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Reuters chiude Next e licenzia

Reuters Next, il futuro portale molto social e molto news della “più grande agenzia di informazione del mondo” doveva ridisegnare il giornalismo e avvicinare le redazioni al proprio pubblico, offrendo notizie senza gerarchie in un “fiume” che scorre insieme agli interessi degli utenti. Ne avevamo parlato anche nel numero del Diplò di maggio. Bene, cioè male, è tutto finito.

Il 19 settembre scorso, con una email a tutti i dipendenti, il nuovo direttore delle news di Thomson Reuters Andrew Rashbass, dopo quattro mesi dal suo arrivo all’agenzia britannica, ha chiuso definitivamente il progetto, durato oltre due anni e costato diversi milioni di dollari (5 milioni, specula il New York Post). “L’attuale sito – ha scritto Rashbass – è più che adatto ai bisogni degli utenti e Next non era un modello commerciale sostenibile”. Giusto, come sanno tutti gli editori del mondo, di troppo digitale si può facilmente morire. Lo ha dimostrato una volta per tutte il Daily di Rupert Murdoch, il quotidiano nato per iPad progettato insieme a Apple e chiuso in meno di due anni perché nonostante 100.000 abbonati paganti perdeva 30 milioni di dollari l’anno.

Eppure il salto nel passato di Reuters lascia a bocca aperta. Il sito web attuale è poco più del solito deposito digitale di storie e foto già scritte per i feed di agenzia con pochi tocchi brillanti per attirare più che lettori nuovi “clienti”: nessun coinvolgimento di chi legge, nessun aggiornamento in tempo reale. Con la virata verso un portale aperto ai semplici utenti, il cda della società temeva di perdere i profitti dei lucrosi abbonamenti all’agenzia stipulati da giornali, banche e tv di tutto il mondo. Sarà per questo che per Rashbass “l’automazione è una virtù, non un vizio” e che pochi giorni fa Reuters ha dato il via al licenziamento del 5% dei suoi 2.000 giornalisti in tutto il mondo.

Di fatto, l’agenzia riparte da zero e sul Web torna a due anni fa. Tutti i creativi e i giornalisti di livello mondiale coinvolti dal progetto, a cominciare da Chrystia Freeland,Paul Smalera, Jim Roberts e Daniele Codega, sono stati licenziati o sono sull’uscio. La loro domanda rimane lì: se un’impresa ha 2mila giornalisti in tutto il mondo e produce una montagna di notizie di ottima qualità, perché dovrebbe aver bisogno di “intermediari” come siti web, giornali e tv per incontrare lettori? E’ il dubbio atavico di ogni agenzia di stampa: insistere nel pericolante ma sicuro modello business-to-business attuale o virare verso l’ignoto diventando anche un editore in proprio? Il classico dilemma degli innovatori, che nei giornali si risolve nel rapporto difficilissimo tra carta (a pagamento) e web (gratis).

Chiudere Next potrà sembrare sensato dal punto di vista commerciale, in fondo gli abbonamenti all’agenzia sono ancora il vero business di Reuters, ma è sicuramente un danno per l’industria dell’informazione, visto che il progetto aveva attirato l’attenzione di tutto il mondo e poteva ridisegnare completamente il concetto di agenzia di stampa con un modello di innovazione paragonabile a quello scelto dal New York Times per la carta stampata in lingua inglese.