: «Io voglio sentirmi sicura quando vengo a fare la spesa». Non credo di sbagliare nel sostenere che la fonte dell’insicurezza che provava la signora ero io. Che mi sentivo molto Belfagor ma che alla cliente in questione devo aver fatto venire in mente qualche potenziale pericolo: tenevo in mano un flacone di detersivo per pavimenti, magari ha pensato che qualche parte nascondessi dell’esplosivo. La cassiera del supermercato, in ogni caso, quando ho pagato la merce, mi ha salutato: «Grazie e arrivederci». Mi ha anche guardato negli occhi, l’unico rettangolo del corpo visibile, e va riconosciuto che è stata coraggiosa.
    Gli altri, a Treviso e dintorni, giravano lo sguardo. Aspettavano che passassi per poi voltarsi e guardare senza farsi vedere e, quindi, commentare. Una ragazzina, al telefonino, si diceva incredula: «È tutta coperta, ti rendi conto? Tutto, tranne gli occhi, ha anche i guanti». Non che avesse torto a dirsi esterrefatta: i guanti, anche se è ottobre ma ci sono 24 gradi e un’afa che incolla, si notano. Per non dire di tutto il resto: la tunica allacciata al collo lunga fino a terra, il mantello con il cappuccio incorporato, il velo passato sopra il naso fin sotto il collo. Una sauna ambulante, altro che burqa, per quanto modificato: senza la grata sul viso, soltanto gli occhi scoperti. Le afgane andrebbero comprese quantomeno per il caldo che sopportano. I veneti, quelli che ho incontrato a Treviso e Castelfranco, pare comprendano. Ne ho fermati parecchi, di trevigiani. Anziani e giovani. E tutti si sono fermati, mi hanno dato le indicazioni che chiedevo, mi hanno salutato.
    Ad Azzano Decimo, provincia di Pordenone, non è stato così. Ad Azzano gli abitanti li ho visti uscire dai bar e dai negozi, o affacciarsi alle finestre di casa e fissarmi. Non ho avuto il tempo materiale di avvicinarli. Ma non mi hanno snobbata. Anzi: ad Azzano ho avuto compagnia. Tanta. E pure qualificata. Il tempo di attraversare la piazza di questo paese di quindicimila abitanti, arrivare davanti al municipio, svoltare l’angolo e fermarmi a guardare la vetrina di un negozio di fiori, ed ecco che piomba un vigile. Il primo. Sono stati celerissimi a chiamare la polizia municipale. Da una finestra del municipio (mai visto un municipio con tutte le finestre affollate di impiegati a guardare fuori), ho sentito una voce che diceva: «Li abbiamo già chiamati». Vero. Stavano già arrivando.
    Dovevo aspettarmelo? Azzano è il Comune di Enzo Bortolotti, il sindaco che per primo ha vietato il burqa e, non pago dello stop dei giudici amministrativi, ha firmato una nuova ordinanza. E altre ancora rivolte agli extracomunitari immigrati qui.
    Il vigile che mi ferma quando lascio la vetrina e gli vado incontro, mi chiede i documenti. Si informa se parlo italiano. Dico di sì e mi chiede la carta di identità. Penso di non avere fatto niente di male: stavo solo camminando. Col burqa addosso, d’accordo, ma non il burqa con la grata che copre tutto il viso. O ad Azzano Decimo chiedono la carta di identità a tutti quelli che guardano le vetrine di fiori anche se hanno – avranno – sciarpa e berretto? Chiedo perché. Mi spiega che non posso andare in giro col viso parzialmente coperto. Lo dice la legge. Intanto arrivano i rinforzi. Un secondo vigile. Il viceresponsabile del comando. E il comandante Angelo Segatto, casualmente casual. Quando arriva l’assessore alla Sicurezza Gabriele Pardini e poi il presidente del consiglio comunale Marzio Gaspardis e infine