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Horror Vacuo

Sal – Conversazione con Salvatore Ruocco

da L'intervallo

Salvatore Ruocco, L’intervallo (2012)

“I sogni a volte mi facevano volare come un missile, che brucia nel tragitto e ricade in una pioggia di scintille colorate, come i fuochi d’artificio di quando ero bambino, oppure i bagliori di quella boxe, che mi faceva avere meno paura…”.
Nel fraseggio senza confini di Salvatore Ruocco si nasconde tutta la potenza di un uomo che più che interpretare ruoli, li rende carne. Metamorfosi di un vero combattente. Un manifesto dalla testa ai piedi, scritto “quando sputavo sangue durante i match clandestini. Ho trovato il coraggio di leggere queste parole solo quando sono diventato attore”.

Cresciuto a Miano (“il quartiere più malfamato di Napoli, più pericoloso di Secondigliano e Scampìa, perché al centro del fuoco”), Salvatore (Sal) sette anni fa era nell’attesa di conoscere il suo destino; oggi, ogni suo film da interprete (da Là-bas di Guido Lombardi a Napoli Napoli Napoli di Abel Ferrara, da Gomorra di Matteo Garrone a L’intervallo di Leonardo Di Costanzo) è un’autentica benedizione e tocca festival internazionali come il Festival des Films du Monde de Montréal. Poi ci sono la Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia e i riconoscimenti per “Ciro”, cortometreggio di Sergio Panariello, ambientato a Scampìa, che ha vinto il Premio speciale della giuria ai Nastri d’Argento 2013. Verità, umiltà, coraggio regnano in Salvatore.

Ho grande passione per la boxe e i pugili. Mi sono sempre sembrati degli angeli, dei protettori. Che sapore ha il tuo sangue?
E’ dolce, ma durante i match io lo facevo diventare amaro.
Ho tatuato Ali sulla spalla: rappresenta la pace, la serenità, l’essere forti sul ring e non. Il mio sogno era quello di vincere qualcosa di importante, ma non ce l’ho fatta. La mia vera boxe è diventata la strada con gli incontri clandestini.

Poi la svolta: il cinema.
Sì, un mattino, proprio mentre tornavo a casa dopo un incontro dal quale uscivo ridotto male: il corpo aveva vinto, ma la mia anima aveva perso. Quel giorno mi sono imbattuto in una locandina che proponeva corsi di recitazione a cura di Renato Carpentieri. Ho cominciato a frequentare i laboratori e ho incontrato anche tanti borghesi che provenivano da quartieri ricchi di Napoli. Mi guardavano come se fossi “lo straniero”, non mi accettavano perché ero il solo ad essere di casa, del ghetto. Me ne volevo andare, mi sentivo scomodo. La forza me l’ha data un’insegnante di recitazione e un’ottima attrice, Patrizia De Martino. Mi spronò a continuare.

Tant’è vero che ora tu porti pace, e bene, alle opere che tocchi.
Così dicono. In questo momento Il ragioniere della mafia di Federico Rizzo è a Montréal. Sarà in distribuzione nelle sale cinematografiche, dal prossimo 3 settembre. Recito, da non protagonista, accanto agli attori Lorenzo Flaherty, Nando Irene, Ernesto Mayeux e Ciro Petrone. In attesa che sia selezionato da qualche festival, a Natale dovrebbe uscire Take five di Guido Lombardi, con cui ho già lavorato per Là-bas. Con Guido è sempre un lavoro intenso, psicologico. Da metodo Stanislavkij. Lo considero un fratello. Per Take five ho perso 7 chili e mi sono rasato a zero.

In Gomorra hai due scene importanti. Che ricordo hai di Matteo Garrone?
Un maestro. Siamo anche amici, e il suo modo di fare cinema è immenso.

E di Leonardo Di Costanzo (L’intervallo)?
Leonardo è Leonardo. Io sapevo che L’intervallo avrebbe sbancato. I due ragazzini protagonisti sono stati dei grandi, sin dai laboratori che abbiamo fatto in preparazione al film. Il mio è un ruolo piuttosto duro, ma anche stratificato. E’ più difficile interpretare personaggi “cattivi”. Però stanno arrivando anche quelli “buoni”: interpreterò un dottore a Matera per la regia di Amila Aliani, il nonno di Abel Ferrara, un pugile in Take five con un finale che farà rabbrividire…

Quando hai visto le scarpe consumate di Ferrara, che cosa hai pensato?
Sul set sembravamo davvero Totò e Peppino a Milano. C’è stato uno scambio continuo di umanità ed esperienza. Per Abel’s Grandfather, prima di me era stato scelto Riccardo Scamarcio, poi hanno cambiato idea. Quello che giriamo insieme è un docufilm sulla storia del nonno del regista, che è emigrato da Sarno in California. Terra promessa: ha fatto una fortuna con i vitigni.

