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Street Politics

Rielaborando

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Giuseppe Acconcia

Ormai è passato molto tempo dal terribile giorno in cui il dottorando italiano Giulio Regeni è stato ucciso e torturato al Cairo. La vicenda della sua “collaborazione” con il Manifesto è sempre stata usata in modo ridicolo perché chi scrive un articolo a quattro mani e lo propone ad un giornale non è un collaboratore ma di certo neppure uno sconosciuto. Questo articolo (la cui pubblicazione è stata decisa dalla direzione del giornale) non è mai stato rifiutato, figuriamoci era ottimo come tutta la sua attività di ricerca.

Devo tornare su questo punto perché  ci sono ancora persone che di certo in mala fede o per cattiva informazione pensano che io abbia voluto sfruttare la situazione intervenendo dopo la sua morte. Io non ho mai detto che Giulio Regeni fosse un collaboratore del giornale né che lo conoscessi bene, come potete ascoltare in questo post di Radio popolare. (http://www.radiopopolare.it/2016/02/giulio-regeni-aveva-paura-per-la-sua-incolumita/).

Nel totale silenzio ho ritenuto fondamentale rendere noto cosa Giulio Regeni stesse facendo al Cairo e valorizzare la sua attività di ricerca. Evidentemente c’è stato un tentativo di manipolare le mie parole ma questo non è importante perché da quel momento tutto è cambiato nella rappresentazione della vicenda.

Per questo motivo interverrei esattamente come ho fatto se malauguratamente dovesse verificarsi un caso simile perché il silenzio e la paura vanno rotti con la verità che nessuna persona onesta può temere. (http://www.minimaetmoralia.it/wp/le-ramificazioni-del-caso-regeni/).

Nonostante questo, non credo che esistano responsabilità individuali in questi silenzi ma che tutto ciò sia dovuto ad un clima generale di paura che ha spinto a non rivelare immediatamente la notizia della sua scomparsa (https://www.opendemocracy.net/arab-awakening/giuseppe-acconcia/regeni-victim-of-regime-of-fear). Tuttavia proprio chi ha taciuto fin qui, ha immediatamente avviato una ridicola campagna di discriminazione nei miei confronti (e del giornale) con lo scopo di azzittirmi, spero che questo sia chiaro a tutti.

Infine, in questa fase, ho deciso di non occuparmi del caso soprattutto per non mettere in pericolo la vita di compagni e amici al Cairo che per la maggior parte sono già in prigione. Eppure non smetterò mai di denunciare in ogni occasione le gravi responsabilità del governo egiziano. (http://ilmanifesto.it/regeni-crescono-i-sospetti-sulla-sicurezza-di-stato/).