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Cesari, Saviano è una fiaccola nel buio

di Severino Cesari*

«In questo saggio, Dal Lago cerca di venire a capo del fenomeno Saviano-Gomorra, analizzando esclusivamente ciò che l’autore ha scritto.» Così il risvolto di copertina di Eroi di carta di Alessandro Dal Lago, edito da manifestolibri. Un testo con cui in molti hanno polemizzato (Adriano Sofri, Paolo Flores d’Arcais, Pierluigi Battista; e che lo stesso Dal Lago e il suo editore, Marco Bascetta, hanno difeso sul manifesto.

Perbacco, perché mai non avremmo dovuto pubblicare una «decisa analisi critica (seria, rigorosa e diffusamente argomentata) di Gomorra?», sostiene con veemenza Bascetta, il 30 maggio. E: «Mi si critica non per quello che dico ma perché lo dico» sostiene e si lamenta Dal Lago (il 3 giugno). Dal Lago, si rassicuri. Non mi interessa sapere perché lei «dice quello che dice»; può dire e scrivere tutto ciò che vuole.

Mi interessa invece dare una buona notizia al lettore del manifesto: è proprio quello che lei dice a essere sbagliato. La sua non è una critica seria, rigorosa, documentata, nonostante abbia il suo bravo e impressionante – solo per chi non va a controllare – apparato di note. Anche perché in molti punti chiave il libro è basato, in modo imbarazzante, su ciò che Saviano non ha affatto scritto.

Fin dalla prima pagina, in tono leggero, lei dice ai suoi studenti, «lo stesso Saviano ha dichiarato di muoversi a suo agio nei media e anzi di voler lanciare una moda» (corsivo mio), e come prova legge un brano di giornale «su una manifestazione anticamorra cui ha partecipato lo scrittore». Peccato si trattasse non di una «manifestazione anticamorra» ma dello «Speciale» Che tempo che fa di Fabio Fazio del 25 marzo, che lei avrebbe potuto rivedersi con calma, perché Saviano ne ha tratto un Dvd e un libro (editi da Mondadori, casa madre di Einaudi, ndr). Con straordinario rispetto per le parole usate, in esso Saviano scrive appunto del senso profondo della parola contro la camorra, e dello strumento micidiale che usano le organizzazioni criminali contro i loro nemici, la delegittimazione: come nel caso di don Peppino Diana e di tanti altri. Altro che moda!

Il senso del «parlare contro» (contro le mafie) sta nella diffusione stessa delle parole, che porta con sé la possibilità per chiunque di trarre un proprio giudizio. E diminuire così quel dominio. E dalla parte di chi «parla contro la camorra» sta nella necessità che il suo parlare rimanga sempre autorevole, non inquinato, non delegittimato. E diventi soprattutto racconto, nuove storie condivise.

Eh, ma scrive – incredibilmente – lei poco dopo; «si rifletta un po’ prima di gridare ai quattro venti che tutto il male del mondo discende dai Casalesi. Una questione di proporzioni, insomma». Del resto, che altro si potrebbe «pretendere di più dall’eroe anticamorra»? In queste due frasette sciagurate, buttate là nell’«introduzione», si riassumono già le tesi che lei cercherà di dimostrare per tutto il suo saggio (lo definirei piuttosto un pamphlet polemico).

Prima tesi. Saviano è ossessionato dalla camorra, la vede ovunque; e se la si vede ovunque, che cosa si vuol nascondere? A chi si è funzionali con tutto questo raccontare storie di vittime e di orrori, ma anche di inediti pezzi di capitalismo, di vitalità selvaggia; che significherà mai voler «canalizzare la pubblica indignazione sugli orridi killer di camorra»? Già: che loschi scopi ci si prefiggono?

Seconda tesi: Saviano – inteso sia come «io narrante» nella strategia compositiva di Gomorra, sia come autore del libro, sia come personaggio pubblico e persona vera – è nient’altro che «l’eroe anticamorra», malato di eroismo a tutti i costi, che è una roba di destra, e questo … spiega un sacco di cose, anche perché mai «Farefuturo» di Fini lo difende!

