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Ceci n'est pas un blog

Rieducational Clear Channel

L’altro giorno percorrendo una delle vie principali di una periferia romana noto un cartellone pubblicitario dei Retake Roma. Di loro, delle nuove forme di “attivismo cittadino”, dei loro colleghi milanesi e dell’ideologia del decoro questo blog ha parlato già diverse volte.

Sgomento nel vedermi una pubblicità su un cartellone, uno di quegli orrendi impianti ai margini della strada, vado a ricercare cosa stesse accadendo ai paladini del decoro urbano, a coloro che decidono cosa sia decoroso e cosa no, nella mia città. Trovo che Retake Roma ha annunciato una collaborazione con Clear Channel e leggo “oggi siamo orgogliosi che una grande multinazionale quale Clear Channel, che a Roma investe ogni anno milioni di euro, decida di darci il proprio sostegno”, dichiara il Presidente di Retake Roma, Simone Vellucci. Il CEO di Clear Channel afferma “Clear Channel, presente nella capitale con il più importante patrimonio pubblicitario in Esterna (pensiline attesa bus, paline di fermata, poster di vario formato, stendardi) che gestisce da oltre 30 anni, è consapevole di questa criticità, abbiamo intensificato gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria dei nostri manufatti pubblicitari, ma questi sforzi non sono bastati a contrastare il fenomeno appieno. Per questo l’iniziativa di Retake non poteva che trovarci pienamente d’accordo”. Bene, direi anche mossa astuta per una corporate che solo nel 2014 ha fatturato 6 miliardi di dollari, si chiama “brand washing”, quando una multinazionale attraverso l’adesione di campagne sociali, politiche o umanitarie, cerca di dare una credibilità differente al proprio brand, ed è del tutto legittimo farlo. La collaborazione ovviamente è anche pratica: Clear Channel e Retake Roma, da quanto leggo sempre dalla pagina sociale di RR, operano insieme e si occupano proprio delle pensiline dei bus.

Alla mia domanda, attraverso un social, se fosse etico collaborare con una società che gestisce l’orrenda cartellonistica, invasiva e fastidiosa, mi si risponde che sono legali, che “è giusto distinguere tra cartellonistica abusiva e non. Il messaggio deve arrivare lecitamente” e che “sono tra le poche pubblicità legali negli spazi prefissati. E a noi piacciono assai!“. Mah. Diciamo che abbiamo idee completamente diverse riguardo “il decoro di una città” e che forse, un gruppo di cittadini volontari non dovrebbe accettare collaborazioni con soggetti privati. Soprattutto non dovrebbe mettersi al servizio di un privato. Ma è un mio punto di vista e questa collaborazione tra Retakers e Clear Channel a mio avviso è molto discutibile, soprattutto per chi si erige a paladino del decoro e si dichiara “Movi­mento spon­ta­neo di cit­ta­dini, apar­ti­tico, che pro­muove il decoro urbano, l’orgoglio civico, il volon­ta­riato, l’educazione e l’arte legit­ima”. Oltretutto la stessa Clear Channel nel 2014 aveva fatto ricorso contro il piano regolatore varato dal Comune di Roma riguardo proprio la cartellonistica in città, spesso abusiva, ma al sottoscritto onestamente fa schifo sia il 6×3 legale che quello illegale. Io non so distinguere l’uno dall’altro, per me cambia poco, la trovo orrenda. Per non parlare di quella che ricopre intere facciate, illuminate a giorno, come se fossero enormi vetrine. Del resto, chi ha cuore veramente il bene comune e il cittadino, avvia progetti diversi, come a Grenoble, che puntano allo smantellamento di questo tipo di pubblicità.

Ma le collaborazioni con i privati per Retake Roma non sono una novità. Nelle ripetute interviste in questi giorni parlano anche di Federalberghi e Confcommercio, con questi ultimi si sono resi protagonisti di diverse iniziative di pulizia delle “vie dello shopping”. Ma quindi anche Via Ugo Ojetti, via commerciale del quartiere, è bene comune? Ma bastava scendere di altri 100 metri e si poteva davvero riqualificare uno spazio pubblico, penso al parco al confine tra Via Ugo Ojetti e Via Renato Fucini, che come gli altri parchi romani sono completamente abbandonati all’incuria. Ma no bisogna andare a far bella la via dello shopping. Mah. Perché il punto a mio avviso è proprio questo: la distinzione tra spazio pubblico e privato. E tralascio anche la proposta del portavoce/presidente dei RR che afferma che “per fermare il degrado servono ronde e multe”. Ronde anti-graffitari, ovviamente. Qua stendiamo un velo pietoso visto cosa evocano le ronde e soprattutto riguardo la loro utilità.

A me non interessa, non ora né oggi, se ci sono e quali sono i finanziamenti economici che danno questi soggetti privati ai Retakers. Non insinuo niente perché davvero non mi interessa. Noto però che media e istituzioni accolgono con favore queste iniziative: i primi perché strumentali alla costruzione della loro retorica sull’insicurezza sociale e i secondi perché in questa maniera sopperiscono alle mancanze della propria amministrazione, vantandosi di collaborare con questi volenterosi cittadini che diventano il fiore all’occhiello della società. Penso che tra i volontari ci siano moltissime persone spinte e mosse da un sano pensiero di fare qualcosa per la collettività, per la cittadinanza ma se non si fa il distinguo tra pubblico e privato, qualsiasi tentativo è perdente. Perché dietro “bene comune” ormai si nasconde la peggiore retorica possibile e immaginabile, proprio perché non tutto è comune o un bene. Per me “lo shopping non è bello” né ci trovo nulla di bello nelle vie piene di negozi di abbigliamento o elettronica né sono un bene per la comunità. Sono spazi dedicati al commercio, ma farli passare per degli spazi di condivisione o socialità, bè ce ne vuole. Un parco ripulito è una iniziativa per sto fantomatico “bene comune” ma esiste già chi lo fa, dal basso, e senza usare la stessa retorica dei Retakers riguardo decoro/degrado. E sempre riguardo il rapporto tra cittadini, istituzione e servizi, mentre Marino ha più volte incontrato i vari bloggers antidegrado, esistono realtà, come quella di Tor Pignattara, che non solo hanno cura dei proprio spazi verdi e che tentano un dialogo sulla mobilità del servizio pubblico nel proprio quartiere [leggasi taglio del 105 e del trenino Roma/Giardinetti] senza ricevere risposta da chi di dovere né visibilità dai media. Infine curioso che uno dei quotidiani più impegnati nel promuovere i Retake Roma sia quel Corriere della Sera che attraverso le sue penne migliori quasi quotidianamente attacca “la sinistra bene comunista” quella che vuole ripubblicizzare l’acqua o che si oppone alle privatizzazioni. A parte che benecomunista non so che vuol dire, non è una ideologia, non come quella del decoro, ma una cosa è certa: il Corsera ha capito più di ogni altro la vera essenza del Retake.