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Roma contro Parigi: «Senza la Nato voliamo da soli»

«O si fa con la Nato oppure voliamo da soli». Frattini attacca il napoleone Sarkozy e annuncia che  senza un accordo per il passaggio alla Nato del controllo delle operazioni in Libia l’Italia potrebbe istituire «un proprio comando nazionale separato».

E’ tarda sera quando la Farnesina alza ancora la posta nel duro scontro politico e diplomatico in atto tra Roma e Parigi. Il ministro degli Esteri Franco Frattini – a Bruxelles per il consiglio straordinario con i colleghi europei – si muove su un doppio binario molto delicato.

Su quello militare fa capire che l’Italia fa sul serio ma sembra un po’ Nanni Moretti quando si porta via il pallone: niente Nato, niente basi agli alleati. Su quello diplomatico invece la Farnesina si candida timidamente a un ruolo di mediazione insieme a Ue, Onu, Lega araba e Unione africana per «promuovere un dialogo nazionale di riconciliazione in Libia». Posizioni note ma finora completamente oscurate dalle bombe.

Per il governo italiano la terza giornata della guerra in Libia è una serie di difficoltà, divisioni e umiliazione internazionale come poche nella storia recente.

Il portavoce del ministro della Difesa francese gela le attese italiane: «Per il momento la Nato non ha alcun ruolo in questa vicenda». Al massimo potrà dare «un sostegno» nei prossimi giorni. Sottotraccia ma non tanto c’è il nodo della sede di comando. Francia e Usa insistono per Ramstein, in Germania, dove finora si pianificano gli obiettivi al comando del generale Usa Ham. L’Italia insiste invece per lo spostamento a Capodichino. Frattini è ottimista e spera in una decisione entro domani: «C’è un consenso crescente» tra i partner.

A Bruxelles però le discussioni sono in un pantano. La Turchia ha bloccato i piani per la no fly-zone e chiesto paletti molto precisi per un intervento dell’Alleanza in Libia, anche se il premier turco Erdogan non ha nascosto una chiara irritazione per il protagonismo francese.

Per ora gli aerei italiani volano sulla Libia senza un coinvolgimento bellico apparente. Ma ogni momento che passa aggiunge confusione su confusione. Un caos che monta perfino al vertice dell’esecutivo, con ministri che criticano altri ministri e con una serie di mosse contraddittorie che rendono solo più difficile comprendere – se c’è – quale sia la strategia.

Oltre alle difficoltà diplomatiche, per Berlusconi si è aperto anche il «fronte interno» con la sua maggioranza. Domani pomeriggio, alla camera, era previsto da tempo un voto sulla crisi libica su 5 mozioni scritte prima della risoluzione Onu. Una cacofonia di voci e accenti diversi: quelle di Lega e Fli puntano solo e soltanto sul controllo dell’immigrazione; mentre i testi di Api, Udc, Idv e Pd chiedono al governo di sospendere immediatamente il «trattato di amicizia» con Tripoli. Manca, curiosamente, quella del partito di maggioranza relativa, cioè il Pdl.

Ieri il volo Milano-Roma è stata la sede per un vertice lampo tra La Russa e Berlusconi da un lato con Bossi e i ministri leghisti dall’altro. Il risultato è una tregua, perché il successivo consiglio dei ministri è stato poco più di un giro di opinioni sulla questione libica.

Pdl e Lega stanno lavorando alla mozione da presentare a sostegno del governo. Calderoli ha attaccato La Russa anche sui giornali e ha chiarito che sarà il Carroccio a dettare le condizioni: «Presenteremo una risoluzione alla Camera e al Senato con quattro punti irrinunciabili sui quali si dovrà votare. Un documento sul quale ci attendiamo la convergenza del Pdl».

«Il passaggio in aula – avverte il ministro leghista – non è una formalità perché molte cose vanno chiarite». Primo: vanno garantiti gli accordi con la Libia su gas petrolio. Secondo: «assoluto rispetto» della risoluzione Onu, che secondo la Lega impone solo la no-fly zone e non una no-drive zone per le truppe terrestri del colonnello. Gli ultimi due punti riguardano l’immigrazione: la Lega chiede ai paesi europei di «prendersi carico un numero di profughi proporzionale al numero dei propri abitanti» e di assicurarsi che «il blocco navale» sulla Libia sia non solo in entrata (armi o mercenari a Gheddafi) ma anche in uscita, verso l’immigrazione irregolare.

Una politica chiara ma di quasi impossibile attuazione in mezzo ai bombardamenti. Lo stesso Maroni sa che il coinvolgimento concreto dell’Ue è una missione disperata: «E’ una richiesta che facciamo da due anni – ammette – purtroppo senza avere avuto finora una risposta positiva».

Per Berlusconi l’accordo nella maggioranza è un passaggio importante a fini interni ma non solo. Giovedì infatti il premier è atteso al consiglio europeo di Bruxelles e dovrà sedersi al tavolo dell’Ue con una posizione chiara e sostenibile.

Anche perché la crisi libica darà un contraccolpo economico serissimo all’economia italiana. L’Eni ha già annunciato che aumenterà le tariffe ai consumatori. E secondo l’ambasciatore italiano all’Onu Ragaglini, i beni libici già congelati nel nostro paese ammontano a 7 miliardi di euro.

dal manifesto del 22 marzo 2011