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L'urto del pensiero

Restare Donne

DONNE

Isteriche, instabili, inaffidabili, emotive, uterine, anti-sociali, ferine. Puttane!

La lista secolare del pregiudizio misogino è lunga e sembra scritta sulla parete eterna dell’umanità per rimarcare l’inferiorità dell’essere femminile. Inferiorità inemendabile e irrecuperabile, tanto da giustificare e anzi rendere opportuna e persino necessaria la sottomissione al maschio. Quest’ultimo stabile, coerente, affidabile. Razionale!

IL PIU’ ANTICO PREGIUDIZIO

Quello contro la donna si rivela come il più antico, radicato e diffuso pregiudizio che la storia umana è stata in grado di produrre. Tetragono agli urti del tempo e perfettamente in grado di trasformarsi per poter resistere a ogni forma di sana resipiscenza. Anche oggi che quasi nessuno ha più il coraggio (e il buon senso) di esplicitare quei pensieri sulle donne (e molto spesso sono le donne stesse), bisogna sapere che il pregiudizio misogino esiste e lavora nell’oscurità dell’animo di ognuno di noi. Essendosi trasformato in abito mentale e quindi, come ben sapeva il filosofo americano Peirce, in credenza non espressa ma perfettamente in grado di esercitare il suo influsso notevole e palese sui comportamenti concreti.

Il pregiudizio più antico ma anche il più diffuso. Che fossero atei o credenti, progressisti o conservatori, rivoluzionari o reazionari, scienziati o pensatori, tutti i più grandi artefici della cultura occidentale si sono ritrovati e spalleggiati nella condanna e mortificazione dell’essere femminile.

Inadeguata a ricoprire qualunque ruolo che non fosse quello di occuparsi della casa e allevare figli, la donna si è vista sbarrata per secoli ogni strada che potesse condurla a qualunque altra attività che non fosse quella di essere ausiliare (una costola) alla creatura principale, al «primo sesso»: il maschio.

Da studioso di filosofia ho spesso provato a immaginare la delusione profonda, il senso di scoramento, perfino l’angoscia che potrebbe (e dovrebbe) provare una giovane studentessa, appassionata di questa materia, che si avvicinasse alla lettura dei grandi classici.

Scoprirebbe che Pitagora, Platone, Aristotele, Sant’Agostino, San Tommaso, Marsilio da Padova, Bacone, Montaigne, Locke, Kant, Hegel, il perfido Nietzsche («Se vai da una donna non dimenticare la frusta»)…Tutti, tutti perfettamente concordi, e con argomenti sorprendentemente confluenti, nel confermare lo statuto di essere miserevole, disgraziato, inferiore che sarebbe la donna.

Nello studio per la stesura del libro a cui sto lavorando, dedicato proprio a questo argomento, avrei poi scoperto che Christine de Pizan, scrittrice e poetessa italo-francese che scriveva a cavallo tra il 1300 e il 1400, iniziava il suo libro («La città delle dame») proprio con lo sgomento e la profonda angoscia provate dalla giovanissima protagonista Cristina. Appassionata di filosofia e profondamente turbata dalla scoperta che i suoi amati classici erano tutti concordi nel rimarcare con argomenti duri e violenti l’inferiorità e la necessaria sottomissione della donna.

L’ORIGINE DI TUTTE LE DISGRAZIE

Del resto, ad essa è stato attribuito un ruolo disgraziato e nefasto fin dalla nascita del mondo. Basta leggere Esiodo per sapere che Zeus aveva creato la donna, personificata da Pandora, per punire gli uomini in seguito al furto di Prometeo. Pandora era fornita di un vaso contenente tutte quelle disgrazie e pene di cui l’umanità era stata dispensata fino a quel momento. Postina o ambasciatrice di morte, malattie, fatiche immani, dolori, sconfitte, Pandora finì con l’essere identificata con la donna in genere. Origine e causa di ogni male!

Stessa situazione presentata dalla Bibbia. Dio non aveva previsto la morte e quella valle di lacrime che è la vita terrena per l’uomo. Questo poteva esistere beato nel giardino celeste senza la minima preoccupazione.

Sennonché ci ha pensato Eva, stupida e curiosa, a cadere nel tranello del serpente e convincere pure quel malleabile di Adamo a contravvenire agli ordini divini.

Tutti i grandi teologi si sono trovati concordi nell’attribuire alla capostipite delle donne la colpa di quel terribile atto da cui, peraltro, sarebbe originata questa vita terrena magnifica ma segnata dal peccato, e quindi dalla sofferenza, dalla pena e infine da quell’«ultimo nemico» (San Paolo) che è la morte.

