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Nuvoletta rossa

Scene di lotta e di classe a Gotham City: il nuovo Batman di Chris Nolan

Diciamolo subito: l’unico grosso difetto di The Dark Knight Rises, ultimo Bat-Film di Christopher Nolan, sta nei suoi legami a doppio filo con gli episodi precedenti. Per godersi fino in fondo questo fumettone larger-then-life quanto i vecchi zerozerosette tocca aver visto le puntate precedenti: altrimenti, capire chi fa cosa e trovarci un senso diventa un esercizio sterile. Ma questo, in fondo, è un dettaglio. Perché Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno non è solo il capitolo conclusivo della trilogia che ha rilanciato il pipistrellone nell’immaginario filmico dopo i dissesti dell’era Schumacher. Ma è anche il seguito di uno dei pop-corn movie più visti dell’ultimo decennio, con incassi di oltre 1.000.000.000 di dollari in tutto il Pianeta. Numeri dovuti anche all’aura maudit creata intorno al franchise dal suicidio accidentale di Heath Ledger, un Joker epocale e genuinamente disturbante. Anche nel caso del nuovo Batman, l’effetto emulazione ha fatto danni cospicui, con la strage di qualche settimana fa al 16th Century Movie Theater di Denver, Colorado. Ma al di là di ogni ovvia considerazione su quanto accaduto, è innegabile che i tre Batman di Nolan abbiano rivoltato come un calzino il genere dei comic book movie, dando ai personaggi disegnati una gravitas assolutamente inedita, illuminando intrecci semplicistici sotto una luce ambigua, negando al pubblico pagante il conforto di una facile consolazione, creando icone dark di formidabile impatto. Insomma, spostando i confini del genere un po’ più in là.

Non fa eccezione nemmeno questo capitolo finale della trilogia. Come in un caso di rimozione da manuale, la sceneggiatura dei Nolan Bros. relega i fatti del secondo episodio in un altrove lontano nel tempo e nello spazio. Dalla retata del secolo e dalla morte di Harvey Dent sono trascorsi otto anni, e Bruce Wayne, appesi mantello e cappuccio al chiodo, è diventato un emulo di Howard Hughes. A tirarlo fuori dall’isolamento è Bane, wrestler dal cervello fino e dalla crudeltà sfrenata con maschera ed enfisema à la Darth Vader, e un’unica idea in testa: quella di trascinare Gotham City nel caos abbattendo le autorità e affidando la città alla canea criminale. Provato nelle motivazioni e nel chilometraggio, il pipistrello accetta la sfida. E pur sudando sette camice (nere), come da canone, dai e dai riuscirà a ripristinare lo status quo. La trama vagamente “indignada” giustifica le molte, forse troppe letture politche attribuite alla pellicola, con Andrew Klavan del Wall Street Journal a delirare su “Rises” come apologia del capitalismo, o Noah Brand di The Good Man Project a tacciare il film di Apologia del fascismo. Anche in casa nostra, non sono mancate le bacchettate ideologiche, da quelle facili facili di Maurizio Acerbi su Il Giornale , a quelle circostanziate dell’autore di fumetti e blogger Roberto Recchioni. Qui su “Nuvoletta”, prendiamo atto. E passiamo oltre. Tenendo sullo sfondo la definizione di super-eroe come “Poliziotto del mondo” brevettata a suo tempo da Umberto Eco. E tenendo presente che per quanto lungo, machista e menagramo, è comunque un kolossal ispirato alle pagine disegnate della DC Comics, storica fucina di sbirri in costume.

Come sempre, i legami del blockbuster in uscita il 29 agosto 2012 con i fumetti originali sono labili. Se Batman Begins pescava alle atmosfere del Batman di Frank Miller, e Il Cavaliere Oscuro a quello di Bill Finger e Alan Moore, qui l’humus narrativo è quello di autori mainstream come Doug Moench, Chuck Dixon, Mike W. Barr e Dennis O’Neill, con citazioni da Knightfall, il figlio del Demone e Terra di nessuno. Dai comics, anche l’intreccio, talmente lineare e diretto da far sospettare qualche retropensiero della Warner, forse scottata dal cupo pessimismo dell’episodio precedente. Il Bane del film è un villain definitivamente riabilitato dal papocchio che fu Batman & Robin, non primo di humour nero e statura criminale, mentre la Catwoman di Anne Hathaway, pur sorretta dai tacchi a stiletto, non sfiora mai la siderale, dolorosa e irresistibile sensualità della fu Michelle Pfeiffer. Protagonista assoluta del film, al pari dell’eroe, la Gotham stile Blade Runner immaginata a partire da un mish-mash fra Pittsburgh e la Grande Mela dallo scenografo Nathan Crowley e dal direttore della fotografia Wally Pfister. Il Pipistrellone himself okkupa una ventina di minuti scarsi di uno spettacolo che ne dura su per giù centosessanta. Eppure, grazie al ritmo indiavolato e al senso epico impressi a Il Cavaliuere Oscuro – Il ritorno da Nolan, il tempo vola, trascinando via sulle nere ali dell’eroe i tratti più esili e frettolosi della sceneggiatura, i molti ossequi al rating PG-13, l’inevitabile senso di dejà-vu di ogni sequel. E si esce dal cinema molto sazi, molto appagati, molto tentati di godersi un altro giro di giostra, meglio se in IMAX. E con una grossa curiosità: Dopo Nolan, chi, che cosa?

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