anche il sindaco Renzo Bortolotti, è già stato appurato chi sono: ho consegnato la carta di identità, non sono una immigrata, sono italiana, sto facendo un’inchiesta giornalistica. Mi chiedono che tipo di articolo intendo scrivere e perché. Mi domandano se era mia intenzione recare oltraggio alle istituzioni. Mi chiedono di togliere il velo: bisogna verificare l’esatta corrispondenza tra la foto e la faccia. Corrispondono. Il sindaco, fazzoletto verde al taschino, mi stringe la mano: «Avevo capito che non era vera, le musulmane non usano quelle scarpe e quelle borsette». Ha ragione. Però ha mandato 4 (quattro) uomini del comando a verificare. Chiedo: cosa succede adesso? Mi dicono che sarà fatto un verbale interno: sono stata identificata, ho chiarito le mie intenzioni. Insomma, non dovrei essere multata (del resto l’ultima ordinanza parla di divieti in occasione di mercati, feste, manifestazioni: ieri ad Azzano non c’era nulla di tutto ciò). Uso il condizionale perché di lì a poco il sindaco Bortolotti informa un’agenzia di stampa di aver fatto fermare una donna col burqa ad Azzano: da quel che il sindaco dichiara all’Ansa, sarei stata “accompagnata al comando” della polizia municipale (non è vero: siamo sempre stati, tutti, all’aperto, a due passi dal municipio), “identificata” (vero, ma in strada), “sanzionata con un’ammenda per aver violato l’ordinanza comunale che vieta l’utilizzo di dispositivi o di abiti che impediscano l’identificazione” (evidentemente dopo che me ne sono andata devono aver deciso di multarmi), e, infine, “all’uscita dal comando” avrei “raccontato la verità alle telecamere di una troupe della Rai” che mi “stava aspettando” (la Rai non c’era e non c’era nessun’altra televisione). A me aveva detto di avermi “sgamato” dalle scarpe, all’Ansa il sindaco dice: «Non so se siamo di fronte a una provocazione, in ogni caso, una volta identificata, questa persona sarà multata. È ora di finirla con il buonismo e di fare rispettare leggi e ordinanze».
    Mentre mi allontano dalla piazza del municipio di Azzano, penso a com’era andata ventiquattr’ore prima a Treviso. E a Castelfranco. Nessuno che avesse mostrato intolleranza o palese disprezzo o preoccupazione tale da chiamare le forze dell’ordine. Eppure un sondaggio di Sky Tg24 ha sentenziato: il 75% degli italiani approva la proposta di legge della Lega che contempla l’arresto per le donne che indossano il burqa nel nostro paese, senza più deroghe per motivi religiosi. Non è dato sapere se al sondaggio hanno partecipato anche i musulmani che abitano qui: quelli che ho interpellato prima di partire col burqa hanno negato categoricamente che il velo sia imposto dalla religione: «Il velo è obbligatorio per pregare, le musulmane che lo mettono per girare in città lo fanno più che altro per tradizioni tribali, il Corano non c’entra». I musulmani che stazionavano in piazza a Castelfranco sembravano comunque scettici. Pareva si chiedessero: ma questa qui è vera o è finta? Nell’eventualità che fossi “vera”, nessuno (tranne un giovane africano che come facevano una volta i camionisti ha suonato il clacson) ha osato rivolgermi la parola. Due mi hanno seguito. Un altro, quando ha visto avvicinarsi il fotografo, ha domandato: «Sotto il burqa è una donna o un uomo?». Solo Paolo Francescato, il salumaio della “Bottega nostrana” di Castelfranco, si è detto certo: «Lei non è musulmana, si vede dagli occhi. E, comunque, che bisogno c’è che vi copriate così?».”
    Alda Vanzan

