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Quinto Stato

Roma Caput Mundi Liberati

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Mauro Pallotta, Hope & Dream, Primavalle, Roma

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Reportage a piedi per Roma, la città delle rovine vecchie e nuove. Come guida Rome. Nome plurale di città,a cura di Giorgio De Finis e Fabio Benincasa (Bordeaux edizioni). Sessanta racconti su come il malgoverno è diventato l’unico governo possibile del paese. Ma non tutto è perduto: Roma può diventare la capitale del mondo liberato, Caput Mundi Liberati. Anche il malinconico crede nell’ultima possibilità. 

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Ho preso lo zaino, un paio di scarpe buone. Dal Colosseo sono andato a piedi verso Tor Vergata, quella che doveva essere una città dello sport e oggi è una città di rovine, scheletri e deserto. Concepita dall’Archistar Calatrava e commissionata dal potere del centro-sinistra per definizione, quello veltroniano. Un trinomio inscindibile: politica “progressista”, architettura global, palazzinari. E debito infinito.

Non si piange sulla città delle rovine

Dalla cupezza della città chiusa del centro sono passato al feudalesimo metropolitano delle sue rovine in periferia. Due ore e quaranticinque minuti a buon passo per 13 chilometri. Mi sono fermato, ho parlato fitto, sono stato zitto. Ho rivisto vecchi amici che mi hanno ospitato e dato ristoro. Ho scoperto riti e nuove abitudini. Il passato e il futuro della città sembrano convergere flettendo la linea del tempo verso un comune orizzonte di rovine.

Lungo la Tiburtina mi è parso di sentire i canti e le danze di una “processione apotropaica e liberatoria” contro i “deliri di onnipotenza del “potere mafioso” che governa la Capitale. Mi sono apparse intensità deliranti: quelle del desiderio, della gioia e della solidarietà. Pensieri remoti nella città prigione.

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Questa esperienza di deriva psicogeografica, allucinazione in una città invisibile che assedia la città reale, l’ha raccontata Lorenzo Romito, architetto e tra i protagonisti del gruppo di arte urbana degli Stalker, nel libro collettivo Rome. Nome plurale di città (curato da Giorgio De Finis e Fabio Benincasa, Bordeaux). Sessanta interventi brevi per capire la tonalità emotiva di Roma, ancor prima delle sue grane.

Seicento milioni di euro per uno stadio del nuoto

Realizzato dalla Vanini Lavori, società del gruppo Caltagirone, per i Mondiali di nuoto del 2009, lo stadio del Nuoto non è mai stato finito a Tor Vergata. Duecento milioni di soldi pubblici spesi, a fronte dei 60 del primo annuncio. La stima è che ne servano ancora 400 per terminarla. 600 milioni di euro circa in tutto. Seicento milioni per uno stadio del nuoto.

Nei giorni di sole si vede anche dal Gianicolo, cioè a circa 15 km. La carcassa della vela la vede anche chi arriva a Roma da Nord, sulla Flaminia all’altezza di Colle delle Rose, poco prima della stazione ferroviaria, dove trovarono il corpo di Matteotti trucidato dai sicari di Mussolini. Quest’altra specie di cadavere lunghissimo, impizzato in un punto qualunque del cielo, si vede arrivando dall’A24.

Lo stadio del nuoto potrebbero finirlo facendo pagare una sopratassa sul biglietto d’uscita dall’autostrada.

Lo spettacolo è come il Guggenheim di Bilbao. Ma vuoto, vuotissimo scheletro, dentro. Un’installazione marziana che sorge dal nulla e finisce nel nulla. Potrebbero chiuderla in una teca. Mostrarla tra mille anni.

Opere, Vele di Calatrava nel quartiere Tor Vergata (Roma)

Stadio del nuoto a Tor Vergata (Roma)

Olimpiadi Palazzinare

Lo stadio del nuoto è il nuovo Colosseo. Il prolungamento da Torre Angela della metro C, la costruzione di un villaggio olimpico da 17 mila posti letto, l’ampliamento dell’aeroporto di Fiumicino da 1300 ettari costituiscono il nuovo Foro Romano. I nuovi imperatori vogliono costruire la Nuova Roma rimpinguando il debito cittadino quantificato in 13,6 miliardi di euro e nato a causa delle Olimpiadi precedenti, quelle del 1960.

