closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Quinto Stato

Rider e freelance: due volti del lavoro temporaneo

“E’ strano come le multinazionali siano persone in campagna elettorale, ma le macchine senza volto quando sono tenute a pagare persone reali” – La campagna #FreelanceIsntFree della Freelancers Union

Il mondo grande, e invisibile, del lavoro intermittente attraversa il lavoro autonomo e subordinato. Milioni di persone senza tutele. L’analisi e le proposte dell’associazione dei freelance Acta a partire da salario minimo e equo compenso, “reddito e pensione di cittadinanza”. 

***

Nel dibattito sul lavoro digitale si guarda solo alla zona grigia dove il lavoro dipendente viene derubricato a falso lavoro autonomo. E’ il caso dei rider – i ciclofattorini che portano a casa pranzo e cena coordinati via piattaforma digitale. L’associazione dei freelance Acta invita a guardare al lavoro temporaneo – il “contingent work” lo chiama in inglese – dal punto di vista dei “freelance” – coloro che si collocano volontariamente nel mondo del lavoro autonomo. Entrambe le figure – i rider e i freelance – fanno parte di una trasformazione del lavoro più generale, caratterizzata da flessibilità e frammentarietà, in crescita anche grazie alla diffusione delle nuove tecnologie digitali. Si tratta di lavori molto eterogenei e sarebbe problematico definire regolamentazioni per i rider ed estenderle poi a tutto il lavoro intermediato dalle piattaforme o addirittura a tutto il lavoro autonomo. I rider svolgono attività evidentemente subordinate, in maniera intermittente e volontaria. Sono “autonomi” finché non inforcano la bicicletta e rispondono agli ordini del padrone che si esprime attraverso l’algoritmo.

Per Acta, che ieri ha presentato alla Camera (in una conferenza stampa con Tiziana Ciprini (M5S) una serie di proposte per tutelare un segmento non secondario del lavoro temporaneo – subordinato e autonomo – questa analisi serve a comprendere la nuova forza lavoro che emerge nella battaglia per le tutele sociali e sul lavoro dei riders. Con le opportune contestualizzazioni, vale per il nuovo lavoro autonomo.

Questa posizione è suffragata dai risultati dell’analisi I-WIRE sui lavoratori indipendenti in Italia e in Europa. L’analisi è consigliata a tutti coloro che hanno scoperto nelle ultime settimane l’esistenza dei “rider” e il continente sconosciuto a cui appartengono. Non (solo) il lavoro subordinato negato. Da questo perimetro i lavoratori in bicicletta entrano ed escono. Quando ci sono, e svolgono la prestazione, vanno tutelati come subordinati. Ma, dato che è difficile immaginare che svolgano questa attività per tutta la vita, e con una continuità tale da diventare professionisti del trasporto a domicilio (“Food delivery”), si tratta di capire a quale universo appartengano. Al mondo del lavoro intermittente e temporaneo. Si parla di “lavoro indipendente”, dizione non proprio esatta che allude tuttavia al mondo che vive tra lavoro temporaneo e non lavoro non pagato. Rider e freelance vivono la condizione di ciò che abbiamo definito quinto stato.

Visto dai freelance – realmente autonomi e coscienti di esserlo – significa non avere un reddito stabile, né tutele commisurabili allo standard sul quale è costruito il nostro sistema del lavoro, ormai eroso tanto per chi ha un contratto a tempo indeterminato quanto soprattutto per chi non ce l’ha. Caratteristica comune è l’abbinamento bassi compensi (non contrastati da tariffe minime e in genere non difendibili dalla contrattazione collettiva) e discontinuità del lavoro che si riflette inesorabilmente sui redditi. Per la fascia dei freelance analizzati dalla ricerca si tratta di redditi sotto i 30 mila euro annui.

