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Saviano, botta e risposta Dal Lago-Rangeri

Ecco la lettera con cui Alessandro Dal Lago risponde all’editoriale del manifesto di domenica e la risposta della direttrice del giornale Norma Rangeri.

Cara Norma,

nel darti atto della correttezza con cui hai espresso il tuo dissenso dalle mie posizioni sul manifesto del 6 giugno, sottraggo un po’ di spazio al nostro giornale per alcune osservazioni di contorno («minuzie», diresti tu) sull’affaire sollevato dal mio libretto.

Dici che Saviano è un «bene comune». Ora, il concetto è variamente definito nelle scienze umane, teologiche e sociali: per esempio, nel gergo economico popolare significa più o meno una risorsa a disposizione di tutti (come l’acqua, l’etere, ecc.), mentre Paolo VI, nell’enciclica Gaudium et spes, lo definisce «insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente». Insomma, l’idea è questa e mi sembra che il tuo punto di vista – date le reazioni al mio saggio – sia condiviso da un arco che va dalla stampa di opposizione di sua maestà Berlusconi (La Repubblica, Il fatto quotidiano, L’espresso), a quella, diciamo così, centrista (Pigi Battista sul Corriere della sera), passando per Veltroni, Vendola e Violante, sino ai finiani, per non parlare di premi Nobel, studiosi di metafisica, etc..

Se dunque lo schieramento che sorregge il nostro «bene comune» è così massiccio, direi costituzional-mediale, come mai il mio libro ha sollevato un tal putiferio? Se vi si tratta solo di minuzie, o se è «mediocre», come sostiene un nostro lettore, perché giornalisti di cronaca, direttori di quotidiani e conduttori di talk show si affannano coralmente a esecrarlo? Se la mia posizione è «ideologica», come definire il boato maggioritario che la condanna? Prima o poi, qualcuno risponderà a queste domande.

Per il momento, presento la mia ipotesi, ovviamente ideologica. Non sarà che dietro il «bene comune» si stia prefigurando uno schieramento politico-culturale molto, molto consensuale che prepara il nostro futuro? E che dunque, nella mia ingenuità di sociologo che si immischia di letteratura, ho toccato un nervo scoperto?
Infine, una precisazione. Non sono io a sostenere che Saviano si ispira alla destra romantica (Pound, Evola ecc.). Lo dice lui, in un’intervista su Panorama che io cito in dettaglio e che, a suo tempo, ha suscitato la reazione di Vincenzo Consolo.

Quanto ai nostri lettori che, come Flores d’Arcais, si attengono alla massima: «Non l’ho letto, ma l’idea mi fa schifo…», non posso che rimandarli a una battuta di Groucho Marx: «Dal momento in cui ho preso in mano il libro, fino a quando l’ho rimesso a posto, non ho smesso di ridere per un solo momento. Un giorno ho intenzione di leggerlo».

Alessandro Dal Lago

Caro Alessandro,
criticare Saviano e scatenare il putiferio mi sembra normale. I giornali ne scrivono, i nostri lettori ne discutono. Continuo a considerare sbagliato l’oggetto della tua critica, ma inevitabile e necessario entrare nel merito del tuo libro, polemizzare. Quanto ai simboli, beh sono sempre esistiti, nutrono l’immaginario e catalizzano le passioni. Saviano è, suo malgrado, un simbolo forte anche perché rischia la vita.

Chi crede nella sua battaglia civile, come capita a molti e fra questi tanti ragazzi, si è sentito colpito direttamente dalla tua critica. Non vedo in questo nessuno schieramento preconcetto, piuttosto la reazione a difesa di una battaglia contro le mafie.

Quanto all’ideologia ne pavento l’overdose, l’abuso che sfocia nel «benaltrismo», non certo l’avere una visione del mondo, necessaria per cambiarlo (o anche soltanto sognarlo).
(n.r.)

(da www.ilmanifesto.it – lettere uscite sul manifesto del 9 giugno 2010)