“L’amministrazione comunale di concerto con il governo presieduto da Romano Prodi lanciò la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2004 – racconta Paolo Berdini, urbanista e prossimo assessore della giunta Raggi a Cinque Stelle – A capo della struttura tecnica che deve elaborare il progetto da presentare al Comitato olimpico internazionale viene nominato Roberto Morassut che da lì a poco avrebbe diretto l’urbanistica romana con Walter Veltroni eletto nel 2001. Questa amministrazione porta in approvazione il più scellerato piano urbanistico che Roma abbia mai conosciuto: si prevedono nuovi insediamenti per oltre 500mila nuovi abitanti di fronte a una città che non cresce più dal 1991 e nel contempo si allentano tutte le regole del governo pubblico del territorio. Chiunque possiede un terreno, dovunque sia ubicato, riesce a ottenere la trasformazione urbanistica perché ciò che più conta agli occhi di questa nuova sinistra è la facilitazione agli investimenti”.

La “scelleratezza” veltroniana ha ravvivato il fascino cadaverico della Roma palazzinara, speculazione vivente del vero potere della terra, durante la campagna elettorale. All’indomani del primo turno, i piddini hanno giocato pesante, sfidando i Cinque Stelle sulle Olimpiadi, i grandi eventi, e la necessità di rifinanziare le esauste casse del capitalismo della cazzuola e del cemento.

Roberto Giachetti, supportato dal Coni di Giovanni Malagò, dal presidente del consiglio Matteo Renzi e dal presidente del comitato olimpico per Roma 2024 Luca Cordero di Montezemolo, ha puntato tutto sull’equazione: il futuro del mattone è il futuro dei cittadini romani. Hanno promesso di completare lo stadio del nuoto, a spese del governo, non della città. Un’oscena celebrazione del sogno veltroniano, considerato unico attrattore di posti di lavoro e mai come volano del debito. Una scommessa che li ha rovinati. Il 67% ha votato Virginia Raggi e, si presume, non vuole le Olimpiadi. L’interpretazione del voto per il sindaco è inequivocabile, anche se dopo l’investitura olimpica del capitano della Roma Francesco Totti i Cinque Stelle si sono mostrati più prudenti. Si farà un referendum.

Come per la vicenda del nuovo stadio della Roma. “L’amministrazione Marino ha blindato il progetto bollandolo come di pubblico interesse e, per garantire equilibrio economico ha autorizzato un aumento di cubature da 240 mila metri quadrati” scrive Ylenia Sina, cronista dei fatti romani nel libro. È lo “gnommero” che i Cinque Stelle dovranno districare. E non è detto che ci riusciranno. Scateneranno l’inferno contro di loro.

Cinesi in bicicletta sulla Prenestina

Ho scelto una nuova traiettoria. Da passeggiatore solitario ho tracciato una linea da Sant’Andrea della Valle, nello slargo che s’incunea in via del teatro Valle sulla quale si affaccia una delle entrate dell’omonimo teatro, fino a oltre via Palmiro Togliatti, in fondo alla via Prenestina, poco prima di una rampa che porta sul raccordo anulare.

L’esperienza è raccontata Giorgio De Finis nel libro quando evoca “gli occupanti del Teatro Valle che per tre anni hanno dato vita a un laboratorio artistico e giuridico senza precedenti nel cuore della città storica, discutendo e praticando quotidianamente i beni comuni. E sognano gli artisti e i militanti che a Metropoliz dopo avere costruito un razzo per andare sulla Luna stanno creando il museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz [il Maam], un museo abitato (e abusivo) che sta facendo concorrenza al Macro e al Maxxi”.

Le ore di cammino sono state due, più venti minuti. Da Porta Maggiore arrivo a viale Giorgio Morandi, pittore amatissimo e raffinato. Dopo c’è Metropoliz, un ex salumificio occupato. Gli occupanti descrivono questo rudere isolato come una nave che salpa, un’astronave nello spazio, un’Utopia oltre Tor Sapienza, quello che è stato l’epicentro di un raid razzista che fece parlare delle “periferie” di Roma alla fine del 2014.

