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Roma Horror Picture Show

Un nuovo slogan è entrato nel vocabolario del rancore della destra romana. A sentire i neofascisti de noantri, il vero problema delle periferie cittadine non sarebbero la precarietà lavorativa, gli sfratti e i servizi al collasso, ma la “sostituzione etnica”. Un vaneggiamento che mette d’accordo tutti, da Giorgia Meloni a Casapound, passando per il cartello neofascista Roma ai Romani o Noi con Salvini, che da qualche settimana sta facendo il tour dei quartieri più problematici: Magliana, Trullo, Tor Sapienza. Agitano lo spettro dell’invasione che priverebbe gli inquilini delle case popolari dei loro sacrosanti diritti di sangue. Un triste paradosso, quello di Roma ai Romani, che rimuove le variegate identità dei sedicenti autoctoni, assai probabilmente figli e nipoti di abruzzesi, calabresi, ciociari.

Un paradosso che però sta avendo non poca visibilità, grazie a sporadiche quanto mediatizzate sortite per difendere questo o quell’inquilino a rischio di sfratto per l’assegnazione della propria casa (per lo più occupata senza titolo, ma questo a noi davvero poco interessa, in una città che ha ormai abbandonato qualsiasi politica abitativa degna di questo nome) a famiglie straniere. Il tutto si inserisce in un contesto nazionale dove lo slogan “Prima gli italiani” ormai è diventato un po’ il patrimonio di tutta la destra nazionale e a livello territoriali si passa allegramente dal “prima i romani” al “prima i veneti” quindi ovunque è contrapposizione tra “autoctoni e stranieri” agitata in maniera scellerata dai Salvini di turno; quest’ultimo arrivato a dichiarare “ci vuole una pulizia di massa via per via, quariere per quartiere, e con le maniere forti se occorre” mentre nel frattempo il governatore del Veneto, Zaia, si inventava una legge per cui dagli asili vengono quasi automaticamente esclusi i figli dei migranti visto che per accedervi ci vogliono almeno 15 anni di residenza.

Ma esiste davvero un problema di “sostituzione etnica”? Le cifre ci vengono in aiuto per smontare questa narrazione a dir poco tossica: secondo i dati Istat, a Roma al 1 gennaio 2016 erano residenti 365.181 stranieri. Il 12,7% della popolazione complessiva. Sicuramente una percentuale rilevante, ma se ci fermiamo un attimo a ragionare che in questa percentuale sono inclusi davvero tutti gli stranieri, nati negli Stati Uniti come nelle Filippine, in Romania come in Svizzera, residenti in periferia come a Trastevere e Prati, ci sembra difficile immaginare orde pronte a scalzare l’uomo bianco e cattolico (sì sì, il paradosso è voluto e se ridete fate bene) dal suo regno. E qualora questa fosse una prospettiva realistica, sarebbe necessariamente un male per la città?

I problemi, al solito sono altri e purtroppo annosi: mobilità pubblica al collasso, servizi educativi che somigliano a una lotteria, patrimonio abitativo pubblico svenduto o lasciato volutamente degradare. Parlare di “sostituzione etnica”, in un paese che, per dirne una, con i contributi previdenziali dei migranti ci paga le pensioni, sembrerebbe quasi più un buon auspicio più che una minaccia. Ma allora, perché nelle ultime settimane abbiamo assistito ad almeno due casi di conflitto innescato da assegnazioni di casa popolare in alloggi già abitati da autoctoni, conflitto prontamente cavalcato dai neofascisti?

Premesso che due casi di sfratto “etnico” non fanno statistica, in una città con decine di migliaia di senza casa e sfratti a grappoli ogni santo giorno, questa è davvero una bella domanda, alla quale la risposta la dovrebbe dare il Comune. Il sindacato degli inquilini Asia, ad esempio, da tempo denuncia che nell’ufficio predisposto alle assegnazioni sembrerebbero spadroneggiare soggetti vicini all’estrema destra. Assist ben studiati, dunque, il cui obiettivo è abbastanza chiaro: fomentare una guerra attraverso episodi che messi uno in fila all’altro offrono una bella ribalta a organizzazioni altrimenti condannate all’anonimato o alla marginalizzazione negli storici ghetti neonazisti della città.

In un libro da poco tradotto in Italia sul razzismo negli USA, lo scrittore afroamericano Ta Nehisi Coates racconta come negli anni Cinquanta chi cercava di ristabilire la segregazione non si presentava necessariamente con il cappuccio bianco del Ku klux klan, ma magari come un cittadino “onesto e devoto”. “Non è mai esistita un’età dell’oro” continua Coates “in cui i malvagi facevano il loro mestiere sbandierandolo ai quattro venti come tale”.

Che fascisti di lungo corso come Giorgia Meloni, Matteo Salvini o Simone Di Stefano cerchino di raccogliere consenso mascherando la xenofobia per “buon senso”, nascondendo sotto lo slogan della sostituzione etnica il loro morboso desiderio di visibilità e consenso a tutti i costi, richiama questa triste ovvietà.<