closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
in the cloud

Saviano, il bacio di Ferrara alla sinistra che pensa

di Giuliano Ferrara *

Tutto quello che riguarda Roberto Saviano fa struggere l’anima di noia profonda, abissale. Il ragazzo è d’oro, il romanziere docufictional è buonino (con un sospetto di Liala, direbbero i reduci del gruppo ’63); il bersaglio delle minacce chiama ovvia solidarietà ed esige protezione, l’ospite televisivo è furbo, il poeta civile postpasoliniano è perfetto per la sinistra sentimentale, il poundiano va bene per la destra languida: per il resto non si era mai vista un’icona così male abborracciata, un’operazione stampa & tv così artificiale e insincera di sfruttamento politico a freddo della letteratura di massa, una spietata macchina schiacciasassi capace di avvilire le migliori intenzioni e i migliori risultati di un giovane di successo trasformato in celebrity petulante, in banale testimonial della legalità, in ricatto morale melodrammatico rivolto a chiunque non sia in immediato pericolo di vita, insomma in patologia da Nobel – la più grave malattia che possa contrarre, se gli venga comminato il premio, una persona seria.

Con qualche ripensamento, molte esitazioni, ironia bonaria e poca voglia di ripetere il già biascicato, di infiltrarsi nella chiacchiera, noi queste cose più o meno le abbiamo osservate e riferite da tempo, ciò che in fondo è il mestieraccio di un quotidiano impertinente. Sembrava impossibile un seguito decente, irridente ma non sprezzante. Anzi, era partita anche a destra la lotta di egemonia per accaparrarsi il nulla, quel che resta di uno scrittore quando si sia tacitata con l’affabulazione la sua scrittura. E a sinistra il savianismo – giovane promessa e venerato maestro, senza neppure passare per il solito stronzo – era abito di rigore, protocollo cravatta nera senza eccezioni, pena l’esclusione dalla festa. Invece il seguito è arrivato da dove meno ce lo si sarebbe aspettato.

Alessandro Dal Lago è un sociologo della cultura, il che sarebbe di per sé una funzione pubblica piuttosto disdicevole, ma per sua fortuna è una persona intelligente, ricca di quel bene inestimabile che è la libertà di tono. Il suo pamphlet sulla mediocrità della koynè dominante che ha imposto il savianismo coatto alla sinistra e alla destra è incantevole, bene argomentato, irrefutabile se non con cattivi argomenti ad hominem. Dal Lago parte da una pazzia, la necessità di attenersi a una sana lotta di classe; è un marxista corretto da Foucault e Barthes che scrive ancora “in ultima istanza”, come si faceva un tempo su Rassegna sovietica. Ma è perfetta la sua decrittazione del fenomeno Gomorra come diversivo “eroico” per clan politico-intellettuali in cerca di nuove identità. C’è in quelle pagine la nemesi dello snobismo povero e cosmopolita del manifesto (l’editore del libello) che prende le misure al provincialismo opulento di Repubblica. C’è la sprezzatura di chi considera insieme invasivo, chiassoso e opportunista il percorso lirizzante del grido, della coscienza protetta dallo scudo omnibus della legalità, indifferente alle vere pene del mondo reale e alle gioie di quell’altro possibile.

Di questo pamphlet un fascista di riporto e un venduto come me non può amare i richiami alla purezza della lotta sociale diffusa e dell’antagonismo politico, che del savianismo professionale oggi in voga sono la negazione militante, ma il tocco critico, il riconoscimento autentico di valore e disvalore, il gusto, la cosiddetta decostruzione, quello sì che mi piace e sinceramente mi eccita. A sinistra c’è gente (domani ne racconteremo un altro, di intellettuale libero) che pensa, che sa riconoscere la psicologia del noir da Krakauer a Sciascia, che sa distinguere in libertà i blockbuster dai grandi romanzi, Moccia e Saviano da Victor Hugo. E sa farlo con durezza e flessibilità mentale, con ragioni che sono relitti alla deriva, tuttavia libere nell’ordito e nell’intonazione. Bisogna riconoscere gente simile. Smack.

* Dal Foglio del 4 giugno 2010wwwilfoglio.it