L’unico teologo che la «difese», attribuendo la colpa ad Adamo, lo fece con l’argomentazione secondo cui a ella non poteva essere riconosciuta alcuna colpa, perché troppo stupida e ingenua. Adamo, da uomo, avrebbe dovuto prendere in mano la situazione e respingere il diavolo tentatore. Eva non aveva gli strumenti neppure per questo.

Proprio per sfuggire ai diavoli che si attaccano ai capelli, veniva imposto alle donne di coprirseli con un velo quando si avventuravano nello spazio pubblico. Una pratica che, udite udite, era in vigore nell’Atene democratica ma non, negli stessi tempi, in Persia o Siria, tanto per smentire uno dei molti luoghi comuni sulle origini delle libertà «occidentali».

Né da tutto questo, ovviamente, può essere esclusa la scienza, se per esempio pensiamo che il volgare pregiudizio diffuso contro le donne che non hanno rapporti sessuali da molto tempo («isteriche»), non nasce dal senso comune popolare ma fu argomentato attraverso complesse analisi biologiche nientemeno che da Ippocrate, medico antico su cui ancora oggi giurano tutti coloro che intendono esercitare la professione.

Curare i mali del corpo, evidentemente, non comporta in maniera automatica la facoltà di riuscire a risolvere anche quelli della mente e del pregiudizio.

RESTATE UMANE: RESTATE DONNE

Mi fermo qui. Una ricostruzione del pregiudizio misogino che tenti di essere esaustiva e completa, per di più in forma critica e non compilativa, richiederebbe ben più del libro che sto ultimando. Figuriamoci se può essere esaurita nello spazio di un articolo.

In questa sede mi premeva soltanto rimarcare il secolare potere esercitato da questo sordido pregiudizio contro la donna.

Il più antico, radicato, resistente che la storia umana ha conosciuto nella sua lunga e controversa vicenda. Al punto da convincere per prime molte donne stesse, spesso le più zelanti e severe nel formulare un giudizio di condanna verso le proprie simili, o anche solo semplicemente nel ritenere (e nell’affermare senza problemi), che come medico, avvocato, presidente del consiglio o anche solo autista di un autobus preferiscono un uomo e si sentono più sicure con lui.

Si tratta di un ben preciso fenomeno chiamato «autofobia», che colpisce proprio i componenti di quei gruppi sociali più colpiti e mortificati, privati a tal punto di ogni minima speranza di emancipazione e realizzazione del sé da rinnegare la propria appartenenza, così da (illudersi di) poter provare ad essere accolti e riconosciuti nel gruppo di chi comanda ed elargisce le stigmate del bene e del male.

Rinvio al libro le considerazioni più ampie e articolate. Ma in tale direzione, nello spazio limitato di questo mio blog e in questo giorno di controversa celebrazione della donna, mi sento di auspicare per loro (e quindi per noi tutti!) una reazione contro il pregiudizio e un’affermazione della propria libertà e dignità non in direzione dell’«autofobia», bensì dell’orgoglio e della valorizzazione dell’essere donna in quanto differente e irriducibile.

Negare lo statuto biologico preciso che configura un individuo come donna, infatti, prefigurando perfino scenari «post-umani» in cui gli individui saranno tutti asessuati (né uomo né donna, bensì un sesso “terzo” che non è né l’una né l’altra cosa), come da proposte di un certo femminismo radicale, non soltanto si rivela un’operazione assurda e sterile (inaccettabile per la maggior parte delle donne stesse), ma finisce col rappresentare il più grande compimento dell’opera portata avanti dal pregiudizio misogino: l’eliminazione della donna in quanto tale.

Si tratterebbe, in fondo, della reazione autofobica per eccellenza, che paradossalmente fornisce l’impressione di accettare tutte le condanne maschiliste tanto da arrivare a proporre il suicidio della donna e l’evaporazione della specificità femminile verso tipologie umane in cui di femminile non resta più nulla.

«Donne si diventa», scriveva Simone de Beauvoir, proprio per sfuggire ai tentativi della società patriarcale di imbrigliare l’essere femminile all’interno di una rigida identità naturale, che ovviamente la confinava in un ruolo di subordinazione e complemento rispetto all’essere «assoluto», il maschio.

Le conquiste che sono state ottenute dalle donne confermano l’importanza di quella frase, il ruolo cruciale giocato anche dalla cultura e dall’educazione nell’impedire forme di discriminazione odiose e inaccettabili.

Ma dimenticare il dato naturale, rinunciare a costruire ed affermare una soggettività femminile con le specificità, il valore e la diversità che questa femminilità comporta, significa correre il rischio di diventare quello per cui hanno lavorato secoli di barbarie misogina. Ossia un qualcosa che ha cancellato e dimenticato l’unicità e la ricchezza insite nell’essere donna.

Perché donne si nasce e lo si diventa. Ed oggi è fondamentale non smettere di esserlo!