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Repubblica e Corsera sotto il milione di copie

Carta canta, ma poco e male. Al XXVI congresso della Fnsi editori e sindacato si confrontano sulla sfida multimediale. I dati Ads sono inequivocabili: Corriere della sera 458.358 copie, Repubblica 419.968. I due giornaloni nazionali insieme stanno sotto le 900mila copie al giorno. Si arriva al fatidico milione solo se ci si aggiungono le oltre 276mila del terzo quotidiano generalista italiano, La Stampa. Poche. E troppe allo stesso tempo, visto che da soli questi tre «big» dell’informazione assorbono oltre la metà delle copie nazionali a pagamento (sportivi a parte, fonte Autorità Antitrust).

La crisi imperversa anche nelle redazioni. E al ventiseiesimo congresso della Fnsi iniziato ieri a Bergamo il sindacato dei giornalisti ha chiamato a discutere innanzitutto la controparte, cioè i principali editori italiani: Fedele Confalonieri (Mediaset), Carlo De Benedetti (Espresso), Piergaetano Marchetti (Rcs Mediagroup). Si tratta peraltro di una prima storica, perché De Benedetti e Confalonieri non si incontravano pubblicamente da 21 anni, dai tempi dell’affare Mondadori.
In tavola almeno tre gli argomenti principali: multimedialità e innovazione, precariato, concentrazioni pubblicitarie.

I «padroni delle news» hanno le idee confuse ma annusano la direzione. «Nel nostro settore, come del resto in molti altri settori, è in corso una rivoluzione tecnologica – avverte Confalonieri – i giornalisti devono diventare multimediali e digitali. Per essere efficaci i giornalisti devono essere flessibili e adattabili e per questo è anche importante la formazione». Fidel conferma, tra l’altro, il prossimo lancio del canale all-news di Mediaset.

La sintonia con un editore liberal come De Benedetti è sensibile. «Ci sono due sciocchezze che il tempo ha dimostrato essere tali – spiega l’editore di Repubblica – la prima è che i giornali di carta spariranno, la seconda è che non sono necessari i giornalisti». Le difficoltà sono note: «I giovani hanno abbandonato i giornali preferendo Internet e televisione, nel 2009 la media delle copie giornaliere è scesa sotto i 5 milioni come era nel 1939 quando eravamo un paese agricolo. La pubblicità nel 2009 -prosegue De Benedetti- è diminuita del 16% e in un decennio i ricavi dei quotidiani sono scesi del 20%. A questo si deve reagire con un unico motto: innovare e per questo è necessaria un’alleanza tra gli editori e i giornalisti. Oltretutto va ricordato che la qualità dell’informazione è un indice della qualità della democrazia».

Insomma i giornalisti devono diventare multitasking e multimedia. Basta vedere come la redazione del Corrierone ha accolto la notizia per capire che il cambiamento non sarà facile. De Benedetti è drastico: invece di chiedere aumenti «i giornalisti dovrebbero ringraziare gli editori che gli danno la possibilità di essere visibili su una pluralità di piattaforme». «I giornalisti – provoca – chiedono più soldi per la multimedialità, ma l’interesse del giornalista è avere la maggior visibilità possibile».

Per i padroni insomma i reporter sono pigri, avidi e molto narcisi. Piergaetano Marchetti, presidente di Rcs Mediagroup, paragona il redattore al medico o al professore universitario: «Quando uno fa il medico in corsia – si è chiesto – secondo voi chiede un’indennità per imparare ad usare una nuova macchina che arriva per fare diagnosi?».

Il dialogo si fa in salita. Ancora più difficile invece arrivare al nodo delle proprietà opache, degli editori impuri italiani e delle risorse. Secondo Marchetti la salvaguardia del pluralismo «implica attenzione alle concentrazioni» e per questo «occorre riflettere se il nostro meccanismo di disciplina delle concentrazioni basato sui compartimenti stagni sia ancora adatto».

Gli squilibri pubblicitari e finanziari sono tali che ormai parlare di «mercato» in questo settore è quasi impossibile.

N.B: dati in milioni di euro (non migliaia come erroneamente indicato in tabella)

Per Franco Siddi, segretario Fnsi, la presenza di editori così ingombranti all’apertura del congresso «non è complicità e nemmeno la volontà di fare i compagnucci. Confliggere è inevitabile» ma «giornalisti ed editori non possono fare a meno gli uno degli altri». Per questo chiede ai padroni un nuovo patto giornalisti-imprese sulla qualità dell’informazione e contro il precariato.

Marginalizzato da giornali che ha diretto da maestro, Giulio Anselmi, si ritaglia il ruolo di «grillo parlante». E dice un po’ che i vari re sono nudi. Le imprese hanno ecceduto nei tagli e si muovono con poca «consapevolezza e capacità manageriale». Mentre i giornalisti devono abbandonare «accenti corporativi». Le sfide secondo Anselmi sono chiare: la governance di un’impresa delicata come quella giornalistica, il ruolo dei giornalisti come «sentinelle della democrazia», il dovere del sindacato di alzare «la qualità della categoria». Ce n’è abbastanza per discutere a lungo.

da www.ilmanifesto.it – uscito sul manifesto del 12 gennaio 2010