Al mattino, raccontano, si incontrano centinaia di cinesi in bicicletta che lavorano tra un magazzino enorme di merci importate e Piazza Vittorio. Se Paolo Sorrentino avesse davvero avuto una curiosità per la grande bellezza di Roma poteva riprendere una scena che si svolge ogni giorno. In bicicletta, a centinaia, una moltitudine pedala dal raccordo fino all’Esquilino. Suonano i campanelli e vanno al lavoro. Bellissima città misteriosa, senza parole, che nasce e si muove.

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Metropoliz

Rêverie

La natura è un ricordo in una città di rovine. La terra e il cielo sono rovesciati. Roma annega nelle sue arti del raggiro, l’ironia disperata, sapienza millenaria dell’inquisizione. Per chi ci vive non esiste libertà.

Può capitare di coltivare una politica della rêverie: antica pratica dei surrealisti, teorizzata da pittori e attivisti, poi confluita nelle avanguardie artistiche che hanno riscoperto le sue virtù di passeggiata e deriva urbana. L’ho usata con Ilenia Caleo per raccontare nel libro i tre anni dell’occupazione del Teatro Valle. Mi ha sorpreso il riferimento insistito a questa pratica nel libro di De Finis e Benincasa. Può essere il sintomo di una percezione: chi abita a Roma non vuole essere imprigionato nelle identità. Vuole transitare, cambiare.

Roma non va vista dalla periferia, né dal centro. Va vissuta nei punti dove l’una sfuma nell’altro. In una città che non ha centri ed è cresciuta in un’immensa periferia si resta prigionieri nel risentimento di una parte contro l’altra.

La politica della rêverie produce incontri, eventi, conflitto. Si incarna in luoghi dove i confini spariscono: al teatro Valle sparì il centro e confluirono giovani e anziani, partite Iva e dipendenti e disoccupati; a Metropoliz sparisce la periferia e l’occupazione abitativa diventa un museo di arte contemporanea. L’intreccio tra dimensioni apparentemente incompatibili riattiva la vita quotidiana. La città produce luoghi, non si adegua agli spazi.

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Maam, Museo dell’altro e dell’Altrove di Metropoliz

Roma Caput Mundi Liberati

A Roma tutto è chiuso. Una città dove non è più necessario il consenso. Il suo problema è contenere il dissenso. Quando si manifesta appare il camion-idrante che lancia la carica e le bastonate sui poveri. È successo in Campidoglio contro i movimenti della casa. La violenza è annunciata dall’acqua. Non piove dal cielo, viene sparata da un cannone.

Passeggiamo con lo sguardo sghembo. Apriamo traiettorie divergenti nella realtà che non ha destinazione. Camminando si incontra uno strano proletariato urbano. “La maggior parte del suo lavoro è sempre stato temporaneo, insicuro, itinerante e precario – ha scritto il geografo urbano David Harvey – Molto spesso sfonda il confine tra la produzione e la riproduzione. Nuove forme di organizzazione sono assolutamente necessarie per questa forza-lavoro che produce e, cosa ancora più importante, riproduce la città”.

Ci sono i poveri, il ceto medio, i precari, i cittadini. Viviamo come sonnambuli. Per il risveglio bisogna convocarci in luoghi insospettabili. L’effetto sorpresa sconfigge le abitudini, fugge dalla rassegnazione. Nei centri e nelle periferie si mescola il materialismo di una vita povera con l’immaginazione artistica. Disconnettere le abitudini e creare incontri imprevedibili. La città vive quando connette blocchi di desideri con una serie di bisogni.

C’è una malinconica tensione verso l’utopia in questo libro con il titolo al plurale. Malinconica perché chi conosce Roma sa quanto è difficile portare il sole, d’estate e d’inverno, nella città delle rovine. Roma potrebbe essere Caput Mundi Liberatiscrive Giuseppe Allegri pensando alla disperata vitalità di Remo Remotti, poeta e artista. Roma come Capitale del Mondo Liberato.

Il malinconico non rinuncia all’ultima possibilità di essere libero.

***Il focus di OperaViva: Roma in Comune: il lavoro vivo della metropoli