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losangelista

Senna: Podio a Sundance

Senna il documentario su Ayrton Senna che uscira’ nelle sale italiane la prossima settimana dopo esser stato visto in Giappone e Brasile (e prima di venire distribuito nel resto d’Europa e del mondo)  ha partecipato anche al festival di Sundance dove e’ stato molto apprezzato vincendo il premio del pubblico per i documentari (sezione internazionale). Una distinzione quantopiu’ notevole considerato che il pilota in terra americana, quindi mai colonizzta dalla formula 1, e’ piu’ o meno un illustre sconsociuto. “E’ abbastanza paradossale”, mi ha detto dopo la proiezione Asif Kapadia, il regista inglese di origini indiane, “siamo prodotti dalla Working Title e distribuiti nel mondo dalla Universal ma qui e’ come se fossimo un piccolo indie. Indie o no il documentario e’ davvero rimarchevole per la completezza del materiale a cui ha avuto accesso; grazie anche all’amicizia che lo lega al presidente della Working Title, la casa produttrice, Bernie Ecclestone ha concesso il suo intero archivio video conservato in uno speciale hangar di un aeroporto privato – comprese riprese mai prima viste delle riunioni (e polemiche) dei piloti prima delle gare. Kapadia e lo sceneggiatore Manish Pandey sono cosi’ risuciti  compilare il film interamente da archivio senza le solite interviste e una narrazione “ufficiale”. La voce principale e’ quella dello stesso Senna che in ua compilation di dichiarazioni dimostra una incredibile introspezione sulla carriera, la politica della F1, la spiritualita’, la natura dello sport e perfino la propria mortalita’ in un documentario soffuso di presagio. Il risultato e’ un film piu’ drammatico di qualunque versione fiction,  che va dagli esordi ai massimi successi e la rivalita’ col “nemico”/compagno di scuderia Maclaren, Alain Prost. Vero  cinema insomma con un bello (Ayrton), un brutto (Prost)  e un cattivo (Jean Marie Balestre,  autocratico presidente della FIA con una passione per le uniforni naziste pari a quella del proprio successore Max Mosley); personaggi  degni di un casting hollywoodiano in una narrativa che e’ davvero un massimo esempio del documentario biografico sportivo. Detto questo, la chiave del successo americano secondo Kapadia, passera’ piu’ dal pubblico femminile che da quello dei tifosi. Aggiunge il regista: “dopo le proeizioni molte donne mi hanno detto ‘ci fai innamorare di lui e poi ce lo togli’. Sono affrante dal finale ma affascinate dal personaggio”.