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losangelista

Schiavo per 12 Anni

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Steve McQueen e’ un artista e filmaker, un autore che ha vinto la Camera d’Or a Cannes e che ha rappresentato l’Inghilterra alla biennale del 2009. Il giorno della chiusura della retrospettiva che quest’estate gli ha dedicato lo Schaulager di Basilea, al festival di Telluride esordiva il suo ultimo film 12 Years a Slave. “L’arte e’ come la poesia” sostiene lui, “mentre il cinema narrativo e’ parente del romanzo” e questo suo ultimo lavoro e’ adattato da un libro: il diario autobiografico pubblicato nel 1856 da Solomon Northrup, libero residente afroamericano dello stato del New York, rapito e rivenduto come schiavo ad una piantagione della Louisiana nel 1841. Per essere uno dei due genocidi fondativi della nazione la schiavitu’ americana e’ stato un argomento colpevolmente assente dal cinema americano, riflettendo la voragine lasciata nella coscienza nazionale da una rimozione che ne ha impedito la piena elaborazione e garantito gli strascichi di ineguaglianza che ha tuttora sul paese. Da  Hollywood l’argomento storicamente latita, e il rapporto del cinema col passato  schiavista  del paese e’ complicato dal fatto che uno dei capolavori fondativi del cinema americano, il Birth of a Nation di DW Griffith, assumesse  la forma  di una apologia del Ku Klux Klan. Nell’ultimo anno (casualmente il 150mo anniversario dell’abolizione della schiavitu’ e cinquantenario della marcia su Washington) l’argomento e’ apparso con grande frequenza: nel Lincoln di Spielberg, il Django di Tarantino e recentemente nel Butler di Lee Daniels. Oggetti assai differenti l’uno dall’altro, dalla storiografia politica al trattamento spaghetti western alla lezione civica “melodrammatizzata” di Daniels. McQueen ha prodotto invece il film di gran lunga piu’ “duro”, un storia vera che spera possa permanere, ha dichiarato al festival di Toronto,  come documentazione storico-emozionale di un olocausto,  come lo sono stati il Pianista o Lista Schindler. Il cuore drammatico di 12 Years e’ la verita’ dei fatti realmente accaduti, il ibro di Nothrup che McQueen per potenza accosta al diario di Anna Frank. Il libro scritto dopo la liberazione ebbe all’epoca un grande successo, paragonabile alle coeve “dime-novels” su Billy the Kid e Buffalo Bill, ma fini’ per venire eclissato dalla Capanna dello Zio Tom  pubblicato poco dopo, la cui versione “scenneggiata” divenne “official version” e narrativa nazionalpopolare preferita della cultura benpensante. Secondo McQueen invece e’ ora di riabilitare la storia vera, cominciando col girare nelle “Auschwitz dalla bellezza mozzafiato” che sono le piantagioni del Sud,  i paesaaggi struggenti da Via Col Vento dove per 250 anni venne sistematicamente annientato un popolo. E’ qui che giunge il cittadino Solomon, strappato alla famiglia e al lavoro a Saratoga, e  sprofondato in un incubo gothic dove i padroni scorticano gli schiavi a frustate e la doemnica gli leggono i versi della bibbia. McQueen e’ autore in grado di importare nel suo film elementi e linguaggi affinati nella sua vidoearte – la poesia artistica di cui parla – e  il film alterna svolgimento narrativo e azione intensa con una dimensione atmosferica che rimanda al cinema di Malik, forse anche Tarkowski. L’efferata crudelta’ delle aste dis chiavi in cui bambini piccoli  vengono separati dalle madri e’ il preludio dell’azzeramento sistematico della famiglia che e’ forse l’infamia piu’ basilare e duratura della schiavitu’, la malevolenza piu’ tangibile negli scompensi tuttora prevalenti nei labili equlibri di molte famiglie nere. La violenza psicosessuale dei padroni bianchi e’ incarnata da Michael Fassbender, nuovamente straordinario per il regista di cui ha interpretato ogni film (con Hunger e Shame). Un film essenziale stavolta che e’ una mappa affidabile della psicopatologia dissociativa che sottende la problematica razziale americana. Ci voleva forse un regista/artista britannico per fotografarla cosi’ bene.

  • nefeli

    Grazie di averne parlato, fa venire voglia di vederlo.