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Ceci n'est pas un blog

Rock the Casbah (e fuori i templari dal mercato)

[Ho chiesto al mio amico Gigi Farrauto, viaggiatore non per caso e conoscitore dei mondi arabi e mediorientali, un contributo riguardo l’utilizzo delle parole suq e casbah in chiave dispregiativa che tanto piace ai media mainstream di casa nostra. Nessuno si offenda se riteniamo l’utilizzo di questi termini in questo modo chiaramente razzisti. Buona lettura.]

Tutte le volte che leggo di suq e casbah come sinonimo di caos, sporcizia e criminalità sono colto da un malessere interiore. Non mi importa di tessere le lodi dei simboli di quel Medioriente che mi ha fatto sempre sognare per il suo immaginario visivo e culturale, fin da quando mi son trovato tra le mani Le Mille e una Notte. Amare o meno questo genere di luoghi non è il punto.

Sinceramente vedo in quel dispregiativo uno dei tanti fallimenti di abbattere i confini, di scardinare l’idea di altro come diverso a tutti i costi, di allentare la paura verso un popolo così vicino ma purtroppo sempre più lontano. Sempre più spaventoso. Ma forse mischio la realtà con l’esperienza personale, in fondo sono solo due parole usate con leggerezza.
Dunque perché indignarsi leggendo frasi come “Basta con gli abusivi, i bivacchi, la sporcizia, il degrado. In poche parole: basta con il suk Termini” (Cecilia Gentile, la Repubblica Roma, 14.1.2016)? Scegliere le parole non è un’azione neutrale, ma spesso lo si fa inconsciamente, e in tale scelta vedo il risultato della frattura che si è creata a colpi di sospetto e diffidenza tra fantomatici “noi” e altrettanto fantomatici “loro”. Come due squadre contrapposte, schierate in uno scontro che vogliono farci credere sia sempre più uno scontro di civiltà. Dunque ben vengano il “suk Termini”, e la stazione “diventata una casbah araba”, se contribuiscono ad alimentare quel vuoto, quella frattura.

Ne “Il manuale del perfetto turista”, Beppe Severgnini descrivendo Praga si sofferma sul fatto che in centro “rapinare i turisti è diventato un impulso irrefrenabile”, e, in un climax da manuale, sostiene che Piazza Venceslao è “oramai è ridotta a un suk arabo con parcheggio” (p.56). Il mio malessere si espande a dismisura. Dubito Severgnini volesse demonizzare il mondo arabo, ma rappresenta la parte dell’Italia che si è assuefatta a questa idea. Il perfetto turista, dunque, abbandona ogni curiosità e associa incuria e decadenza a quello che, svuotato di ogni sovrastruttura, non è nient’altro che un banale mercato. Ma non un mercato qualunque, quello arabo. E pazienza se i mercati si assomiglino un po’ tutti, nel mondo, da Marrakesh a Shanghai, da Hanoi a Dakar passando per Tehran, Bari o Tokyo. Da sempre luoghi votati a un caotico mercanteggiare. Eppure si affonda il colpo sugli arabi, così che a quell’intorno semantico si possano associare – sempre inconsciamente – terroristi e tagliagole, e spostare completamente il focus di qualunque analisi, dal presunto degrado all’origine ‘culturale’ di quel degrado, come se ne fosse la causa scatenante o il massimo riferimento teorico. Sono associazioni involontarie, non ci vedo un complotto anti-islamico, ma ugualmente mi rendono triste perché dimostrano quanto in profondità siano scesi alcuni stereotipi.

Che poi, se proprio vogliamo approfondire l’argomento, ogni suq arabo – diretto discendente del mercato romano, del quale gli arabi hanno preso le caratteristiche – è progettato seguendo una struttura e un’organizzazione molto regolare: la suddivisione degli spazi segue spesso delle regole, il suq si sviluppa a cerchi concentrici attorno a luoghi di potere e di culto. I negozi sono raggruppati per settori merceologici, per evitare di mischiare la vendita di cibo con altre mercanzie, per ragioni sanitarie ma anche per un controllo sociale dei prezzi. Molti dei suq arabi oggi sono persino Patrimonio dell’Umanità. Mi viene in mente quello di Aleppo. Uno dei più estesi e straordinari al mondo, di millenaria storia, un vero ponte tra Oriente e Occidente, una tappa fondamentale sulla Via della Seta. E la sua recente distruzione, nel 2012, è stata una perdita enorme per l’umanità, dolorosa, irrecuperabile.
E la casbah? Ciò che viene continuamente associato al suq c’entra poco con i mercati, è la cosiddetta cittadella, una fortezza, che a ben vedere non ha nulla di confusionario o losco (anch’essa derivante dal mondo romano del castrum), ma vale tutto nel grande circo del linguaggio, purché rimandi agli arabi e sia connotato negativamente. Per dare l’idea. E perché gli arabi? Non credo alla base ci sia una vera motivazione ideologica, ma sono loro il nuovo mostro che si nasconde sotto ai nostri letti.

