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Quinto Stato

La doppia pena di Robert

Robert Ionut Scarlat è nato a Bucarest ventuno anni fa. Vive con la madre Laura a Oggiona con Santo Stefano in provincia di Varese da quando ne ha 9. Dal 4 novembre è agli arresti domiciliari perchè è accusato di avere partecipato agli scontri di Piazza San Giovanni il 15 ottobre scorso.

L’altro ieri la decima sezione del tribunale di Roma lo ha condannato a due anni per lancio di sanpietrini e lesioni gravi a tre agenti. Una condanna non paragonabile a quelle esorbitanti (5 e 4 anni) comminate a Giuseppe Ciurleo (21 anni) e a Lorenzo Giuliani (20 anni), ma ugualmente grave. Il tribunale ha invece accolto la richiesta di sospensione dell’espulsione di Robert dall’Italia.

Robert ha smesso di frequentare nel 2007 la scuola al secondo anno dell’alberghiero e solo di rado ha lavorato stabilmente. Il suo percorso è costellato da una pluralità di «mcjobs». Ad esempio, il volantinaggio. Poi si è iscritto al centro per l’impiego di Gallarate e ha fatto un corso base per la presentazione dei prodotti e servizi ai soci Euroclub – quelli che vendono libri e cd a prezzi scontati. Quando è riuscito a lavorare ha guadagnato 627 euro al mese. Per il resto, si è arrangiato nelle maglie del lavoro informale o al nero. Una situazione che riguarda molti dei giovani che abbiamo incontrato nel corso della manifestazione del 15 ottobre. Alcuni di loro possono essere considerati italiani di origine europea. Janek, per esempio, è nato in Polonia 22 anni fa, lo abbiamo intervistato in via Labicana tra una sigaretta e un’altra, mentre andava in fiamme una caserma dei carabinieri, qualcuno frantumava la statua di una Madonna e un’agenzia di Manpower bruciava.

Janek è arrivato in Italia sei anni fa con i genitori (proprio come Robert), e dice di non avere un lavoro «ufficiale». Nel suo italiano limpido ci disse: «Sono uno senza bandiera, è inutile che la gente protesti. Tanto l’Europa fallirà tra un anno e seguirà il destino della Grecia. Anche in questo paese non resterà niente e noi non avremo niente». Parole che valgono per i ragazzi nati in Polonia, o in Romania, come per i loro coetanei, e non rivelano solo una solitudine incomunicabile, ma l’idea del futuro percepito dai loro stessi genitori, italiani ed europei. La condizione è la stessa.

Laura, la madre di Robert, ha 41 anni. È arrivata in Italia nel 1999, dove da tempo lavorava il suo compagno. Dopo la separazione, è andata ad abitare con suo figlio a Oggiona. Ha lavorato in un bar, poi in un club milanese con la qualifica di «ballerina di primo livello». Oggi pare che collabori in un’officina meccanica nel suo paese o nei dintorni.

Robert era andato in treno da Varese alla manifestazione degli «indignati» vestendo una felpa con i colori giamaicani, il suo stile è quello «peace e reggae». Mingherlino, poco più alto di un metro e sessanta, secondo l’accusa avrebbe realizzato la ciclopica impresa di fratturare i polsi e una gamba a tre poliziotti con calci e pugni, ai quali sono state riconosciute prognosi fino a quaranta giorni.

Poco dopo la notizia del suo arresto, la stampa lombarda si è avventata contro Robert, ricordando la denuncia che ha ricevuto nel 2009 per avere occupato un terreno per un rave insieme ad altre centinaia di ragazzi. Sempre quell’anno è stato arrestato a Gallarate per possesso di sostanze stupefacenti. Nel dicembre 2010 gli è stata sospesa la patente per sei mesi per guida in stato di ubriachezza.

A prima vista Robert sembra essere il capro espiatorio perfetto per istigare la xenofobia, oppure l’inquietudine provocata dai «giovani devianti». In realtà, buona parte del suo vissuto, dal precariato ai rave alla sospensione della patente, non è sconosciuta ad una parte dei suoi coetanei «italiani». Così come la partecipazione al 15 ottobre, al di fuori dei partiti e dei movimenti, è stata una delle novità che da tempo si osservano nelle manifestazioni in Italia. Sta vivendo quella che il grande sociologo algerino Abdemalek Sayad definì la doppia pena: precario e straniero, apolide in patria (l’Italia, quella acquisita) e extra-territoriale in uno Stato (per la legge italiana resta sempre uno “straniero”).E di avere vent’anni.

In attesa dell’appello, la durezza delle condanne inflitte a Robert, e agli altri ragazzi, rischia di seppellire le loro ragioni sotto la coltre della solitudine e dell’invisibilità.


  • Silka

    …e c’è chi questi giovani senza bandiera, che come Robert erano alla manifestazione del 15 ottobre, non ha esitato a definirli “qualunquisti”. Parlo di “certi manifestanti” che a roma invece c’erano andati eccome con tanto di bandiere, e che sono tornati a casa troppo presi dall’entusiasmo dei numeri e dal rammarico degli scontri per vedere “chi” era sceso realmente in strada quel giorno. Sono i nostri padri-pedagoghi e i lori figli diletti. Sono quelli che uno come Robert, che diceva “Sono un ragazzo senza bandiera”, avevano già provveduto a condannarlo. Sono quelli della prima pena, che sommata alle altre due, le porta a tre. Tre pene che hanno un solo nome: emarginazione.