  • http://mir.it/servizi/ilmanifesto/islamismo/ giuliana

    Come si può parlare di libera scelta quando la donna non ha diritti?
    giuliana

  • http://www.rivistaonline.com Cesare Giombetti

    Cerco di spiegarmi meglio:
    noi dobbiamo cercare di offrire la libertà dei nostri diritti agli afghani o sauditi presenti in Italia, così come ai coreani del nord, ovvero a tutti coloro che vengono da situazioni di scarsa o nulla democrazia, al di là della religione.
    Questo, secondo me, senza divieti, ma con altri strumenti positivi.
    Sia per principio, sia perché, come affermato anche più sopra, per molti, ma anche per molte, portare il velo è una scelta religiosa e/o identitaria e/o di contrasto. E in quel caso è una scelta.
    Non so se il pensiero sia più chiaro.

  • top

    Come si fa a parlare di libera scelta delle donne quando le donne non possono scegliere, molte non hanno neanche la minima consapevolezza che potrebbe essere diverso da come è e non se la fanno neanche venire, figurati se gli viene in mente di scegliere, un discorso poi questo che varia da paese a paese e soprattutto in base alla classe sociale.. cmq il dramma è che qualcuno vieta un qualcosa che è già una imposizione di altri, e questo sembra contenere in sé il danno e la beffa in una botta sola: queste donne alla fine sono sempre veicoli di altro.. robba da matti.

  • Gianluca

    Confesso che ho grandi difficoltà a capire come si possa anche solo pensare, per persone di sinistra e donne di sinistra in particolare, di difendere o anche solo tollerare i veli di qualunque tipo.
    Io ho vissuto la mia infanzia in Iran e qual era ed è la condizione reale, concreta, quotidiana delle donne l’ho visto molto bene.E, a scanso di equivoci, continuo ad amare quel paese per altri suoi meravigliosi lati.
    credo che chi straparli di presunti rispetti non ha mai dovuto indossarlo un velo, non ha mai dovuto vivere sulla propria pelle l’annullamento come persona. molte delle persone che hanno criticato Giuliana per il suo intervento non resisterebbero una settimana con velo e condizione ad esso conessa. E’ facile parlare e fare bei discorsi teorici quando sono gli altri a doverne subire tutti i giorni le conseguenze pratiche. Noi abbiamo fatto il nostro bel pistolotto da intellettuali di sinistra, poi sono le altre che vengono infilate in una buca e lapidate. a noi che ci frega, noi poi andiamo al cinema con gli amici, a mangiare la pizza, a godere della nostra libertà .loro muoiono.

  • Cesare Giombetti

    Io conosco MOLTO bene la situazione iraniana e, nel mio piccolo, lavoro per migliorare la situazione che vivono. Ovviamente non vorrei mai essere costretto a portare un velo, ma sono contrario ad un divieto per legge. So per certo che molte donne lo portano e con orgoglio. Altre lo odiano e odiano tutto ciò che il velo comporta.
    Ho appena pubblicato un articolo dove si tratta anche di questo blog:
    http://www.rivistaonline.com/Rivista/ArticoliPrimoPiano.aspx?id=6014
    Per chi volesse approfondire la mia posizione:
    http://www.rivistaonline.com/Rivista/ArticoliPrimoPiano.aspx?id=5885
    http://www.rivistaonline.com/Rivista/ArticoliPrimoPiano.aspx?id=5673
    E non datemi dell’intellettuale, per piacere. Non merito un’offesa così grande!

  • CARMEN

    Il burqa e il velo è tortura
    caldo, sudore, cattivi odori, segni delle botte e dell’acido, pianto, pallore, magrezza da denutrizione, occhiaie e sguardi perduti vengono occultati opportunamente dagli uomini islamici –
    Bambine di 10 anni sposate e coperte con il burqa così non si vede quanto piccole sono e quanto sono state violate.
    E’ ora che fra i diritti umani si metta quello di mostrare liberamente il volto – stessa cosa per il velo !!!
    Qualche medico vuole aggiungere qualcosa??

  • CristianCantoro

    Ho trovato molto interessante l’intervento di alice (7 ottobre 2009 alle 16:11) e condivido la posizione di Fausto per quanto riguarda, per lo meno, la necessità di “fare qualcosa”, di muoversi, di dare una risposta con la cultura.
    Per altro non capisco la posizione di Cesare Giombetti: ho letto gli articoli e gli interventi sul suo sito, che ho trovato interessanti in quanto descrittivi, di “cronaca”.
    Tuttavia, non capisco la sua posizione perchè non viene descritta, oltretutto sostiene che qui (citando il blog, http://www.rivistaonline.com/Rivista/ArticoliPrimoPiano.aspx?id=6014) che ci sia “fermento e confusione”. E che la risposta sia già stata trovata in altri paese (“Basterebbe guardare agli altri modelli per evitare di fare troppo rumore per nulla.”, ibid) ma, allora, qual è la risposta? Cosa fare in pratica, in Italia, oggi?
    Oltretutto anche Giuliana parla della necissità di “azioni positive” e dell’inutilità di un divieto.
    Penso la scelta personale sia prioritaria, ma il “laissez-faire” che bene ci potrà portare?
    Penso che ad un certo punto sia necessario stimolare il cambiamento quindi dove si deve fermare la libera scelta a favore di (badate bene) non una imposizione egualitaria, ma della conoscenza del fatto che un’alternativa (per le donne musulmane) è possibile?
    E quindi, di nuovo, come fare? Cosa fare oggi?