Cambierebbe qualcosa se, invece che suq e casbah, per definire sporcizia e degrado usassimo le parole sporcizia e degrado? E comunque, è davvero importante accanirsi sull’uso di una manciata di parole? Mentre faccio le pulci ai giornalisti per due sfumature, non lontano dalle nostre case il mondo ha smesso di esistere. Oltre i confini c’è solo un immenso e terrificante finimondo. E dal finimondo preferiamo restare alla larga. Dunque è giusto continuare così, meglio rendere quelle popolazioni sempre più lontane e aliene, geograficamente e mentalmente, meglio appiattire ogni complessità, trincerarsi dietro a una presunta idea di identità e affollare le nostre mappe mentali con falsi spauracchi, che strizzano l’occhio a una sorta di invasione barbarica, tanto gridata dalle destre. Meglio restare sulla difensiva, coi tempi che corrono e così tanti terroristi a piede libero per l’Europa. È il punto di arrivo di un processo che dura da trent’anni almeno, durante il quale l’immigrato o il povero è stato demonizzato, reso un nemico, e oggi si è trasformato in un ‘mostro’ che spaventa.

Poco mi importa domandarmi se il perfetto turista severgniniano, o ogni giornalista che fa uso di questa connotazione dispregiativa, un “suq arabo” lo abbia mai visitato davvero o no. Dopo il viaggio di Matteo Salvini in Marocco, e dopo che si è definito “rapito” dal paese nordafricano, ho perso definitivamente la Trebisonda. Quanti di noi, nei nostri weekend a Marrakesh, ci siamo detti incantati da Djema-el-Fnaa, la funambolica piazza del mercato, dall’odore delle spezie del suq e dagli acquisti nelle bancarelle che fanno così tanto esotico… Nella dimensione privata del viaggio tendiamo ad appropriarci dei luoghi, a idolatrarli finché il fascino lo esploriamo, per poi sfogarci nell’etnocentrismo più bieco una volta ritornati a casa, con lo zaino pieno di spezie e il telefono di selfie, dopo quell’insolita esperienza con l’altro. E dunque Salvini si dice innamorato del Marocco, ma i marocchini in Italia, così come tutti gli immigrati o i profughi, andrebbero “buttati in mare”, o “disinfettati”.

Suq e casbah. Sono solo due parole, ma è anche con le parole che si costruisce la convivenza.
Certo, che il futuro dell’Europa fosse l’integrazione ho smesso di sognarlo vedendo le sue frontiere bloccate da una totale assenza di umanità, e donne e uomini presi a calci non solo dalla sorte. Prima di allora pensavo la contaminazione culturale sarebbe stata un processo inevitabile nel nostro continente. Un meccanismo necessario, che arricchisce tutti. Ora ho smesso di pensare alle acque del Mediterraneo come collante tra popoli e culture, in fondo molto più simili e vicini di quanto si pensi. È l’Europa ad assomigliare a una fortezza blindata (lei sì che sta assumendo i tratti di una vera casbah).

Mi ha sempre affascinato sapere quanto “altrove” fosse contenuto nel nostro linguaggio. Le nostre parole contengono tracce del passaggio di idee e persone; segni di convivenza, di mutuo scambio. Mi piace sapere che algebra e divano, tariffa e magazzino derivino dall’arabo, perché sono la memoria linguistica di tutta un’epoca, che seppur passata ci appartiene. Secoli di stratificazione culturale che ha fatto di noi ciò che siamo, ciò che diciamo. Per questo mi fa paura sapere che in futuro le parole suq e casbah diventeranno ufficialmente sinonimi di sporcizia e criminalità (per l’uso che se ne fa comunemente, alla voce casba Treccani già sostiene “Il termine è talora usato per indicare il quartiere malfamato di una città, anche europea”). Ma anche questo sarà un segno del tempo, del nostro tempo e di noi stessi, ciò che lasciamo nel linguaggio alle generazioni future.

Suq e casbah. Sono solo due parole, e per giunta straniere. Perché crucciarsi? Penso a Joe Strummer, in lacrime dopo aver saputo che la frase “Rock the Casbah” era stata scritta da alcuni soldati americani su una bomba destinata all’Iraq durante la Guerra del Golfo. Quella dei Clash era una canzone di pace e convivenza, ma è diventata l’inno dei Marines. Il suo messaggio è stato stravolto per sempre. Ma certo, anche quella era solo una canzone.