closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Anziparla

«Se necessario lo abbatterò con le mie mani», Ayse Gokkan

Ayse Gokkan è sindaca di Nusaybin, città di confine della Turchia che si trova a poche centinaia di metri dalla città siriana di Qamishli dove, come nel resto del paese, è in corso una grave crisi umanitaria a causa della guerra civile: tutti i valichi di confine tra la Turchia e la Siria sono stati chiusi, bloccando il flusso di rifornimenti umanitari e il transito di civili, e la popolazione vive di fatto sotto embargo. Mancano medicinali, acqua potabile, elettricità, latte per i bambini.

Da settimane Ayse Gokkan e il partito di cui fa parte – il BDP, Partito per la Pace e la Democrazia – tentano di fare pressione sulle autorità sia turche che siriane per permettere l’invio di aiuti umanitari e chiedere, più in generale, che venga fermata la costruzione del rafforzamento di una barriera per dividere le due città. Non avendo ricevuto risposta, Ayse Gokkan ha iniziato uno sciopero della fame che dura da sette giorni e quotidianamente protesta sedendosi in un campo minato vicino al posto di confine.

Venerdì 1 novembre i negozi di Nusaybin sono rimasti chiusi in suo sostegno e centinaia di persone l’hanno raggiunta nella zona che divide le due città, ma sono state disperse dalla polizia con i lacrimogeni. Per domani, giovedì 7 novembre, è stata organizzata una manifestazione pacifica a sostegno della sindaca. Ayse Gokkan ha ricevuto molta visibilità e sostegno anche attraverso i social network, che hanno diffuso la sua storia (l’hashtag è #AyseGokkan) e le fotografie della sua protesta.

BX-uKJyCYAA0nLC.jpg-large

Nella città in cui Gokkan è sindaco vive una grande comunità curda, la maggior parte della quale ha parenti o legami di altro tipo dall’altra parte del confine. Il muro, sostiene, dividerà le persone: «È un muro della vergogna che viene costruito nel ventunesimo secolo», ha detto utilizzando una frase che il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan aveva ripetuto contro la divisione del governo israeliano tra la Striscia di Gaza e Israele. «È inaccettabile costruire un muro in mezzo al popolo curdo. Come il muro di Berlino, questo muro diventerà una macchia nella storia dell’umanità», ha spiegato Ayse Gokkan che ha anche detto come questa divisione abbia un significato fortemente simbolico: «Se necessario lo abbatterò con le mie mani, a rischio della mia stessa vita»

Il governo turco ha negato che quello in costruzione sia un vero e proprio muro: il vicepremier Bülent Arinç ha detto che le autorità stanno semplicemente sovrapponendo filo spinato a una struttura già esistente e che la costruzione di un muro è “fuori questione”. Il timore è che la guerra civile siriana contagi la Turchia, ma secondo diverse fonti locali è stata piantata una struttura di acciaio, che viene progressivamente ricoperta di cemento. Le questioni che vanno tenute presente e che qui ci limiteremo a nominare sono due (poiché siamo al confine con la Siria e in una zona a forte presenza curda): la prima riguarda i rapporti tra Turchia e Siria, l’altra i rapporti tra curdi e governo centrale, storicamente molto complicati.

Sulla prima: sono circa 600 mila i profughi siriani che si sono già rifugiati in Turchia (i dati sono della Direzione Disastri Naturali ed Emergenze, Afad, della presidenza del governo di Ankara); circa 200 mila sono ufficialmente registrati nei campi allestiti dal governo nelle regioni di confine, mentre gli altri 400 mila si trovano nelle principali città turche. L’accoglienza si è  notevolmente ridotta negli ultimi tempi, da quando cioè, all’inizio di ottobre, il presidente Usa Barak Obama ha avuto un duro scontro con il premier turco Recep Tayyip Erdogan sulla strategia da adottare in Siria (Obama avrebbe criticato il sostegno accordato da Ankara ai ribelli anti-Assad, inclusi i gruppi islamisti radicali vicini ad al-Qaeda). La seconda questione riguarda il rapporto con i curdi: nel 2009, il governo turco guidato dall’attuale primo ministro, annunciò l’”iniziativa curda”, una serie di provvedimenti che prevedeva un aumento dei diritti della minoranza curda. A settembre di quest’anno si è parlato di un nuovo “pacchetto democratizzazione” che prevede ad esempio  l’uso di altre lingue oltre al turco nelle iniziative di campagna elettorale o l’abolizione del divieto di usare le lettere Q, X e W che esistono nell’alfabeto curdo, ma non in quello turco. A fronte di queste “concessioni”, ci si chiede dunque il significato di un’iniziativa come quella del muro. O ci si chiede viceversa, quale senso politico abbiano quelle iniziative nel processo di soluzione della questione curda.

(Grazie a Luca Tincalla per avermi segnalato e aiutato a scrivere questa storia che è stata in parte pubblicata oggi anche sul Post. Luca vive in Turchia e ha raccontato in un libro l’occupazione del Parco Gezi. Il suo lavoro si può leggere qui)

Twitter: @glsiviero