  • http://mir.it/servizi/ilmanifesto/islamismo/ giuliana

    caro cristian la mia posizione è ben lontana dal laissez faire, io per azioni positive parlo anche di forzature (ho scritto un libro: il prezzo del velo) dove sono sviluppate le mie posizioni. Penso che in uno stato laico si potrebbe fare come in Francia: vietare l’uso del velo e di altri simboli religiosi a scuola. Ma l’Italia non è uno stato laico, quindi il compito è più difficile. Comunque anche in Italia non si può giustificare l’intollerabile in nome della tolleranza. Ma quello di cui stiamo discutendo in questo frangente è come aiutare le ragazze di seconda generazione ad affermare i loro diritti, la loro libertà di scelta senza essere assassinate. Stiamo (io e altre donne) discutendo con queste ragazze per organizzare una iniziativa pubblica e metta in evidenza le esigenze per individuare le strade da percorrere. Sarà necessario il sostegno di molte/i di noi. Quindi spero di poter contare su contributi non solo a parole. grazie a tutti
    giuliana

  • Cesare Giombetti

    Un po’ mi rode dover continuare a spiegarmi, ma magari è un mio difetto e dunque ci provo ancora.
    Già fare cronaca, e cronaca di un certo tipo, relativa ad argomenti che non si conoscono, al fine di conoscere l’altro, per me è schierarsi. Schierarsi dalla parte della conoscenza. Per cercare (nel mio piccolo) di evitare scontri “sbagliati”. Anche questa è politica.
    Poi su cosa fare, io ho porposto. Sono contrario al divieto di portare il velo, a differenza di Giuliana e dei francesi. Capisco e rispetto questa posizione e ne vedo l’utilità. Io sono però un liberale estremo e, quindi, se c’è una sola donna (e sono MOLTE di più) che vuole portare il velo, ciò mi pone un problema nel vietarlo.
    Siamo d’accordo, però, comunque (e mi pare la cosa più importante) sul fatto che si debbano dare occasioni di emancipazioni (con o senza divieti) e occasioni di “salvezza” da situazioni opprimenti o folli, così come già accade per le donne, per i bambini ecc., con la particolarità che, in questo caso, si dovrebbe creare uno “sportello” “specializzato”, dove chi aiuta conosce le peculiarità dell’Islam (o degli Islam!).
    Tanto di cappello, quindi, all’iniziativa di Giuliana. La trovo fondamentale e ho già dato disponibilità (nella misura in cui potrò) a collaborare al progetto.
    È chiaro così?

  • Cesare Giombetti

    A me sembra un argomento in linea con le notre discussioni:
    http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/cronaca/immigrati-12/islam-scuola/islam-scuola.html
    Giuliana, vedi un po’ se ritieni opportuno includerlo.

  • http://mir.it/servizi/ilmanifesto/islamismo/ giuliana

    Ritengo quello dell’insegnamento della religione a scuola un problema soprattutto nel momento in cui Gelmini propone di calcolare anche il voto di religione (che evidentemente non può avere chi non fa l’ora di religione). Altra cosa sarebbe se si trattasse di storia di religione. E la questione non si risolve aggiungendo l’ora di islam e poi aggiungiamo l’ora di buddismo, etc.? Visto che siamo una società multietnica dovremmo anche diventare multiculturale e l’unico modo per rispettare libertà di cultura e religione è costruire uno stato laico, abolendo l’ora di religione, come succede in altri paesi.
    giuliana

  • Cesare Giombetti

    Sono d’accordo con Giuliana.
    Le soluzioi migliori sono o l’abolizione o la storia (STORIA, non indottrinamento, come previsot dal Concordato!) delle religioni.
    In assenza di queste soluzioni, affiancare l’insegnamento di quella che è ormai la seconda religione in Italia, mi pare una possibilità valutabile.