La prima tesi, che Saviano «veda solo la camorra», per così dire, la porta a prendere svarioni in quantità. Come si fa – si chiede lei sgomento – a definire gli ammazzamenti di camorra un Olocausto? Non si faranno «svanire i fatti nelle iperboli»? Peccato però che in Gomorra di Olocausto mai si parli; ne parlano invece il giornalista Dario del Porto… e il titolo di un suo pezzo su un quotidiano. Saviano non ne scrive. E perché poi, si chiede lei, Saviano nomina ciò che accade in Campania come «la Peste», alla Camus o alla Malaparte – ovvero come un Male assoluto e metafisico? Lei se lo domanda più e più volte nel libro, circa dieci: ma mai – vado a memoria – si nomina la Peste in Gomorra, e Saviano ne parla comunque in tutto due o tre volte nei suoi articoli e sempre a proposito dei rifiuti tossici che avvelenano la Campania. Una metafora questa, del tutto condivisibile direi.

Certo, se poi uno è ossessionato dai Casalesi e vede solo quelli, sarà normale che, parlando ai ragazzi dell’Onda a Roma 3, possa uscirsene con una frase come questa: «La battaglia sulla criminalità è una questione che, moralmente, viene prima di tutto». Se avesse controllato il file audio (sul sito di Radio3) della mezzora di manifestazione, avrebbe sentito distintamente il contrario: «Perché la battaglia sulla criminalità non è, come dire, una questione che moralmente viene prima di tutto» – il che nega alla radice il suo presupposto, gentile professore.

Come in mille altre occasioni del libro. Lei è capace di rifiutare il binocolo di Saviano per tenersi la sua miopia: vede solo «luoghi comuni nazionalistici» là dove Saviano – partendo da ciò che chiama il territorio, ovvero da una sorta di «ricerca sul campo» alla quale era solito dedicarsi quando poteva muoversi – scopre una inedita globalizzazione delle vittime: la scopre nei soldati italiani in Afghanistan, i quali per scampare ai narcotrafficanti campani, finiscono sotto il fuoco di altri narcotrafficanti, che riforniscono i primi. Non c’è una storia globale della guerra americana! Ma proprio Saviano la doveva scrivere? Ne è sicuro? E fa ironia sulla diffusione della camorra in Spagna riportando brani di intervista un po’ confusa – non uno scritto di Saviano! – e dimenticando interi nitidi pezzi di Gomorra, se l’ha letto davvero, sugli «Spagnoli». Inoltre, non è per niente «verissimo che Bruno Vespa ha fatto battute ingiustificabili su Saviano»: era Fede. E così via. Alla faccia della critica seria e rigorosa su ciò che l’autore ha scritto.

Ma lei, professor Dal Lago, non voleva occuparsi del vero Saviano: doveva fabbricarsene uno tutto suo, che giustificasse quella cinica, sconsolata visione di «nulla di nuovo sotto il sole» così tipica della sinistra sconfitta, che cerca da tempo di ricondurre ogni cosa al proprio nichilismo. E può ignorare, considerandolo rassicurante e confortevole, anche chi scopre una dimensione inedita del conflitto. Chi ci fa conoscere una realtà prima sconosciuta, che arricchisce e completa il quadro: non lo sostituisce, né lo cancella.

Ma è l’altra sua tesi quella forse più aberrante, perché indica una totale incapacità di leggere Gomorra, fino a rischiare di minarne la verità poetica e conoscitiva, e dunque il suo valore. Non mi riferisco a dettagli farseschi come l’accusa di sciatteria perché prima si nominano «scarpe da ginnastica» poi «stivali» (ma si sbaglia lei, Saviano conosce le scarpe dei camorristi e scrive di stivaletti, non di stivali) o a fraintendimenti del testo, della sua profonda e anche allucinata visionarietà (i cinesi dell’inizio, mitologici, che diventano poi però del tutto veri nei palazzi sventrati per far posto alle merci) e così via. Ciò che lei «rivela» come risultato di una clamorosa detection critica e, di più, come un esemplare smascheramento letterario – che cioè, alla fin fine, è Saviano stesso l’«eroe» implicito nella narrazione – costituisce in realtà il presupposto stesso del libro, il suo punto di partenza. Il lettore si fida, e si affida all’ignoto, proprio grazie a quella prima persona che gli dice, io c’ero, io ho visto, io so e ne ho le prove: e che interviene sempre quando la sconvolgente materia «documentale» rischia di eccedere, di non risolversi in storia.

Ma attenzione. Quella figura di ragazzo proiettata dal testo, che va in scooter e si precipita sulla scena di un ammazzamento seguendo le frequenze della polizia, quel ragazzo che introduce il lettore «dentro» le situazioni, utilizzando al momento giusto anche la fiction, l’invenzione là dove diventa quasi correlativo oggettivo di quanto prima narrato; quella figura fa vivere al lettore la Campania del Sistema come una rivelazione assoluta, perché matrice di energie capitalistiche pure, che vanno a innervarsi nel mondo globalizzato – e diventano sogno di dominio, rimanendo schifo e miseria – mentre il lettore pensava che tutto questo non lo riguardasse, che non si parlasse della sua vita, che si trattasse di stanchi e ridicoli guappi e non di imperi.