Compensi alti, se rapportati alla realtà dell’economia dei lavoretti dove, solo da un’attività in bicicletta, si trae non più di 900 euro al mese, quando va molto bene. In media poco meno della metà. E non per tutto l’anno, ma quando si lavora. In questa situazione un evento avverso come una malattia o un periodo di disoccupazione, ma anche un evento lieto come una gravidanza, possono mettere a rischio la capacità di mantenersi. Il tutto perché il nostro sistema di welfare è rimasto ancorato al modello novecentesco in cui la forma normale di lavoro era quello dipendente (e a tempo indeterminato). Figuriamoci cosa accade a una persona che fa il rider – e poi molte altre attività precarie – per raccogliere un reddito. E’ chiaro che, pur avendo un contratto e le tutele minime che ora tutti – a cominciare dal governo – promettono, in caso di avversità sarà difficile che servano a coprire le esigenze. In caso di normalità si tratta comunque di compensi molto bassi.

La proposta di Acta prova a interloquire con alcune idee programmatiche contenute nel “contratto” del nuovo governo, alla luce degli ultimi provvedimenti approvati sul lavoro autonomo da quello Renzi-Gentiloni. Si vuole  garantire la tutela del lavoro autonomo in caso di disoccupazione e nelle situazioni di malattia. Il welfare esistente non garantisce una copertura adeguata (per alcune tipologie di lavoratori autonomi non esiste alcuna indennità). Ma anche la maternità non è davvero garantita, essa è esclusa per chi ha appena iniziato a lavorare o ha appena lasciato un lavoro dipendente o per chi ha più lavori che afferiscono a casse diverse o infine per chi ha un reddito molto basso.

La proposta di «reddito di cittadinanza» – almeno quel modello di workfare neoliberale teso ad attivare poveri, precari e disoccupati verso un lavoro “subordinato” che molto probabilmente sarà un “lavoretto” – esclude al momento i lavoratori autonomi e tutti gli esclusi dal sistema di welfare attuale nelle situazioni di disoccupazione, malattia grave e maternità. Occorrerebbe fare un ragionamento completamente diverso dove il reddito è un sostegno incondizionato, indipendente dal fatto che si lavori o meno, coordinato con un sistema di welfare realmente universale.

Acta chiede la riduzione delle disparità tra lavoratori e tra generazioni attraverso l’eliminazione della distinzione tra autonomi e dipendenti nella definizione della no tax area (attualmente pari a 4800 euro per gli autonomi, contro gli 8000 dei dipendenti), e nell’accesso alla formazione: l’assegno di ricollocazione è riservato ai soli dipendenti e raramente gli autonomi possono accedere alla formazione continua gratuita, anche quando è finanziata dalla comunità europea.

Proposte generali: potenziare il welfare familiare (più nidi e altri servizi alle famiglie), a vantaggio di tutti i cittadini, e ridurre gli incentivi pubblici (e come tali pagati da tutti) al welfare aziendale, che vanno a stimolare la pioggia sul bagnato, ad avvantaggiare i lavoratori dipendenti già tutelati dal welfare pubblico.

Sul fronte della pensione sarà presto sempre più evidente la disparità tra chi ricade in un regime prevalentemente retributivo e chi invece afferisce al sistema contributivo puro, tra cui soprattutto i giovani, sfavoriti anche da carriere lavorative tardive e discontinue. Per prevenire un futuro di pensionati molto poveri occorre stimolare e valorizzare l’investimento pensionistico. Si parla di “pensione di cittadinanza” nel “contratto”. L’idea sembra quella di farlo per tutti. Come? Togliere il vincolo che impedisce il pensionamento se non si è maturata una pensione pari ad almeno una volta e mezza l’importo dell’assegno sociale; consentire il riscatto degli anni lavorati prima del 1995, quando ancora non esisteva la gestione separata e i periodi di discontinuità per non lavoro; computare tutti gli anni lavorati, anche quando il versamento contributivo è stato inferiore al minimale, ai fini del raggiungimento della soglia del numero di anni necessario per il pensionamento.

Capitolo presente anche nelle confuse discussioni su come normare i rider è l’introduzione di un salario legale minimo orario contro il lavoro gratuito l’abbandono dello stage extra curriculare. Per il lavoro autonomo si torna a chiedere un vero provvedimento sull’equo compenso approvato alla fine del 2017. Acta sostiene che a dare l’esempio sia la Pubblica Amministrazione: deve stabilirlo per prima e controllare la catena di subfornitura per verificare che i compensi siano rispettati anche da parte dei committenti.