  • Sonia

    Una legge contro il burqa otterrebbe solo l’effetto di far sentire le donne musulmane che lo indossano PER SCELTA deturpate di un proprio diritto personale, e allargherebbe a dismisura i muri di diffidenza ed incomprensione tra culture. I paesi occidentali sono i primi a strumentalizzare la questione del burqa, a lanciare inni alla libertà e alla parità di diritti. I musulmani farebbero esattamente lo stesso se per legge venisse abolita la POSSIBILITA’ di indossarlo.
    E’ innegabile che ci siano donne obbligate a portarlo dai propri mariti, confinate in una prigione domestica che non lascia spazio al confronto e al dialogo, e quindi ad una crescita ed un arricchimento interiori, requisiti indispensabili per svilluppare dei propri ideali e successivamente combattere per essi, e così muoversi nel mondo da donne libere.
    Questo, e il fatto che molte donne decidano di indossare il burqa quasi come una provocazione, un manifesto evidente del proprio estremismo sono le due facce di una stessa medaglia, sono la manifestazione evidente di un disagio che ha radici profondissime, nella tradizione e nell’identità stessa del popolo musulmano. E’ un disagio che solo i diretti interessati possono provare a combattere, scavando fino ad arrivare al cuore del problema, lavorando sullo scheletro della scala sociale, rinnovando quegli aspetti della tradizione che minano alla parità di diritti. E’ un disagio che gli occidentali non possono avere la presunizione di soffocare con una legge.

  • http://mir.it/servizi/ilmanifesto/islamismo/ giuliana

    @ Sonia sono appena rientrata da Parigi dove ho partecipato a un dibattito sul burqa, al quale partecipavano oltre a me e alcune deputate francesi, una femminista algerina, Amel Basha, yemenita impegnata nella difesa dei diritti delle donne, e Lubna Ahmed al Hussein, la donna sudanese condannata a 40 frustate perché portava i pantaloni. Le più decise sostenitrici dell’abolizione del burqa erano proprio le donne musulmane, sulla base di accurate documentazioni religiose. Se non è una imposizione religiosa e non lo è, alla Mecca le donne non possono coprirsi il viso, e nemmeno una tradizione (che comunque potrebbe essere superata), basta vedere le foto dei decenni passati in Afghanistan, di quale identità si parla, se il burqa non si portava nemmeno in Afghanistan? E sono solo le donne a dover difendere l’identità di un popolo? Perché non dire che il velo serve solo a difendere l’onore dell’uomo e a controllare la sessualità delle donne? E questo che siete disposti a difendere? Io no. Giuliana

  • Sonia

    Mi ero già documentata, e in vari blog e riviste ho trovato testimonianze di donne che indossano il burqa per scelta. Sul fatto che il burqa serva a controllare la sessulaità delle donne, mi trovo perfettamente d’accordo, e sono altrettanto d’accordo sulla necessità di agire affinchè la società musulmana stessa abbia il coraggio di riformarsi, attraverso l’informazione, il dialogo, il confronto tra le culture. Ciò che non concepisco è l’idea di una legge, in occidente, che lo vieti indifferentemente dall’idea della donna che lo porta. Pensate davvero che impedire che le donne indossino il burqa possa servire a colmare l’abisso sociale che separa uomo e donna, se prima non si opera perchè siano loro stessi ad accorgersi di questo abisso e a desiderare di colmarlo?

  • danilo recchioni baiocchi

    E brava Giuliana!
    Ma oltre a probire il burka e cose simili, sarebbe opportuno spiegare alle donne musulmane che sono in Italia perchè lo facciamo, qual è la nostra cultura; cosa vuol dire uguaglianza, possibilità di studiare, lavorare e sposare chi si vuole; che hanno il diritto di leggere quel che vogliono (compreso il Vangelo), che hanno il diritto di cambiare religione o non averne e soprattutto dove sono i carabinieri a cui rivolgersi in caso di minacce e violenze se decidono di vestire e pensare in un modo che non piace all’interno delle loro comunità di origine,…

