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Lo scienziato borderline

Nucleare: Giappone banzai, Italia mai?

In questi giorni, il Governo Giapponese si e’ riunito per decidere i tempi e i modi dell’uscita dal nucleare del Paese.

Si tratta di una scelta non piu’ in discussione per quanto riguarda il merito, ma soltanto per quanto concerne le modalita’. Non e’ una scelta da poco, se si considera che  il Giappone ha oltre 50 impianti nucleari, che forniscono circa il 30% della potenza elettrica nel paese, e che molte di queste centrali sono di costruzione recente o abbastanza recente. Se consultiamo un elenco completo degli impianti nucleari giapponesi, vediamo che, oltre ai famigerati 4 impianti di Fukushima, colpiti dal terremoto e dallo tsunami nel marzo 2011 e responsabili del grande  disastro noto a tutti, vi sono anche impianti come Genkai-3 e Genkai-4, operativi rispettivamente dal 1993 e 1996, Hamaoka-4 e 5 (del 1993 e 2004) e Tohoku del 2005.

Vista dall'alto di Fukushima

Il sito di Fukushima

Non si tratta percio’ della messa a riposo di qualche vecchio impianto  magari un po’ obsoleto, ma di una massiccia chiusura di decine di impianti nucleari, alcuni anche recentissimi. Un fatto certamente epocale nella storia del nucleare.

Il Governo giapponese dovrebbe decidere se ridurre la potenza da nucleare al 15% (cioe’ dimezzarla), oppure se scegliere “l’opzione zero”, ovvero la chiusura e l’uscita totale: pare che, vista un’opinione pubblica nazionale che e’ passata da un certo pronuclearismo ad un 70% di antinucleari, la scelta sara’ di chiudere. Probabilmente entro il 2030.Tutto questo avra’ un costo:  le famiglie giapponesi pagheranno il doppio la bolletta elettrica, per finanziare l’uscita dal nucleare, che costera’ 500 miliardi di euro al 2030, e lo sviluppo delle energie rinnovabili. Cio’ e’ stato specificato con tanto di cifre e previsioni dai responsabili del governo giapponese, e ciononostante la volonta’ della popolazione permane ben chiara.

Infine, il Giappone ha deciso che abbandonera’ il riprocessamento delle scorie radioattive, cioe’ quelle lavorazioni che estraggono il plutonio e l’uranio residuo e trasformano i materiali in una scoria vetrificata da smaltire. Le scorie verranno interrate cosi’ come sono, e a breve verra’ selezionato un sito dove portare avanti questa operazione. La decisione di fermare il riprocessamento appare comprensibile, per un paese che ha deciso di abbandonare l’opzione nucleare.

Nel fratttempo, facciamo un piccolo paragone con l’Italia:

– Le famiglie italiane continuano a pagare i costi del riprocessamento delle inutili scorie italiane (costo: 250 milioni di euro), con i treni che le trasportano in Francia. Sebbene l’Italia abbia abbandonato il nucleare in maniera ben piu’ avanzata e definitiva del Giappone, tuttavia – con una scelta discutibile – si continua a  procedere col riprocessamento delle scorie.

– Il Governo Giapponese ha immediatamente iniziato le procedure per la scelta di un sito nazionale dove smaltire le scorie radioattive: quale contrasto con l’Italia, dove le scorie sono sparse in oltre 150 siti e il Deposito Unico Nazionale e’ una cosa che da molti anni anche Legambiente chiede, mentre pare che i responsabili del nucleare italiano siano affaccendati in altre questioni, come la costruzione di depositi temporanei in localita’ di dubbia sicurezza.

In sostanza, nella tragedia del terremoto, dello tsunami, e dell’incidente di Fukushima, dopo i tentennamenti iniziali, pare che il Governo giapponese stia tenendo una politica di decisioni abbastanza rapide e anche coraggiose, di fronte ai costi previsti, e rispettose della volonta’ della popolazione. Ogni paragone con i Governi italiani precedenti, che hanno costretto la popolazione italiana ad esprimersi con un voto referendario chiarissimo, e con quello attuale che attua una politica pronucleare strisciante, mentre il sito nazionale permane una chimera e si vedono solo trasporti di scorie, sono superflui