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Saldi incerti, la manovra non basta

Al senato •corsa bipartisan come a luglio. Ma conti sempre più in bilico. Domani in senato il via libera al decreto, l’unica cambiale che può convincere la Bce a sostenere i nostri Btp. Tremonti e Berlusconi chiedono alla Lega di anticipare il taglio delle pensioni al 2012. Per ora non si farà

Il senato potrebbe approvare già domani la manovra di agosto. Oggi il decreto sbarcherà in aula e come chiesto da Napolitano il Pd non si opporrà a un via libera sprint.

La capogruppo Anna Finocchiaro annuncia un disarmo unilaterale che dovrebbe essere ratificato oggi dagli altri gruppi. Discussione ridotta al minimo (un paio d’ore), nessun emendamento della maggioranza, pochi e qualificati ritocchi chiesti dall’opposizione, seduta notturna e approvazione entro domani. «Le condizioni del paese sono talmente drammatiche e la crisi è così devastante che il Pd non attuerà alcuna forma di ostruzionismo, presenterà un numero limitato di emendamenti e non s’opporrà a che la manovra sia approvata al più presto dal senato». Ovviamente senza fiducia. In cambio, il partito di Bersani chiede lo stralcio dell’articolo 8 dal decreto e la cancellazione dei tagli a comuni, regioni e province. Condizioni che molto difficilmente il governo potrà mai accogliere.

Si ripete pari pari il copione di luglio. C’è la crisi: l’Europa e il Quirinale chiedono una manovra rapida e senza discussioni. I mercati continuano a crollare, il parlamento è impotente, la manovra approvata a passo di carica non basta e se ne deve fare un’altra annunciata sempre come risolutiva senza mai esserlo veramente.

La crisi finanziaria si sta avvitando sempre di più e bisogna tenere presente più le date che la sostanza. Nei corridoi del senato infatti si avverte che il via libera entro mercoledì è l’unico modo per convincere la Bce di continuare a comprare i nostri titoli di stato (56 miliardi il valore dei titoli acquistati nell’ultimo mese). Giovedì l’Eurotower dovrà decidere se e quanto continuare il sostegno ai Btp. Il sì del senato è la prima cambiale che Roma deve presentare a Francoforte se non vuole innescare l’Armageddon sull’euro. Basterà?

La situazione è critica. Giulio Tremonti dopo aver ammorbato i finanzieri di Cernobbio con le storie di Waterloo e Westfalia, ieri si è chiuso con i tecnici del ministero dopo aver incontrato nella sede della Lega a Milano Umberto Bossi. Un incontro che Fabrizio Cicchitto del Pdl liquida come dedicato a faccende politiche (caso Milanese in testa) ma che in realtà prelude a un peggioramento dei conti pubblici.

Le agenzie di rating (Moody’s e Standard & Poor’s) hanno messo sotto osservazione il debito italiano e un possibile declassamento avrebbe effetti disastrosi sull’obiettivo di pareggio del bilancio nel 2013. Lo spread con i titoli tedeschi, nonostante il sostegno europeo, è arrivato a 3,7%. Entro pochi giorni Tremonti deve presentare l’aggiornamento del Def, la cornice finanziaria che deve sostenere il risanamento del bilancio. Con il Pil in picchiata e la tempesta perfetta su tutti i mercati tenere il timone è quasi impossibile.

Entro dicembre l’Italia deve obbligatoriamente vendere 130 miliardi di Bot e Btp. Nessuno può escludere che per «convincere i mercati» tra un mese servirà una nuova manovra. E le pressioni per tagliare le pensioni e aumentare da subito l’Iva sono fortissime. Finora ha pesato, soprattutto, il no della Lega. Andare a un nuovo scontro nella maggioranza, con le ipotesi e le contro-ipotesi uscite per più di un mese sarebbe mortale per le sorti del governo.

Sia Berlusconi che Tremonti stanno cercando di convincere Bossi a intervenire sulle pensioni. Il premier avrebbe perfino telefonato in mezzo alla riunione di via Bellerio per tentare di strapparne il sì. Ma finora il senatur si è sempre opposto. Dal ministero dell’Economia fanno sapere che è allo studio un innalzamento graduale dell’età pensionabile delle donne dal 2012 e non dal 2016 e di intervenire sulle pensioni di anzianità portando le «quote» a 97 nel 2012, 98 nel 2013 fino ad arrivare con graudalità a 100.

Se il decreto sarà approvato senza fiducia e nella versione attuale, lo scontro si ripeterà pari pari entro la fine dell’anno. Ma il fatto che nel Pdl molti ministri, tra cui Romani, non abbiano escluso il voto di fiducia dimostra che l’ipotesi di un ritocco d’imperio del decreto nonostante il lavoro ordinato e quasi «bipartisan» in commissione non è mai tramontata.

dal manifesto del 6 settembre 2011