  • alvise

    vorrei uscire per un attimo dalla fattispecie “velo-burqa” e porre una questione di metodo.
    Non c’è solo questo aspetto che ci vede lontani anni luce dalla tradizione islamica.
    Mi chiedo come potremo accogliere altre culture con relative esigenze, evitando di turbare rapporti creati o appena concordati con altre.
    Sono allibito davanti alla fragilità intellettuale di chi si illude che una volta “risolto” il tema del velo, avremo raggiunto un nuovo equilibrio sociale con quel gruppo religioso.
    Questo principio di buon senso è ciò che gran parte dei cittadini e degli elettori pone a se stesso, prima o poi.
    Dirgli che se ne deve fare una ragione, perchè siamo una società multiculturale non li consola affatto, ma li spinge a votare Lega Nord.
    Quando la Sinistra l’avrà capito, avrà anche compreso perchè gli operai su al Nord la votano.
    Del resto, come c’è la resistenza infinita al Berlusca, perchè non dovrebbe esistere e avere senso una resistenza a un multiculturalismo senza capo nè coda.

  • Vanessa

    Io sono una convinta anarchica, quindi per me qualsiasi legge volta a proibire a qualcuno di vestirsi come gli pare e’ una vera assurdita’. Vorrei ricordare alla signora Sgrena che il fondamentalismo laico ha la stessa pericolosita’ di quello religioso e chi sale in cattedra pretendendo di essere aperto e tollerante e’ ancora più talebano dei talebani veri.

  • paolo1984

    X Vanessa

    ma come si può parlare di “fondamentalismo laico”?? Se lei è un’anarchica dovrebbe per prima cosa contrapporsi alle religioni che sono la prima forma di dominio e controllo sociale inventate dall’umanità.
    Le religioni monoteiste con la loro demonizzazione del piacere fisico, in primis quello sessuale, sono particolarmente deleterie!
    Gli anarchici sono libertari e la prima libertà è quella di poter vivere la propria sessualità nel reciproco rispetto e piacere, ma questa libertà è sempre stata osteggiata dalle sessuofobiche religioni monoteiste!
    Lei, come anarchica, dovrebbe essere grata al pensiero laico e illuminista senza il quale probabilmente nemmeno il pensiero anarchico sarebbe nato.

  • paolo1984

    Volevo aggiungere che odio il niqab e il burka proprio come simboli di sessuofobia e oppressione. Lo so che l’Islam non prevede il burka come non prescrive l’infibulazione e il taglio del clitoride (altra forma di controllo maschile sulla sessualità femminile), rimane comunque il fatto che l’Islam non ha scoraggiato, ma ha tollerato tali usanze tribali e le ha tollerate perchè anche l’Islam, come l’Ebraismo e il Cristianesimo, è una religione patriarcale che legittima l’autorità dell’uomo sulla donna e la criminalizzazione di una sessualità libera.
    Anch’io sono contrario però a vietare il velo integrale per legge perchè potrebbe essere controproducente, quello che si deve fare (anche se ci vorrà molto tempo) è una grande battaglia culturale, illuminista e libertaria sopratutto nelle scuole contro ogni forma di oscurantismo religioso per spiegare alle donne immigrate in Italia che hanno il diritto di ribellarsi alle imposizioni religiose della famiglia e del marito e sostenere coloro che già si ribellano che poi, se ho capito bene, sarebbe lo scopo di questo blog.
    Quindi colgo l’occasione per esprimere la mia stima a Giuliana Sgrena, la tua battaglia di libertà è preziosa.
    Ricordiamo la frase di Kant: “La legge morale dentro di me e sopra di me il cielo stellato!”, non c’è bisogno di credere in Dio per vivere eticamente.