Ti affascinano di più i personaggi positivi o quelli negativi, ammesso esistano?
Io sono un attore e il personaggio mi deve colpire. Come dico sempre, il mio scopo è studiare, studiare sodo. Con la lingua inglese sono già a buon punto e sogno di lavorare in America, ma non solo. Comunque con umiltà e piedi ben piantati a terra. Mia madre dice che per lei sarò un attore riconosciuto solo quando mi vedrà nel cast di Un posto al sole. Per carità, una trasmissione tv di tutto rispetto, ma non so se mi ci sento tagliato.

Stai scrivendo anche qualcosa di tuo?
Un giorno vorrei fare un film ispirato alla mia vita. Non per narcisismo. Solo per dare forza a quelli che si trovano nello stato in come mi trovavo io.

Parteciperà anche il tuo gatto-tigre?
Certo, William. William Shakespeare, si chiama. E’ con me da 5 anni.

Hai già un titolo per il tuo film?
Il sapore del sangue. Sai perché lo vorrei chiamare così? Perché ad ogni incontro di pugilato, mentre i balordi scommettevano sul mio corpo come se fosse carcassa da macello, mi scivolava sempre una goccia di sangue dall’occhio. Non appena scendeva in bocca, io l’assaggiavo e mi accorgevo che non era sudore. Prendevo coscienza di quello che facevo, del luogo in cui mi trovavo.

Hai preso atto di che cosa sta accadendo nella tua vita?
Quello che succede non piomba mai a caso. Dall’Alto c’è qualcuno.

Sei credente?
In certe cose sì. Quando ero un pugile, vedevo gli angeli danzare sul ring con me, ma per l’ultimo match, quello clandestino, non c’erano più. Scomparsi. Sono stato abbandonato pure da loro, era un segno: dovevo cambiare.

Mi affascina questo tuo dialogo con gli angeli e i diavoli sul ring.
I diavoli avevano scacciato gli angeli. Nella mia vita, sono successe delle cose che raddrizzerebbero i peli di un cavallo.

Il tuo corpo che cosa rappresenta per te?
Rappresenta la forza, il rispetto per me stesso. Non ho mai risposto ad una domanda così…

Porti amuleti o catenine? Qualcosa di sacro al collo?
Porto una coroncina di legno. Se ci fai caso, si vede in ogni film.

Tra i tanti maestri con i quali hai lavorato, qual è l’esperienza teatrale che più ti ha segnato?
K.O. Un progetto teatrale per la regia di Alessandra Cutolo in collaborazione con Carlo Luglio e le musiche di Fabio Gargano. Nella messa in scena ci sono anche frammenti di Giorni felici di Beckett. Sono legato anche a L’opera di periferia di Pasquale De Cristofaro. Vorrei diventare come Toni Servillo, ho lavorato con lui una volta soltanto e mi ha trasmesso un grande entusiasmo. Nel 2010, ero la guardia carceraria malmenata davanti al contabile, Servillo, in Gorbaciof.

Uno dei progetti recenti che più ti ha colpito?
Perpetuo Labile di Giorgio Caruso. E’ un’indagine tra fiction e verità sui malati mentali e i medicinali che somministrano loro.

Che rapporto hai con la droga?
La odio! Ha ucciso tanti giovani. Non ne ho mai fatto uso.

Piangi qualche volta?
Mai.

Non ti credo.
Penso che un giorno, prima o poi, qualcosa mi darà fastidio facendomi uscire delle lacrime.

Quando ti fermerai?
Non mi fermerò mai.

  • Carmen Ronga

    Seguo tutti i tuoi successi. Prima di essere un grande attore molto bravo, sei una persona di cuore. Mi emoziona tanto leggerti su tutti i giornali.
    Complimenti

    Carmen

  • Anita

    Salvatore è veramente bravissimo, ha un talento innato. Complimenti bellissimo articolo.
    Anita De Angelis

  • Mauro Roma

    Quando un attore ė bravo esce fuori non c’è niente da fare.
    Ho visto alcuni lavori di questo ragazzo, mi ha colpito di come riesce ad emozionare, a rendere il personaggio credibile.
    L’odore del successo lo sento. Bravo
    Bellissimo articolo,

    Mauro Roma

  • Alessandra

    Porta Napoli nel mondo Ruocco Toro Scatenato. Tu sei un talento con gli occhi di Napoli.
    Ale

  • Giulio

    Bella intervista. Una storia emozionante.

    G