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REPUBBLICANI: PARTE LA GUERRA CIVILE

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Si è trattato della perdita di  un unico seggio ma l’esclusione di Eric Cantor dal congresso dopo aver perso a sorpresa nelle primarie del suo distretto in Virginia, equivale ad un terremoto politico. La sua sconfitta da parte di un candidato del Tea Party  che nella campagna elettorale ha speso venti volte meno di lui, ha escluso dal congresso il secondo repubblicano più potente della camera, la roccaforte parlamentare del GOP. Cantor era il delfino del presidente della camera di John Boehner di cui era considerato erede natural e quindi futuro “speaker”, uno dei due repubblicani più potenti del congresso e coordinatore politico delle battaglie anti Obama. La sua uscita di scena è come se l’M5S avesse ottenuto non il sindaco di una media città di provincia, ma la terza carica dello stato, se Farrage avesse insediato un proprio uomo in una posizione chiave del parliament britannico, un fulmine a ciel sereno sull’establishment repubblicano della portata della vittoria Le Pen in Francia.

Per la campagna di Cantor che fino alla vigilia aveva in mano sondaggi che gli davano un vantaggio del 62%, si è trattato a dir poco di una  doccia fredda  (il risultato invece è stato di 56%-44% in suo sfavore) e uno sviluppo che ribalta la narrazione che finora dava il tea party in ritirata davanti alla organizzata controffensiva dell’ala  “di sistema” del GOP. In molti altri stati il partito populista sembrava in effetti aver perso un pò della foga che l’aveva lanciato sulla scena, ma l’elezione di Dave Brat, un professore di economia che articola posizioni antigovernative oltranziste e di “suprematismo americano” rimette ora tutto in discussione. È una  notizia che rincuora populisti ovunque e dimostra la volatilità del voto di protesta – specialmente quello della destra populista – soggetto a improvvise e imprevedibili fluttuazioni.

Quella registrata in Virginia è dipesa in gran parte dalla questione immigrazione brandita dal vincitore che ha accusato Cantor di essere troppo disposto a compromessi sulla riforma  in materia proposta da Obama che prevede la regolarizzazione controllata  di alcune categorie di immigranti. L’accusa di moderazione rivolta a Cantor ha dell’incredibile se si esaminano le sue posizioni: un falco su Israele, è noto come uomo di Netanyahu a Washington. Col premier israleiano si è incintratao in privato compreso nel 2010 priam della sua visita di stato ocn Hillary Clinton, assicurandolo che la maggioranza repubblicana avrebbe sempre garantito la “special relationship” con Israele. Vicino ai teocon è ferreamente contrario alla ricera sulle staminali e all’aborto, ricevendo un voto di 100% favorevole da parte della coalizione antiabortista National Right to Life Committee. Contrario alle unioni gay e perfino agli statuti di non discriminazione degli omosessuali sul lavoro, idem per i neri. Ha cercato di rendere atto criminale incendiare la bandiera USA in protesta, è favorevole alla completa libertà di porto d’armi e in campo economico è un convinto liberista anti-keynesiano, contrario al salario minimo sindacale e ai sindacati in generale, contraraio ai programmi di stimolo economico attuati da Obama (salvo aver votato a favore del“ bailout” per le banche).

Eppure neanche questo curriculum reazionario è bastato per contrastare il sentimento del “tutti a casa” dei populisti,  la profonda intrattabile diffidenza per il semplice fatto di partecipare (seppur come ostruzionista ad oltranza) al processo di dibattito con gli odiati democratici. Il fatto stesso di sedere nella stessa aula è bastato a squalificare Cantor come sospetto “insider” di Washington.

Una misura dell’intransigenza che serpeggia nella destra “popolare” e un campanello d’allarme per tutti gli altri repubblicani per cui è virtualmente garantita un’ulteriore deriva conservatrice per tentare di arginare la minaccia tea party. Una prospettiva che rende ancora più inverosimili le possibilità di compromesso, non solo sulla questione immigrazione ma su tutto il fronte riformista di Obama garantendo sostanzialmente lo stallo legislative su tutta la linea prima delle presidenziali del 2016. In questo ambito il rafforzamento del tea party e l’ulteriore arroccamento del partito repubblicano su posizioni  oltranziste per placare la base militante sarebbe in teoria una buona notizia  per un eventuale  campagna Hillary che potrebbe posizionarsi sul centro moderato mentre fra I repubblicani potrebbe scatenarsi la “guerra civile” fra fazioni che molti prevedono. Intanto è piombata nel caios la leadershiop che aveva coltivato Cantor come prossimo speaker e leader della camera e che ora deve riaprie i giochi con la plausibile possibilità di uno o più sfidanti tea party.

E se il tea party è destinato a rimanere minoritario – certo rispetto al mainstream dell’elettorato popolare – non vuol dire che non possa influire e di molto sugli equilibri politici. Rimane intanto la realtà di un partito, un congresso – e sempre più lo stesso processo democratico – gettati nello scompiglio dall’insurrezione integralista in un periodo in cui è già in sostanziale stato di paralisi.