  • Vanessa

    X Paolo:
    Chi e’ anarchico non deve essere necessariamente ateo. Pensa a Tolstoj che viene annoverato fra i cosiddetti “anarchici cristiani” (sono citati perfino nell’Anarcopedia su Wikipedia). Per me Gesu’ e’ stato quello che più di tutti ha contribuito alla causa della liberta’ e dell’eguaglianza,in barba a quello che ci e’ stato insegnato dalla Chiesa. Considero un luogo comune trito e ritrito il fatto che le religioni siano la causa di tutti i mali dell’umanita’,perché Dio e i suoi Profeti non hanno alcuna colpa se il loro messaggio e’ stato distorto da uomini avidi di potere. Il nazismo e il comunismo sovietico non sono per caso ideologie atee?! Per non parlare poi del giacobinismo,un esempio lampante di ciò che intendo per fondamentalismo laico. Robespierre e Bin Laden sono la faccia della stessa medaglia,il rifiuto totale di chi la pensa in modo diverso. Nel libro “Il vizio oscuro dell’Occidente” Massimo Fini dice:”Chi vuole che tutti siano democratici non e’ un democratico,e’ un fascista.”

  • http://mir.it/servizi/ilmanifesto/islamismo/ giuliana

    @vanessa, la citazione finale si commenta da sé.
    giuliana

  • paolo1984

    A Vanessa
    “Anarchici cattolici”? ma se è per questo esistono anche cristiani (la teologia della liberazione), ebrei (l’ebraismo laico e umanista) e persino islamici (vedi l’ayatollah Montazeri, morto di recente)che hanno posizioni progressiste, eterodosse e di grande apertura. Peccato che nella maggior parte dei casi contino poco o niente e siano sotto attacco costante delle correnti conservatrici, Montazeri cadde in disgrazia quando osò criticare Khomeini e la teologia della liberazione è stata duramente osteggiata dal Vaticano.
    Come ogni pensiero forte anche l’illuminismo (che poi non fu composto solo da atei, ma anche da deisti come Voltaire) non è privo di contraddizioni, errori e atti violenti compiuti in suo nome, ma se almeno in Occidente viviamo in una società dove bene o male vige libertà di pensiero, quella stessa libertà che permette a lei, a me e a Massimo Fini di esprimerci, lo dobbiamo agli illuministi e alla Rivoluzione Francese, Robespierre incluso pur con tutti i suoi gravi errori (come non aver compreso le istanze di libertà femminile portate avanti da Olympe De Gouges), certamente la nostra libertà non viene dai cristiani e dai cattolici che da Paolo di Tarso in poi hanno travisato il messaggio di Gesù trasformandolo in una ideologia autoritaria, sessuofobica e maschilista come sono le altre due religioni monoteiste.
    Sull’ateismo nazista ci sarebbe da discutere: certamente Hitler non credeva nelle religioni rivelate (ma la Chiesa Cattolica non lo scomunicò mai), ma se per ateismo s’intende elogio della razionalità allora i nazisti non erano atei manco per niente affascinati com’erano dall’esoterismo e da un confuso neopaganesimo germanico che interpretavano a modo loro. Senza dimenticare le fandonie di alcuni di loro sul “Cristianesimo positivo” e su un Cristo “ariano” spogliato delle sue origini ebraiche.
    L’errore dei regimi comunisti fu di imporre l’ateismo di Stato facendo così il gioco delle autorità religiose che col martirio rafforzano la loro presa sul popolo. Uno Stato democratico e laico garantisce l’uguaglianza dei cittadini contro ogni discriminazione di genere, etnia, religione, pensiero, garantisce la libertà religiosa fino a quando l’esercizio del culto non entri in contrasto con la legge e impedisce (almeno dovrebbe) ogni ingerenza religiosa nelle leggi dello Stato specie sui temi “eticamente sensibili” difendendo la libertà di ciascuno di essere padrone e sovrano di se stesso, del proprio corpo e della propria sessualità.
    Concludo citando proprio un “fondamentalista laico” , il giacobino Louis Antoine De Saint-Just: ” Io disprezzo la polvere di cui sono fatto e che vi parla; si potrà perseguitare e far morire questa polvere, ma sfido a strapparmi la vita indipendente che mi sono dato nei secoli e nei cieli”

  • Vanessa

    Anch’io sono grata a quei liberi pensatori che ci hanno liberati da secoli di barbarie! Volevo solo dire che ogni concezione e’ pericolosa se assolutizza se stessa e la citazione di Fini voleva esprimere proprio questo. Non si può cianciare di liberta’ e rispetto per le donne per poi ridursi a emuli della Santanche’. Quindi anche il titolo di questo articolo si commenta da solo.