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Haka!

Retorica e deja vu

Le statistiche di Francia-Italia premierebbero gli azzurri: 100 per cento nelle touches e nelle mischie ordinate, 58 per cento di possesso palla, 61 per cento del tempo nella metà campo avversaria. Poi però c’è il risultato finale: 30-10 per la Francia, tre mete a zero. In questi casi i commenti consolatori si aggrappano a due-concetti-due: “un cuore grande così” e “grinta e carattere”. Ma è uno sconsolante deja vu. Peggio: si scivola nella peggior retorica.

Dalle sue origini a oggi il rugby non può fare a meno del carattere, dell’orgoglio, della grinta. Senza queste qualità non c’è scampo. Peccato che non sia sufficiente. Il rugby, e tanto più il rugby di élite, necessita anche di tecnica, concentrazione, padronanza dei fondamentali. Inoltre è uno sport crudo e spietato e gli errori si pagano. Ieri gli azzurri hanno messo a segno i primi punti al 28’ del primo tempo, con un calcio piazzato di Tommaso Allan, dopo averne sbagliati altri due (12’ e 22’) dalla lunga (molto lunga) distanza con Gonzalo Garcia. Sul 3-3 avrebbero potuto portarsi avanti (31’) ma ancora Allan ha sbagliato un calcio non facile ma facilissimo. Dal 28’ al 76’, e dunque per quarantotto minuti filati, gli azzurri non hanno più fatto un punto. Nel frattempo la Francia, che pure aveva assai patito le touches, le mischie e la nostra difesa, aveva messo dentro due calci piazzati e tre mete con relative trasformazioni; e trovandosi avanti di 27 punti aveva pensato bene di rifiatare un po’, limitandosi ad amministrare il gioco e contenere le (confuse) sfuriate italiane, sfruttandone eventuali errori. Dicono che non si dovrebbe mai mollare la presa, ma a volte capita che un po’ di pragmatismo dia buoni frutti.

Le tre mete francesi sono arrivate nei primi dieci minuti del secondo tempo. Frutto di disattenzione (Picamoles), placcaggi mancati (Fofana) e un balordo intercetto (Bonneval). Se è possibile individuare i momenti in cui le sorti del match si sono decise, non si può fare a meno di guardare a quegli errori dalla piazzola nel primo tempo e al rientro in campo dopo l’intervallo, quando l’Italia era sotto di soli 6 punti (9-3).  E dunque non si può tirare in ballo il “cuore” o il “carattere” ma semmai la padronanza dei fondamentali e la concentrazione. Se Tomaso Allan – che è giovane e ha davanti a sé il modo e i tempo per migliorare –  sbaglia la metà dei piazzati a disposizione, questo è dovuto a una carenza tecnica (e forse anche caratteriale). Se si ritorna in campo dopo l’intervallo senza la necessaria concentrazione e si beccano subito tre mete che nella prima metà non si sarebbero mai prese, questo è un problema mentale che riguarda la capacità di non abbassare la guardia. La stanchezza ha certamente il suo peso ma una settimana fa a Cardiff gli azzurri erano tornati in campo con la bava alla bocca, ieri invece no.

E’ la solita storia: bisogna riuscire a giocare bene, al massimo delle proprie capacità, almeno quattro dei cinque match del torneo. Finora non è mai riuscito. Il bacino a cui può attingere Jacques Brunel è abbastanza limitato: due franchigie più i campioni che sono andati a giocare nel ricco campionato francese, quando le altre nazioni (con l’esclusione della Scozia, e infatti si vede) hanno un minimo di quattro franchigie (Irlanda e Galles) o due campionati di altissimo livello (Francia e Inghilterra). Puntare come Brunel ha fatto sui giovani e aumentare la concorrenza nel gruppo è indispensabile: mai negli anni passati avevamo visto come ora tante energie fresche, soprattutto nella trequarti; sono giocatori a volte acerbi ma che stanno migliorando partita dopo partita. Furno, Minto, Campagnaro, Sarto, Allan sono il futuro del rugby azzurro, ma il loro cammino richiede ancora molto lavoro. L’importante è non accontentarsi di cuore e grinta.

  • Alessandro Cini

    D’accordo su tutta la linea.