Certo che quel ragazzo-Saviano è «l’eroe» della narrazione! Ci mancherebbe. Ma lo è solo in un banale senso tecnico: è l’occhio del libro e del lettore. Il suo «protagonismo» consiste unicamente nel vedere, nell’osservare, nell’esserci, nell’essere «lavorato» e trasformato da ciò che accade. Ovvero da ciò che è poi il «protagonista» vero, ciò che si svela, conoscendolo. L’eroe-osservatore mai fa accadere le cose, di fondo si limita a «raccordare» le scene. Non è affatto, in questo senso, la figura di un «militante» anticamorra: non è un protagonista malato o ossessionato di eroismo. Quando entra nella villa sequestrata di un boss ha paura fisica. A volte è persino contiguo a ciò che racconta. Non è un eroe in quel senso lì, alla Beowulf (altro personaggio di cui Dal Lago si è follemente innamorato, e lo appioppa a Saviano ogni volta che può). È invece il giusto che apre gli occhi e vede. È il cantore. O il cantastorie. O se preferite, una persona che fa ricerca sul campo, mettendosi in gioco. È Orfeo, forse cieco come direbbe Wu Ming 2, perché oggi questo solo può essere Orfeo, se vuol tirar via qualcosa dall’Inferno. È una figura della debolezza, del limite e della responsabilità, concetti che Dal Lago conosce bene; ma assolutamente non del potere.

Confondere volutamente l’«eroe» del romanzo, inteso come figura della narrazione, con «l’eroe» militante in cui è obbligato a trasformarsi Roberto Saviano per le circostanze dentro le quali è costretto a vivere, non il narratore di Gomorra ma l’uomo in carne e ossa, è una banalità. Peggio, è futile. Vuol dire compiere in malafede una acrobazia dialettica per mettersi in mostra e dimostrare che nulla è accaduto, che anche gli altri sono saltimbanchi. Sulla pelle di chi non può difendersi. Sulla pelle di chi conduce una vita disperata e senza luce, riuscendo tuttavia ad accendere una luce costante su un punto prima cieco del nostro sviluppo, a studiarne e rivelarne le innervazioni con la carne e i sentimenti, con i vestiti e i motori, il cemento e le armi, i vasti traffici e il veleno che è diventato il mare, da grande scrittore. E non è certo colpa sua se fuori da quel cerchio di luce, il buio rimane fitto.

Saviano non ha scritto Gomorra per accreditarsi, per trasformarsi in una «bolla mediatica», in un eroe anticamorra a tempo pieno: quel che ha fatto è prendere la parola, come già tanti altri «eroi involontari» da lui raccontati, i protagonisti più commoventi delle sue storie, quelli ai quali va in modo più naturale l’empatia dello scrittore, la capacità di renderceli indimenticabili mentre neanche ne sapevamo i nomi, e ora invece li sentiamo come il fondo dell’umano: Annalisa o Dario Scherillo o Peppino Diana. E questo è bastato per farne un bersaglio.

Illuminiamo il resto del buio, anziché indicare come nemica la sua fiaccola accesa, scuotendo la testa. Saviano non ha bisogno di essere eroe, ma scrittore, e perciò deve condurre – per ora, ma fino a quando? – una vita ferocemente eroica, ed è questo il tragico paradosso che solo la vicinanza, la fratellanza (la critica fraterna) e il comune sentire possono eventualmente attutire; ma non è affatto certo.

* il manifesto ha omesso di ricordarlo ma Severino Cesari oltre che prestigioso critico letterario è anche il direttore editoriale di Einaudi Stile Libero (la collana che, tra gli altri, pubblica i libri di Wu Ming e ha lanciato la New Italian Epic criticata in un capitolo del libro di Dal Lago).

(da www.ilmanifesto.it – uscito sul manifesto dell’11 giugno 2010)

  • Roberta

    Beh, quell’immagine della fiaccola te la potevi proprio risparmiare

  • http://www.matteobartocci.it Matteo Bartocci

    Una provocazioncella non eccelsa… ma nel clima che ci circonda ci può pure stare…

  • http://www.matteobartocci.it Matteo Bartocci

    Mi piace molto anche quella di Orfeo a fondo pagina. Meno greve ma simile.

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